I volontari dell’Operazione Colomba e del Christian Peacemaker Team ogni giorno monitorano la scorta israeliana che accompagna a scuola i bambini di At-Tuwani. Il paradosso di dover scortare una scorta.

Tuwani è un paesino a sud di Hebron, sperduto tra dune, rocce e radi cespugli. Un agglomerato di case in pietra vecchio stile, asini che vagano tra i campi, gli onnipresenti gatti e tanta polvere. C’è una scuola elementare, frequentata da circa 120 bambini provenienti dai villaggi limitrofi. I gruppetti di case sono talmente piccoli che a volte non vengono nemmeno segnati sulle mappe. Ma esistono, da 5 secoli. E grazie al cielo esistono anche la scuola e la clinica, costruite nonostante il divieto israeliano: grazie ad un ingegnoso sistema di vedette – fischietti – che avvisavano i muratori dell’arrivo dei soldati gli operai smettevano di lavorare per non farsi cogliere in flagrante.

Tuwani è nell’area C della West Bank, territorio controllato militarmente e amministrato da Israele. Villaggi che esistono da secoli all’improvviso si sono visti circondare da bypass road, barriere, cancelli, divieti, insediamenti e out post. Il governo israeliano negli anni ’80 ha anche impiantato un piccolo boschetto sulla collinetta …

Tuwani è diventata famosa per episodi sconcertanti di attacchi da parte dei coloni di Ma’on ai bambini palestinesi che si recano a scuola. Per percorrere la strada più breve che collega Tuwani ai villaggi al di là della collina ci vogliono 20 minuti, ma è necessario passare tra la colonia di Ma’on e l’avamposto di Havat Ma’on. L’out post è letteralmente imboscato tra i pini, svettano solo le antenne del telefono e qualche serra, è costituito da una manciata di roulotte e caravan in cui vive qualche decina di coloni. Gli avamposti (out post) sono insediamenti illegali anche per la legge israeliana, ma nonostante questo hanno luce, acqua, ripetitori telefonici e soldati a proteggere i coloni dai barbari palestinesi.

Il sentiero di media lunghezza che unisce At-Tuwani e gli altri villaggi passa alle spalle di Havat Ma’on e ci vogliono circa 45 minuti per percorrerlo, mentre quello lungo (che passa per i campi ben lontano dalle roulotte) ci vuole un’ora e mezza. I bambini che andavano a scuola passando dal percorso breve o mediano venivano presi a sassate dai coloni o aggrediti fisicamente. Certo, dietro a 95 cm di bambina col velo rosa e la cartella di Barbie potrebbe nascondersi un cumulo di dinamite, o C4.
Mi sconvolge pensare che esseri umani provenienti da Francia, Stati Uniti e Russia (i coloni di Ma’on), che si presuppone abbiano avuto un’educazione e siano cresciuti in ambienti multiculturali, possano anche lontanamente pensare di aggredire dei bambini. Stentavo a crederci, finché non ho visto coi miei occhi la cicatrice sul collo di una bimba, ricordo di un attacco di qualche tempo fa.

Siamo andati a trovare quattro volontari dell’Operazione Colomba che ogni giorno si occupano di monitorare la scorta dei soldati ai bambini e accompagnare i pastori per i campi che confinano con colonia e avamposto. Si interpongono in modo nonviolento in caso di attacchi.
Valorosi, perché riescono a vivere quotidianamente in questa situazione assurda, rischiando in prima persona e, non scordiamolo, vivono in una baracca con altre sei persone, i volontari dei Christian Peacemaker Team (un altro corpo nonviolento americano).
Vivono di poco, senza acqua e con la corrente solo tre ore al giorno. Noi caschi bianchi a confronto viviamo nel lusso, abbiamo l’acqua una settimana sì e una no e la luce c’è quasi sempre.
Abbiamo riso e scherzato coi bambini prima che si incamminassero scortati, hanno scattato mille foto con le nostre macchine fotografiche e ci hanno fatto tante domande. Quando il gruppo si è radunato i volontari della Colomba hanno chiamato la scorta. I soldati hanno l’obbligo di fornire questo paradossale servizio, ma spesso accade che non lo facciano. Hanno altresì l’obbligo di essere almeno in due a camminare con i bambini e accompagnarli fino al confine dell’insediamento. La jeep però non può farlo per via di un cancello costruito dai coloni che impedisce il passaggio.

Federica, Rita, Eleonora e Fabio ci spiegano che l’atteggiamento dei soldati non è sempre negativo, a volte qualcuno di loro porta merendine e succhi di frutta ai bambini. I soldati di leva (tra i 18 e i 22 anni) sono più infastiditi e irosi rispetto ai riservisti (i soldati più adulti richiamati di tanto in tanto a prestare servizio). A volte vanno talmente veloce con la jeep che i bambini devono correre per stargli dietro. Ieri la scorta era di quattro soldati. Nel primo tratto sono stati tutti sulla jeep poi, vedendo un colono che si avvicinava alla strada, sono scesi per proteggere gli scolari. I volontari della Colomba hanno sorvegliato e ripreso con la telecamera il primo tratto di strada visibile, mentre i Christian Peacemaker Team hanno monitorato il secondo tratto. Tutto è filato liscio. Questa volta.
Gli israeliani vogliono lo stato ebraico, vogliono la terra promessa, sono il popolo eletto, ma alcuni di loro, discendenti di chi ha subito l’olocausto, sono pronti a compiere azioni così squallide e vili per un pugno di terra sassosa nel bel mezzo del niente. Neanche ci fosse il petrolio. O il paradiso eterno.

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