Quest’anno l’ho passato a Shkoder, nel nord dell’Albania, e sono stata immersa nelle dinamiche di una casa di accoglienza per donne vittima di violenza con i loro bambini. È stato un anno intenso in cui ho affrontato tante scoperte e ho condiviso momenti che mai avrei immaginato.
In contrasto alla vita atomizzante e omologante, qui ho vissuto una società diversa: condivisione, cura e l’esserci.
C’ero quando la bimba di un anno ha iniziato a muovere i suoi primi passi, c’ero quando una donna ha partorito, c’ero quando i bimbi stavano male, c’ero quando le donne mi raccontavano il loro passato, c’ero quando ho insegnato a nuotare a dei bambini di 10 anni e c’ero tutte le volte. Potrei continuare ad elencare i vari momenti che hanno caratterizzato la mia esperienza, perché è stata una costellazione di presenze.
Ecco penso che alla domanda “cosa lascio e cosa porto?” non ci possa essere altra risposta che la presenza, attimi, momenti unici, ricordi e desideri.
Non si può lasciare nulla di materiale che valga la pena raccontare. In questi mesi ho capito che non siamo noi a scegliere cosa lasciare e cosa prendere, sono gli altri a farlo, sono i momenti passati insieme.
La comunità ha reso i confini labili e sfumati, un io nel noi e viceversa che ha rimescolato le carte e le sicurezze, quindi rispondere a queste domande prendendo in considerazione esclusivamente me non potrà mai essere una risposta complessiva. Perché quest’anno lo spazio per l’individualismo è stato lasciato alla collettività, al percepirsi un insieme e non astrarsi e porsi al di fuori, in una posizione altra per poter giudicare e categorizzare.
All’inizio ero convinta di ciò che avrei voluto lasciare, ora, lasciata la convinzione, so che ognuna delle donne che ho incontrato ha preso qualcosa di me che rimarrà con loro. Reciprocamente io porterò un pezzo di loro con me.
Porterò la forza, l’orgoglio e l’amore che hanno. Lo hanno come un denominatore comune imprescindibile, sviluppato in contesti segnati da difficoltà e disuguaglianze. La loro vita è resistenza e ne avrò cura nei ricordi e ne farò riferimento tutti i giorni.
Porterò le risate, le ricette albanesi e i balli tradizionali come espressione di comprensione oltre il linguaggio e avvicinamento oltre le differenze, ricordandone il sapore caldo e avvolgente, che ha portato gioia e leggerezza nelle giornate in cui il senso non sempre era visibile, ma si tornava a percepirlo.
Forse non è la risposta alla domanda o probabilmente è proprio questa l’unica risposta che potessi dare. “Ad ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri i bisogni”, è stata la base e il collante del legame che nel tempo abbiamo costruito e curato, è la reciprocità del ciò che lascio e cosa porto. A quest’anno, segno indelebile di libertà e cura!
TAG: Donne, esperienze, Volontariato
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