Caschi Bianchi Cile

L’amore che lascio, l’amore che mi porto

“Un anno che sembra esser durato un secondo e allo stesso tempo una vita intera”: è il racconto di un esperienza trasformativa, di amore donato e amore ricevuto quella che fa Matilde, al rientro dalla sua esperienza a Santiago del Cile, in una mensa sociale per persone senza fissa dimora e in condizioni di fragilità

Scritto da Matilde Ravelli, Casco Bianco in Servizio Civile con Apg23 a Santiago del Cile

Ho vissuto gli ultimi dieci mesi a Santiago del Chile, svolgendo il mio servizio civile nel “comedor nono Oreste”, una mensa per persone senza fissa dimora.

Ed ora mi ritrovo a mettere per scritto l’immensità di emozioni provate quest’anno, fare ordine nella mia testa e tirare le somme cercando di capire alla fine cosa porto con me e cosa lascio qui dopo un’anno che sembra esser durato un secondo e allo stesso tempo una vita intera.

Senza pensarci troppo porterei con me J, P, S, T, C: avrei una lista infinita di persone che ho incontrato al comedor e a cui avrei voluto fare una promessa, quella di cambiargli la vita, di regalargli un’altra opportunità, o meglio ancora di avere il potere di farli nascere di nuovo e fargli rifare tutto da capo, tanto bello quanto utopico.

Allora porto con me la consapevolezza che quest’anno la mia missione non era quella di salvare qualcuno, né di cambiare vite: alla fine di questi dieci mesi ho compreso che la mia missione forse consisteva nel dare più amore possibile a questi ragazzi, che di amore nella loro vita ne hanno visto davvero poco.

Sembra una contraddizione ma l’amore di cui scrivo e a cui penso molto spesso me l’hanno fatto riscoprire i ragazzi stessi, loro che si auto definiscono “los no queridos” , cioè i “non voluti bene”, sono gli stessi che mi hanno ricordato quanto amore avessi dentro e quanto questo amore non era fatto per rimanere dentro di me , bensì era lì proprio per essere poi regalato alle persone che ho incontrato quest’anno e forse per il resto della mia vita. 

Grazie ai ragazzi del comedor ho imparato a dare un grande valore all’amore che ho ricevuto dal momento in cui ho aperto gli occhi per la prima volta, ad oggi: ciò che ho sempre dato per scontato, ora é diventato il mio punto di forza.

Vorrei portare con me la famiglia in cui sono stata accolta: Caro, Kim e Jorge.

L’amore  incondizionato che viene donato a chiunque attraversi la soglia del portone della casa, la loro routine perfettamente incastrata in base ai bisogni di ognuno, gli abbracci tra Caro e Kim colmi di un potentissimo affetto che solo loro due possono veramente capire, le carezze di Jorge piene di purezza e sincerità.

Mi vorrei portare le mie nuove sorelle, Gio, Meri e Anna: mi hanno regalato ogni giorno la loro serenità, la loro gioia, semplicemente con un abbraccio che a volte fingevo di non volere o una frase detta con quell’esatta sicurezza di cui avevo bisogno per ridimensionare alcuni problemi che nella mia testa sembravano giganti.

Non ringrazierò mai abbastanza il destino per aver creato questo magnifico incastro di anime tanto diverse quanto perfettamente compatibili le une con le altre.

Alla fine non posso portarmi a casa nessuna di queste persone, però mi ritengo comunque la più fortunata al mondo ad aver avuto il privilegio di toccar con mano le vite di ognuno di loro e di aver avuto l’opportunità di imparare quanto amore possa esistere nella semplicità della vita di ogni giorno e quanto questo amore possa cambiare il destino di una persona.

Con me rimangono gli innumerevoli sorrisi regalati per un semplice piatto di minestra, il profumo dell’ora di pranzo del comedor, le canzoni “medio tema” che P. riusciva sempre a trovare nella radio della mensa, la Cueca suonata da C, la risata sincera di J, le serate in famiglia, la passione per il comedor di P. di cui ne è il responsabile, le parole sagge di J, le carezze di K, i colori dei tramonti ogni sera più belli di quella precedente, gli abbracci che sanno di fratellanza.

Lascio ai ragazzi del comedor ricordi a cui spero possano aggrapparsi nei momenti difficili: conversazioni, abbracci, sorrisi, con la speranza che in quelle ore che scorrono così lentamente, quando si ritrovano soli per le strade di Santiago, che in qualche modo possano donargli calore nelle notti più fredde, un sollievo nelle giornate più dure, un ricordo d’amore che possa non fargli dimenticare mai il loro grande valore e che io, anche da lontano, custodirò per sempre i momenti passati con loro.

Spero di aver potuto colmare almeno per un po’ di tempo la loro sete di esser amati, di essere ascoltati e lascio qua una parte del mio cuore che grazie a loro è diventato un po’ più grande.

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