Credo che ciò che si lascia e ciò che si riceve non siano mai realmente separati. Mi piace pensare di lasciare una parte di me in ogni relazione costruita durante questo anno: il tempo dedicato, l’ascolto, la vicinanza nei momenti più difficili, ma anche le soddisfazioni condivise, le risate e tutti quei piccoli gesti quotidiani che hanno contribuito a creare un rapporto di fiducia con lo staff, le donne e i loro bambini.
Spero di aver lasciato qualcosa attraverso il lavoro svolto: le attività avviate, il rafforzamento del laboratorio di sartoria, i corsi organizzati, gli strumenti e le idee condivise con il team. Ma, ancora di più, spero di essere rimasta nei ricordi e nel cuore delle ragazze, anche semplicemente grazie al tempo trascorso insieme, ai momenti di confronto, alle confidenze, alle risate e alla quotidianità condivisa. Sono consapevole che nessuno può cambiare una realtà da solo e che il nostro passaggio rappresenta soltanto un piccolo tassello di un percorso molto più grande. Tuttavia, sapere di aver contribuito, anche solo in minima parte, a creare opportunità di autonomia, di riscatto e di soddisfazione – come la gioia che vedevo nei loro occhi quando riuscivano a vendere un prodotto realizzato con le proprie mani – è ciò che considero il risultato più importante.
Quello che porto con me, però, è immensamente più grande. Porto con me i volti, le storie e la straordinaria forza delle donne che ho incontrato, la loro capacità di ricominciare nonostante il dolore e le ingiustizie vissute. Porto con me il sorriso di Z., che, nonostante abbia perso entrambi i genitori in tenera età, riesce ogni giorno a trasmettere una gioia contagiosa. Oggi vive con la zia e frequenta il progetto, dove sta imparando il mestiere di sarta con il sogno di costruire un futuro migliore per sé e per suo figlio.
Porto con me l’entusiasmo delle ragazze durante i corsi di catering, beauty e tailoring, la loro voglia di imparare, di sentirsi capaci e parte di qualcosa di bello. Porto con me l’accoglienza ricevuta durante le home visits: anche nelle case più piccole e prive del necessario, non mancava mai un sorriso, un chai caldo, la tradizionale bevanda kenyana a base di tè, latte e zucchero, preparata ed offerta con affetto per farci sentire benvenuti. Sono gesti semplici, ma raccontano una ricchezza, una forza ed una dignità umana immensa.
Lascio il Kenya con un’immensa gratitudine. Questa esperienza non rappresenta un punto di arrivo, ma l’inizio di un cammino che desidero continuare.
Porterò sempre con me tutto ciò che questa terra, queste persone e la Comunità Papa Giovanni XXIII mi hanno insegnato. Se c’è una certezza che quest’anno mi ha lasciato, è che stare accanto alle persone che si trovano in situazioni di vulnerabilità, è il modo in cui desidero continuare a vivere la mia vita, mettendo le mie competenze ed il mio tempo al servizio di queste ultime.
TAG: esperienze
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