Dopo quasi 4 anni di tranquillità si abbatte sulla Città Santa una nuova serie di attentati, in cosa si assomigliano, in cosa si discostano dagli attacchi tradizionali e come sono legati fra loro.

Gerusalemme. Dal 2004 fino al marzo di quest’anno la Città Santa non era più stata teatro di attentati terroristici. La costruzione del muro o barriera di sicurezza, come viene chiamata dalle autorità israeliane, e l’aumento dei posti di controllo dell’esercito, hanno ridotto le possibilità di accesso dei palestinesi a Gerusalemme rendendo molto difficile l’infiltrazione di potenziali attentatori palestinesi nello stato d’Israele. Negli ultimi sei mesi, però ci sono stati quattro nuovi attentati.

Il 6 marzo Ala Hisham Abu Dheim, 25 anni, travestito da ebreo ortodosso entra in uno dei più importanti collegi rabbinici di Gerusalemme, Merkaz ha-Rav, impugnando un fucile d’assalto, e uccide 8 studenti, per poi essere a sua volta colpito a morte da un civile armato che si trovava nella scuola. L’attentato viene rivendicato da un gruppo sconosciuto fino a quel momento, le Brigate degli uomini liberi di Galilea. Abu Dheim era residente in Gerusalemme Est.
In Jaffa Road, via commerciale e molto frequentata, il 2 luglio, un caterpillar rovescia un bus e si scontra con diverse macchine. Si contano, fra le lamiere dei veicoli incidentati, 3 morti e diversi feriti. L’autista del bulldozer, Husam Tayseer Dwayat, 30 anni residente a Gerusalemme Est, viene ucciso dai colpi esplosi da un civile e da un poliziotto che si trovavano nelle vicinanze. La dinamica dei fatti non lascia trasparire l’intenzione dell’attentato. Si può pensare a un semplice incidente, ma i media in pochi minuti fanno rimbalzare la parola terrorismo. In un primo momento viene riportata la notizia che l’attentatore fosse stato riconosciuto come tale per una pistola con la quale avrebbe sparato. Nei resoconti successivi la pistola sparisce, non viene trovata sul cadavere, ma l’espressione terrorista rimane. Successivamente l’attentato viene rivendicato dalle Brigate degli uomini liberi di Galilea.
I fatti del 2 luglio si ripetono venti giorni dopo quando Ghassan Abu Teir, 22 anni, guida un bulldozer contro diverse macchine e un bus nella centralissima King David Street. Il bilancio questa volta è di una ventina di feriti e un solo morto, Abu Teir. Il primo ad aprire il fuoco contro l’autista è pure questa volta un civile e in un secondo momento una guardia di frontiera uccide l’attentatore con una raffica di mitra. Anche questo attentato è stato rivendicato dalle Brigate degli uomini liberi di Galilea e anche questa volta l’autista del caterpillar era un residente di Gerusalemme Est. Il mezzo aveva iniziato la sua corsa omicida davanti al King David Hotel dove, a ore, era atteso l’arrivo del candidato democratico alla Casa Bianca, Barak Obama. L’albergo era già stato teatro di un attentato terroristico, 62 anni fa. Il 22 luglio 1946 la Banda Stern e l’Irgun, due gruppi terroristici sionisti, piazzarono diversi chili di esplosivo all’interno dell’albergo uccidendo 91 persone. Gli attentati sionistici si prefissavano lo scopo di ottenere la costituzione dello stato Israeliano e la rimozione delle limitazioni riguardanti l’immigrazione imposte dalla Corona Inglese. Sicuramente è solo una coincidenza che il luogo e la data si ripetano nella lunga storia degli attentati gerosolimitani, ma si può notare un’altra affinità tra questi fatti di sangue: entrambi sono stati rivendicati dagli esecutori come arma legittima per la creazione di uno stato, quello israeliano ieri e quello palestinese oggi.
Il 22 settembre Qasim Salah Al-Mughrabi, 19 anni residente di Gerusalemme Est, investe con la sua auto un gruppo di passanti nella vicinanze della porta di Jaffa. Un sottoufficiale dell’esercito spara contro con la vettura uccidendo Mugrabi. I feriti sono 17, la maggioranza militari che si recavano al vicino Muro del Pianto. La dinamica dei fatti non aiuta a chiarire se il diciannovenne palestinese avesse realmente intenzione di compiere un azione terroristica o se si tratti solo di un incidente. L’attentato in poche ore viene rivendicato dal gruppo i “Vittoriosi di Galilea”.

Analizzando questa nuova serie di attentati, che si sono abbattuti sulla Città Santa durante il 2008, si nota che sono stati tutti realizzati da residenti di Gerusalemme Est. Il Dottor Naim Abu Teir, un’attivista palestinese abitante di Umm Tuba, lo stesso sobborgo di Gerusalemme da cui veniva l’autista del secondo bulldozer, ha rilasciato la seguente dichiarazione all’Alternative Information Center, subito dopo i fatti del 22 luglio: “La società israeliana dovrebbe fare una profonda analisi sul perché un evento del genere può accadere e quale ruolo essa debba giocare. Gli israeliani dovrebbero guardare al rapido deterioramento delle condizioni socio-economiche dei palestinesi di Gerusalemme Est, in concomitanza con la situazione di stallo dei negoziati politici. I palestinesi sono frustrati e perdono la speranza.”. Nelle parole di Abu Teir si esprime il sentimento di un terzo degli abitanti di Gerusalemme, gli arabi, che vivono in condizioni profondamente disagiate confrontate con gli abitanti ebrei della Città Santa.

In questo clima dove è palpabile una divisone in classi tra i cittadini arabi ed ebrei nascono e attecchiscono nuovi gruppi terroristici, tra cui le Brigate degli Uomini liberi di Galilea che si ispira al leader sciita libanese Imad Mughniyeh. Tra le novità che portano questi nuovi gruppi terroristici c’è l’utilizzo di nuovi strumenti per sferrare gli attacchi. Come spiega Marco Lombardo, docente di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano, in un articolo apparso il 23 luglio sul sito dell’ Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies(1), l’era degli attacchi con i bulldozer è “degna figlia” dell’11 settembre. Nell’articolo Lombardo spiega che gli attacchi terroristici erano stati compiuti finora con diversi mezzi per trasportare l’esplosivo, autobomba o cinture esplosive, mentre con questi ultimi due attacchi il mezzo stesso diventa l’arma.
Un altro punto che accomuna gli attentati è la risposta israeliana: ad eccezione dell’ultimo, dove a sparare è stato un militare che è riuscito a scansarsi prima di essere investito dalla macchina, per i tre precedenti attacchi i primi ad aprire il fuoco contro gli attentatori sono stati dei privati cittadini. In Israele il porto d’armi è molto diffuso, in particolare nelle colonie israeliane e nelle zone di confine con la Cisgiordania. L’idea che rende le armi così diffuse si differenzia da quella statunitense, dove chiunque può essere armato per difendere la propria vita e i propri averi; per i cittadini israeliani portare un’arma è essere al servizio della nazione, cioè essere pronti a una risposta nei confronti di un attacco.
Gerusalemme è per molti versi il cuore del conflitto, e tutti i negoziati di pace tra l’Autorità Nazionale Palestinese e Israele si bloccano appena viene nominata la città contesa. Quali nuovi scenari si apriranno per Gerusalemme, capitale dichiarata da due popoli, ma che neanche un’occupazione militare di 41 anni riesce a controllare?

Note:

Fonti:
Per la stesura dell’articolo sono state utilizzate come fonti le agenzie di stampa e giornali israeliani e palestinesi:
http://www.maannews.net/en
http://www.haaretz.com
http://www.jpost.com
http://www.ynetnews.com

1. Un progetto del Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, vedi http://www.itstime.it

 

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