Caschi Bianchi Ecuador

Il primo incontro con Iker

A un’ora da Tena, in mezzo alla foresta amazzonica, i bambini vanno a scuola destreggiandosi tra i lavori nei campi, in casa, la distanza dalla scuola, la pandemia, per cercare un futuro diverso dalla violenza che vedono ogni giorno. Andrea ha provato a dare voce ad uno di questi bambini

Scritto da Andrea Scudera, Casco Bianco in servizio civile con ENGIM – FOCSIV a Tena

Chi sono, quei quattro gringos?” Ho pensato, subito dopo averli visti.

Lo so, che ad alcuni di loro pare male che li chiamiamo in questo modo, ma da queste parti ormai ci viene così naturale… A quanto pare, questi quattro ragazzi hanno atteso più di un anno, rinvii su rinvii, prima di poter arrivare qui, dove sono nato e cresciuto. Sarà vero? Mi sembra quasi troppo! Mi devo fidare? Dicono di venire dall’Italia, non avevo ancora sentito parlare di questo posto. Dev’essere molto lontano, forse dall’altra parte del mondo… Curioso! La loro parlata suona a tratti familiare. Ma soprattutto, mi hanno incuriosito le mascherine che indossano, non riuscivo ad essere concentrato stamattina, pensavo tutto il tempo: chissà come sono fatti, là sotto, che sorriso hanno.

Se lo scoprono mai, il viso? Se non se le levano loro, dovrò inventarmi qualcosa per vedere i loro visi per intero. Quando li ho incontrati, stamattina, c’era il sole, ma ieri è piovuto incessantemente per più di un giorno, qui capita spesso. Forse era l’anno scorso.. Mi avevano detto che è perché siamo all’equatore. Qui, tutta questa pioggia mi sporca i piedi di fango, le infradito mi fanno scivolare ovunque. E lo stivaletto destro è bucato. Che noia! Meno male che almeno non fa mai freddo..
Come tutti i lunedì mattina degli ultimi strani mesi, zaino in spalla, ho camminato fino alla scuola di H., la località dove vivo. Sta su un piccolo monte nella selva amazzonica, a circa un’ora di cammino dal centro di Tena, la città più vicina. Il mio amico Oscar non è potuto venire, doveva aiutare suo papà a trasportare un’ottantina di tavole sulla schiena… dice sempre a tutti che il lavoro non è pesante, anche se riesci a vedere lontano un miglio che è stanco come un mulo… Anche Grefa oggi mancava, credo che dovesse stare con sua madre e le sue sorelle a badare alla chakra. Sì, perché qui a H. ogni casa di legno ha un grande spazio verde a disposizione, e solitamente tutti coltiviamo un piccolo pezzo di terra per sostentarci. La chakra, appunto. La terra qui per fortuna può darci tanto, sebbene richieda molto lavoro, che ci prende la maggior parte del nostro tempo libero. Non vedo l’ora che spuntino i prossimi ananas!

Ogni giorno qui a casa ci alziamo alle cinque del mattino, prima che sorga il sole, e tutti, assonnati e riuniti in cerchio, parliamo dei sogni che abbiamo fatto durante la notte, mentre beviamo la mia bevanda preferita, la guayusa. La nonna ormai è un’esperta dei sogni che faccio, secondo me mi conosce meglio della mamma e dei miei sette fratelli e sorelle! Come molte altre famiglie della comunità di H., non abbiamo l’elettricità in casa, e di solito andiamo a dormire molto presto, viviamo seguendo il cammino del sole nel cielo. Ad ogni modo, ogni lunedì mattina noi bambini e ragazzi delle comunità rurali qui intorno ci rechiamo alla vecchia scuola per consegnare e ritirare i compiti settimanali, che i due nuovi maestri ci affidano. Li vediamo solo una mattina a settimana. Vorrei tanto che ci spiegassero anche come farli, i compiti, ma siamo tanti, e di età troppo diverse. Molti di noi non sanno neanche leggere e scrivere, e di fronte a un compito di inglese o di matematica ci facciamo aiutare da qualche amico più grande o da qualche familiare, ma realmente, per quanto mi riguarda, non capisco quasi mai ciò che compilo. Almeno, quando potevamo andare a scuola tutti i giorni, potevamo seguire e apprendere l’essenziale durante le lezioni… Adesso, invece, in questo periodo di pandemia ci viene richiesto di svolgere compiti che solo i miei amici degli ultimi gradi sanno compilare senza troppi problemi. Vorrei imparare a scrivere meglio la lettera ‘R’ e vorrei saper fare le moltiplicazioni. Devo dirla tutta, su di noi: generalmente siamo dei bambini molto timidi, con poca fiducia in noi stessi. Certo, forse ciò è tipico del periodo dell’infanzia. Abbiamo sicuramente bisogno di esempi adulti, ma qui a H. non sono pochi, grandi compresi, quelli che credono all’idea che la persona valga poco. Dall’idea, conscia o meno, che una persona della nostra comunità valga meno, ad esempio, di una che abita in città, di una persona più ricca, per non parlare poi degli amici gringos, degli occidentali che ogni tanto si vedono. Molti dei miei fratelli e delle sorelle maggiori la pensano così, eppure non riesco a capirli. Spesso apprendiamo questo brutto esempio dai nostri genitori, o comunque dai ‘grandi’ che qui, fuori dalla città, immersi nella selva, in molti senza più un lavoro a causa della pandemia, vivono ancor più di fatalismo e di autosvalutazione. Abbassano lo sguardo, quando qualcuno ‘di fuori’ passa per la strada. Evitano. Si nascondono. Si vergognano.

Ma perché mai, mi chiedo? È come se con uno straniero non riuscissero ad esprimere la loro volontà, i bisogni reali che provano, ciò che realmente sentono e pensano, indipendentemente da chi gli sta di fronte. Anche qui ad H. siamo immersi nella cultura machista, credo che anche questo crei sofferenza: molti ragazzi, spesso già genitori, sfogano le loro pene in casa, dove molti miei amici e amiche vengono sgridati senza motivo alcuno. Viene fatta su di loro violenza psicologica, a volte fisica. Quasi sempre, i nostri genitori si sfogano bevendo. Non è raro vederne qualcuno già ubriaco, alle 8 del mattino, che cammina sull’unica strada che attraversa la comunità. Questa cultura del silenzio e del rifiuto del diritto a parlare, questa repressione, questi ruoli sono violenza verso se stessi. E se sai farla a te stesso, la sai fare anche agli altri. Con o senza alcol.

Quando tutti i giorni andavo a scuola, prima dell’inizio della pandemia, invece, era come se potessi prendere una boccata d’aria fresca da tutto ciò, stare con i compagni della mia età è tra le cose che amo di più e che mi faceva stare bene, nonostante abbia spesso trovato noioso, l’andare a scuola. Ho l’impressione che i maestri ci abbiano sempre parlato del mondo come qualcosa di suddiviso e disciplinato, fermo, statico, mentre per me vivere è sempre stato così… diverso. Non ho potuto fare altro che adattarmi, alla scuola che c’è qui. Di fronte al maestro, o alla maestra, mi sono sempre sentito ignorante, come un vaso vuoto da riempire, come se fossi uno dei tanti bimbi destinati ad adattarsi a una realtà, oggettiva, in modo passivo: siamo tutti privi di spirito critico. Siamo bravi a ripetere le verità che ci raccontano, ma non capisco perché, già dopo qualche settimana, o ce le siamo scordate o pensiamo inevitabilmente che siano l’unica storia possibile.

Devo essere sincero. Per un attimo, stamattina, mi sono sentito diversamente con quei quattro educatori italiani. Mi spiego. Non gli piace che noi gli ripetiamo semplicemente le cose, le cose delle diverse materie: non ci giudicano per i dettagli delle nostre manfrine. Anzi, quando le iniziamo, sembra proprio che sbadiglino, sotto quelle mascherine, e lo vedi chiaramente, mentre i loro occhi si fanno piccoli piccoli. Forse devono ancora imparare bene come gestire questo modo che ho anch’io, di essere educato. Non fraintendetemi, in fondo è difficile anche per noi bambini, comportarci così. È l’unico modo che abbiamo appreso, in questi pochi anni di scuola. Ripetere. Dimostrare. Solo il maestro, in aula, sa. Mi sto chiedendo… se nasca da qui, da queste aule impolverate, quell’autosvalutazione ed il senso di inferiorità di molti dei ‘grandi’ che conosco, e che ho visto qui intorno, a H. Mi chiedo se il seme della violenza nasca in una mattina di scuola, una mattina storta, andata male. Dal bisogno di non soffrire, di non essere passivi, di non subire, dalla voglia di un riscatto, quello più semplice, quello che ti porta a far soffrire gli altri, al posto tuo, perché ti hanno insegnato come si fa.

Qualcuno avrà mai avuto il coraggio di inventare altre regole, di questo gioco? Eppure oggi, stamattina, per un attimo mi sono sentito diversamente, come se non fossi più quel bambino abituato a ripetere passivamente, a memoria, filastrocche e regole grammaticali. Uno di loro quattro si è avvicinato, e mi ha detto che è venuto fin qui dall’Italia per imparare a conoscere insieme a me, che non è venuto per imporre la sua visione del mondo, e delle cose. Che gli piacerebbe se io iniziassi a custodirne una, di visione, e che sia sempre pronto ad ampliarla, quando è il momento. Che io le sappia esprimere. Ma quanti ce ne possono essere, di punti di vista? Allora, mentre guardava fuori dalla finestra, mi ha chiesto quale fosse il mio fiore preferito, ed io gli ho detto la verità: quei grandi fiori rossi che danno il nettare ai colibrì. Lui è partito, inarrestabile, come il mulo che ogni tanto vedo salire sopra la collina, spiegandomi cosa fossero questi fiori e perché sono così importanti, per noi e per la Pachamama. Gli brillavano gli occhi. Mentre lo ascoltavo incuriosito, assorto nella ricchezza della sua storia, potevo quasi sentirne l’odore, di quei fiori rossi, e allora non ho esitato: gli ho detto che da quei fiori per i colibrì, noi qui estraiamo un profumo buonissimo, e che mia nonna è una delle poche persone rimaste che lo sa ancora fare: mi sta insegnando come si fa, perché questo odore è l’odore più significativo della mia vita. E lui ha spalancato gli occhi, sorpresi quasi quanto i miei mentre ascoltavano la sua storia dei fiori, e mi ha detto che anche lui avrebbe voluto sentirne l’odore, che alcuni odori gli piacciono più delle parole. Molto timidamente, gli ho confidato sottovoce che in realtà temo di non farcela, che per ora resta un processo davvero complicato, ho ancora tanti dubbi, specie sui passaggi intermedi. E poi gli ho detto che tuttavia spero, un giorno, di riuscire ad avere un po’ di questa essenza almeno per me e la mia famiglia. Magari riuscirei a calmare la tensione del mio papà quando beve, e della mia mamma che diventa triste. Chissà, se magari riuscirò mai a farglielo sentire, questo odore, prima che torni dalle sue parti.

È stata forse la prima volta, a scuola, che non mi sono sentito il solito recipiente di informazioni, un docile deposito parlante. Non mi sono sentito ignorante. Sapevo esattamente cosa dire, senza doverlo faticosamente pescare dai cassetti della memoria più svogliata e labile, quella del dovere. E… incredibile! Ricordo ogni dettaglio della sua storia sull’importanza dei fiori! E quante domande vorrei fargli, ora. Dovrò aspettare a domani. Se non avessi parlato di me, se non mi fossi stupito nel farlo, credo che la sua storia da un orecchio sarebbe entrata, e dall’altro ne sarebbe uscita.
Chissà.. Chissà, quante altre aspirazioni, dubbi, speranze, timori, motivi ed obiettivi sono capace di nutrire.
Per qualcosa che non sia un fiore. Per qualcosa che non sia un profumo. Funziona anche per qualcuno?
Non vedo l’ora di rivedere quei quattro, domani. Ho proprio voglia di dialogare ancora. Voglio conoscere di più sui fiori. Voglio conoscere di più, di me stesso. Forse devo imparare a mettermi in discussione. Sono ancora molto timido. Ho ancora troppe convinzioni. Riuscirò almeno a parlare stavolta? A dire loro almeno il mio nome, domani, senza stare a guardarmi la punta bucata dello stivaletto? Senza ripetere la scena muta di oggi? Vorrei proprio dirglielo, come mi chiamo. Ho scoperto di poter essere curioso. Voglio custodire questo fiore.

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