Sono Jehona, Casco Bianco nella splendida Mansa. Durante il mio servizio ho avuto la fortuna di vivere accanto ai bambini e ai ragazzi della Fatima Home for Children, una casa gestita da mamma Susan, che accoglie otto ragazzi e ragazze di età diverse e con esigenze differenti. Fin dai primi giorni mi sono ritrovata, quasi naturalmente, a essere per loro una sorella maggiore: una presenza con cui condividere la quotidianità, ascoltare, ridere, giocare e, quando necessario, semplicemente esserci.
Quando non ero alla Fatima Home, trascorrevo il mio tempo con un gruppo di ragazzi vulnerabili che vivono gran parte delle loro giornate per strada, spesso costretti a mendicare per poter andare avanti. Anche lì, senza quasi accorgermene, ho assunto un altro ruolo: quello della zia. Una zia a cui chiedere aiuto, con cui parlare, a cui affidare un desiderio o una difficoltà. Mi chiedevano di aiutarli a tornare a scuola, di trovare una possibilità diversa, o semplicemente di indicare loro una strada alternativa a quella che avevano sempre conosciuto.
In entrambi i contesti ho capito che, a volte, essere presenti può significare molto più che trovare una soluzione. Significa ascoltare, accompagnare, dare fiducia e, soprattutto, far sentire a qualcuno che non è solo.
Appena inizio a pensare a cosa lascio, mi viene in mente sempre e solo il cuore. Lascio una parte di me con tutte quelle persone che mi hanno accolta, con chi mi ha aperto le porte di casa propria e ha scelto di condividere con me un pezzo della propria quotidianità, la propria storia, i propri sogni. Lascio alle mie spalle tanto bene: un bene sincero, autentico, curioso, che le mie nuove sorelle e i miei nuovi fratelli mi hanno donato e che porterò con me per sempre.
Lascio tanti sogni che avrei voluto custodire, accompagnare e aiutare a realizzare. Lascio, almeno per ora, il desiderio di continuare a esserci per loro, di poter essere presente anche da lontano, in qualche modo.
Lascio una vita alle spalle. Un pezzo di vita in cui mi sono lanciata a capofitto, senza paura di rimetterci, esponendo tutte le mie emozioni al rischio di essere ferite. E invece quel coraggio è stato premiato.
Torno con il cuore pieno e con una ricchezza che non si può misurare: nuove consapevolezze, nuovi legami e un modo diverso di guardare me stessa e gli altri.
E poi c’è tutto quello che voglio portare con me. Porto tutto il bene che ho ricevuto. Porto quella parte di me più leggera e spensierata, quella che si mette in gioco, che non ha paura di condividere la propria vita con gli altri e di lasciarsi attraversare dalle relazioni. Vorrei che questa parte di me mi accompagnasse anche nel ritorno, nella vita di tutti i giorni, e che non andasse perduta una volta tornata a casa.
Porto con me la consapevolezza di cosa significhi esserci davvero. Di essere presenti, di ascoltare, di condividere, di prendersi cura degli altri anche attraverso piccoli gesti, attraverso il tempo che si sceglie di dedicare a qualcuno.
Porto con me rapporti così solidi e veri che mai avrei creduto di poter costruire in così poco tempo e in un luogo così lontano da casa. Legami che mi hanno insegnato che la distanza non è sempre una separazione e che alcune persone, anche quando le lasci fisicamente, continuano ad abitare una parte di te. Forse, quindi, non è davvero corretto dire che lascio. Perché una parte di quello che lascio rimane con loro, ma una parte di loro viene con me.
Torno a casa diversa da come sono partita. Con meno certezze, forse, ma con più consapevolezza. Con più domande, ma anche con un cuore più aperto. E soprattutto con la certezza che questo pezzo di vita non rimarrà semplicemente un ricordo: sarà qualcosa che continuerà a vivere nelle mie scelte, nel modo in cui guarderò gli altri e nel modo in cui sceglierò di esserci.
TAG: esperienze, Volontariato
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