Questi dieci mesi a Puerto Madryn sono stati dieci mesi di vita molto preziosi. Ho condiviso la vita in casa con altri italiani in missione qua da 1-2 anni e ho partecipato a progetti locali della Caritas diocesana che comprendevano attività con bambini di quartieri più svantaggiati della città e con persone in situazione di strada, con problemi di dipendenza da sostanze.
Ho vissuto questi 10 mesi chiedendomi cosa e dove poter lasciare un po’ di me e per fortuna ho sempre avuto l’aspettativa che se fosse andata molto bene sarei riuscita a portare qualcosa di piccolo di me. Tutto questo, sapendo che per la maggior parte avrei ricevuto o avrei scelto di guardare alle cose, alle situazioni e alle persone intorno a me come doni e insegnanti di vita. Il mio obiettivo di quest’anno era riuscire a “stare” in quello che mi veniva dato da vivere cercando di fare tutto partendo sempre da un’intenzione di dono e gratuità verso gli altri.
Cosa lascio qua? Lascio in prestito? Lascio per sempre? Lascio in senso di donare? Lascio nel senso di terminare per dare il via a un nuovo inizio?
La mia risposta è che lascio salutando con il cuore pieno, gli occhi lucidi, le mani e le braccia cariche di energia come quando si saluta una persona dal finestrino di un auto in movimento.
Lascio cose di me? O lascio cose di altri? Sono io che lascio qua o è tutto ciò che c’è qua che mi sta lasciando andare?
Il “lasciare” lo voglio interpretare in questi due modi: come uno slacciare un nodo che ha tenuto insieme ciò che doveva e ora può allentarsi, e come un donare, “abbandonare gratuitamente” e con immensa gratitudine tutto quello che mi è possibile lasciare di mio, del mio essere.Quindi lascio ogni incontro che ho avuto con ogni persona, lascio sorrisi, abbracci, risate, pianti, connessioni. Lascio il fervore interno della colonia de verano, lascio i bimbi del Peròn, lascio la famiglia che mi ha accolto e “cuidato” in casa tutto quest’anno, lascio abbracci che mi hanno fatto battere il cuore, lascio momenti di silenzio che si sono fatti capire senza alcuna parola, lascio una lingua che ha iniziato a far parte della mia vita quotidiana, lascio abitudini, gesti, odori, colori. Lascio qualcosa di molto bello, questo sicuramente.Dopo tutto questo carico di cose che lascio, che saluto con tutta l’energia che ho nelle braccia, nei miei occhi e nel mio sorriso, cosa mi porto?Cosa “llevo” con me come porto sicuro? Cosa decido di salvare e cosa no? Cosa invece è e farà per sempre parte del mio bagaglio personale che io lo voglia o no? Cosa mi porto indipendente da me?
Cosa mi porto lo interpreto come “cosa mi im-porta”? Cosa nutrirà la mia vita e i miei giorni da ora in avanti? Come decido di guardare alle cose da adesso in poi o come sento di starle già guardando?
Alla fine credo di portarmi tutto quello che lascio, ogni volto, ogni sguardo, ogni abbraccio, ogni connessione, ogni brivido di gioia.
Mi porto la consapevolezza di sapere che l’importante è esserci, è stare qui, nel momento in cui siamo, con le persone con cui siamo, nel luogo in cui siamo cercando di guardare, assaporare, respirare, camminare, parlare, comunicare, di “essere” di esserci. Imparare quindi a stare in ciò che ci è stato messo non solo davanti agli occhi, ma anche di fianco, al nostro lato, l’imparare a stare accanto alle cose, alle persone, ai luoghi.
Se potessi parlare a Puerto Madryn e a quest’anno di servizio civile direi “Ti sono voluta stare accanto Puerto Madryn, ho voluto conoscerti piano, guardandoti negli occhi, scoprendo il tuo sguardo fatto di meseta e di oceano, di centro città curato e di periferia abbandonata, di strade sterrate e di buche, di cani al guinzaglio e di cani randagi, di piogge improvvise e di vento costante, di sguardi felici e di parole strazianti, di voglia di fare e di attesa per capire, per conoscerti“.
Nel mio zaino di ritorno rimane tutto ciò che il mio cuore ha sentito. Mi porto la versione di me che ho imparato a conoscere qua, che possa essermi da guida se nel futuro mi sentirò di non aver trovato il mio posto. Mi porto il senso di pace di sapere che la Linda che ho conosciuto qua possa ricordarmi che, in un posto in Argentina vicino al Polo Sud, mi è capitato di sentire di appartenere ad un luogo e a delle persone, senza il desiderio di voler scappare, ma con il consiglio del cuore di voler restare e abitare un luogo e delle persone che mi hanno fatto sentire “al posto giusto”.
TAG: esperienze, Volontariato
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