Caschi Bianchi Zambia

Rallentare il passo: ciò che Mansa ha insegnato alla mia fretta

“Tra quello che viene chiesto e quello che si finisce per fare c’è uno spazio enorme”, descrive così Alessia il suo servizio a Mansa, in Zambia, con la consapevolezza che è proprio in quello “spazio” che si impara di più

Scritto da Alessia Faccin, Casco Bianco in Servizio Civile con Apg23 a Mansa

Quando sono partita per Mansa, in Zambia, sapevo cosa mi era stato chiesto di fare. Durante i colloqui ci avevano parlato soprattutto dell’essere “sorelle maggiori” in una casa-famiglia. Sembrava un compito abbastanza semplice da immaginare: stare con le ragazze accolte in casa, accompagnarle nella quotidianità, giocare con loro, aiutarle a crescere.

Poi sono arrivata qui e ho scoperto che tra quello che viene chiesto e quello che si finisce per fare c’è uno spazio enorme. Ed è proprio dentro quello spazio che ho imparato di più.

Io sono una persona pratica. Mi piacciono i fatti, le informazioni, le cose da capire e da organizzare. Quando c’è un problema, la mia reazione naturale è cercare una soluzione. Qui, invece, la prima cosa che ho dovuto imparare è stata rallentare. Adeguarmi ai tempi degli altri, soprattutto ai tempi di una casa-famiglia, dove non puoi decidere tu quando una persona ha bisogno di parlare, quando vuole stare sola o quando, invece, ha semplicemente bisogno che tu rimanga lì.

Ho capito che stare con qualcuno non significa soltanto condividere un momento. Significa ascoltare davvero. Dare un suggerimento con il cuore o una sgridata con la testa. Correre dietro a una bambina di pochi anni, ma anche ripetere per l’ennesima volta una regola sapendo che forse non vedrai subito nessun risultato. Significa esserci anche quando è faticoso.

Essere qui mi ha obbligata a condividere tutto di me. Non avere spazi propri significa anche non poter scegliere sempre dove nascondere le proprie fragilità. Mi è capitato di piangere in mezzo alle ragazze, di arrabbiarmi perché non mi lasciavano sfogare in pace e, pochi minuti dopo, di amarle profondamente proprio perché erano lì a raccogliere le mie lacrime.

Un’altra cosa che porterò con me della casa-famiglia è l’idea di una casa davvero aperta, dove c’è sempre posto per qualcuno in più, dove c’è un piatto di nshima per tutti e dove non serve una ragione particolare per essere accolti.

Essere sorelle maggiori lo abbiamo sperimentato anche quando abbiamo iniziato a incontrare i “ragazzi dello Shoprite”. Sono ragazzi che spesso vivono nei compound, in famiglie segnate dalla povertà, dall’assenza dei genitori e dall’abuso di alcol. Molti hanno lasciato la scuola molto presto e si sono ritrovati, uno alla volta, davanti all’unico supermercato di Mansa: lavano le macchine, chiedono l’elemosina, cercano di portarti le buste della spesa in cambio di qualche soldo.

Quando li vedevamo, per loro eravamo soprattutto dei portafogli, persone alle quali chiedere qualcosa perché, forse, avremmo dato più facilmente di altri. Allo stesso tempo, per me quello era un luogo abbastanza difficile: eravamo continuamente circondate e sommerse di richieste.

Poi abbiamo deciso di avviare un progetto con loro, senza grandi pretese di cambiare le cose, ma con il sogno di poterli conoscere un po’ e di dare loro uno spazio in cui sentirsi accolti e voluti bene.

All’inizio ci incontravamo una volta alla settimana per giocare a pallone e mangiare insieme, condividendo poche conversazioni, spesso limitate dal loro inglese quasi assente.

Poi abbiamo iniziato ad andare costantemente a trovarli fuori dallo Shoprite  – il supermercato – e lì ci abbiamo passato ore. Perché quando ti vedono accorrono, parlano e ballano. Magari devi parlare con una persona, ma quella persona non c’è ancora, e allora continui ad aspettare seduta sul marciapiede.

È così che, lentamente, lo Shoprite è diventato un po’ anche il mio posto. Il posto dove ci sono “i miei ragazzi”, dove andare a cercarli, dove sgridarli se sono ubriachi, dove salutare chi arriva per la prima volta e chiedergli cosa lo ha portato davanti a quel supermercato, cosa gli impedisce di scegliere un’altra strada.

E, con l’affezionarsi, il progetto ha iniziato a prendere forma.

È arrivata una cuoca che prepara il pranzo, un allenatore e un counselor del DEC, il servizio zambiano per le dipendenze, che ogni settimana incontra i ragazzi e parla con loro di droghe, dipendenze e possibilità di uscirne.

Oltre a questo, però, è arrivata anche la parte difficile. Perché organizzare una partita, trovare un allenatore, recuperare il cibo o aiutare la cuoca era semplice. Era la mia parte pratica. Quella che, davanti a un problema, si mette a fare. Molto più difficile era stare davanti a un ragazzo che ti guardava negli occhi e ti diceva di essere dipendente dall’alcol. Che ti diceva che le sue possibilità se le era sempre bruciate finendo a fumare e bere.

Lì per lì non avevo una soluzione. Non ce l’avevo perché, in molti casi, non esiste una strada semplice da indicare. Non basta dire “smetti e cambia”. Non basta spiegare che l’alcol fa male. Non basta nemmeno volerlo.

Con i ragazzi ho iniziato a vedere una fragilità che prima non conoscevo. Non soltanto la fragilità di chi non ha soldi, non ha una casa stabile o ha un problema di dipendenza. La fragilità di chi non riesce più a immaginare un futuro diverso. E questa, forse, è stata la scoperta più difficile da accettare.

Io sono cresciuta pensando che, se una cosa la vuoi davvero, in qualche modo puoi provare a ottenerla. Non sempre ci riesci, naturalmente. Ma l’idea di poter desiderare qualcosa di diverso mi è sempre sembrata quasi scontata. Qui ho capito che non lo è. Se nessuno ti insegna che puoi desiderare qualcosa di più, se nessuno ti mostra che esiste una possibilità diversa, perché dovresti cercarla?

Quando hai lasciato la scuola da piccolo, quando non hai un lavoro davanti a te, quando vivi in una famiglia in cui sopravvivere alla giornata è già abbastanza difficile, pensare a cosa potresti diventare tra cinque o dieci anni può sembrare completamente fuori dalla tua realtà. Ed è qui che è iniziata la parte più difficile del nostro compito: incoraggiarli a credere che possono farcela, insegnare loro a mettere da parte dei soldi, dare loro idee e dimostrare che crediamo in loro e nei loro progetti.

Abbiamo così iniziato a spingerli nei più diversi fronti. Per chi era interessato ad andare a scuola, abbiamo iniziato a cercare istituti che potessero accoglierli e a occuparci delle pratiche necessarie per permettere loro di ricominciare. Per chi era interessato a lavorare, abbiamo iniziato a cercare con loro negozi in affitto e a parlare con le persone che avrebbero dovuto accompagnarli.

Abbiamo imparato anche a riconoscere quelli che uno spiraglio lo vedevano, senza sapere che forma potesse prendere, perché non credevano di poter davvero farcela. È così che, accanto a loro, dicevamo: “Okay. Non preoccuparti, mi siedo accanto a te e una soluzione la troviamo”.

È una frase che io ho sentito tante volte nella mia vita. Dopo le superiori. Dopo l’università. Nei momenti in cui non sapevo quale strada prendere. Non mi ero mai fermata a pensare a quanto fosse un privilegio poter contare su qualcuno che ti aiutasse a vedere una possibilità quando tu non riuscivi ancora a farlo.

Noi, per questi ragazzi, eravamo anche questo: una persona che, per un pezzo di strada, ti aiuta a vedere qualcosa che da solo non riesci ancora a vedere.

Ed è forse questo che porto via dallo Zambia. Porto meno fretta, con la consapevolezza che a volte bisogna prima aspettare, ascoltare, capire. Porto il valore dell’affezionarsi alle persone. Porto la consapevolezza che aiutare non significa sostituirsi all’altro, ma camminargli accanto abbastanza a lungo perché possa iniziare a camminare da solo. E porto soprattutto una nuova idea di fragilità: quella delle proprie aspirazioni. Quella di chi non ha smesso di sognare perché non vuole farlo, ma perché ha smesso di credere che sognare sia qualcosa che possa permettersi.

Forse è proprio questo che vorrei lasciare qui. Non una soluzione. Non la pretesa di aver cambiato la vita di qualcuno. Non qualcosa fatto al posto loro. Vorrei lasciare la sensazione che una possibilità esista. E che, forse, valga la pena provarci.

Potrebbero interessarti

ISCRIZIONE NEWSLETTER

"*" indica i campi obbligatori

Cliente MDV
Cliente ROYAL
Abbonato SEMPRE

Desidero ricevere vostre comunicazioni e richieste personalizzate via email. Informativa Privacy