Inizio a scrivere con Bad Bunny di sottofondo, e credo che questa sia la cosa più inaspettata che porto con me. Cadrò anche io nel cliché dell’anno passato troppo in fretta, anche se guardandomi indietro lo vedo pieno di tante cose, e il mio cuore non riesce a sentire altro se non gratitudine. Per tutte le persone che ho conosciuto, che mi hanno conosciuta, per tutte le passeggiate, le chiacchierate, i confronti, le lacrime, gli abbracci, gli sguardi, le canzoni. Per tutto l’amore che ho sentito e che continua a cadermi addosso come pioggia, che mi fa sorridere e quasi piangere.
Ricordo con lucidità il giorno in cui mamma e papà mi hanno lasciata in aeroporto: piangevo mentre facevo i controlli, emozionata all’idea di partire ma sentendo anche la fatica di separarmi dalla mia famiglia, dai miei amici e dalle mie amiche, dalla rete di persone a cui tanto mi sento legata. Di nuovo, tanta gratitudine: è un dono immenso quello di avere delle persone che ami tanto da stare male perché ne senti la mancanza. Ho pensato di non essere molto furba, perché se tutto fosse andato bene, se quest’anno fosse stato quello che speravo, mi sarei trovata punto e capo all’aeroporto di Buenos Aires, a sentire la stessa fatica nel salutare i posti e le persone che in questi mesi mi hanno accolta e cresciuta, a dover forzare i miei piedi per camminare e andare via.
Questi mesi sono stati qualsiasi cosa: ho avuto tanti momenti felici, mesi difficili, tanto freddo, addirittura un matrimonio. L’idea di dover fare una lista di cosa porto con me e cosa lascio qui mi spaventa, perché mi richiede di entrare in un’intensità emotiva che forse non sono pronta a chiamare per nome.
Porto con me tante cose che ho visto, e il mio sguardo che cambia nel guardarle: uno sguardo che piano piano perde profondità, e non cerca di andare oltre, ma vuole fermarsi agli occhi di chi ha davanti. Uno sguardo che non è seguito per forza da parole dette per riempire silenzi, uno sguardo che impara a conoscere le persone che incontra, con cui vive, le loro abitudini e i loro movimenti. Uno sguardo che si muove piano, che non ha fretta di capire tutto ma di conoscere.
Porto con me una valigia piena di yerba mate, sapendo che finirà molto lentamente perché non verrà condiviso con la stessa frequenza con cui si beve qui, e la lentezza nel fare le cose che piano piano ho imparato ad accettare, e forse addirittura a fare mia. La musica latina, i testi delle canzoni che ormai capisco (forse stavo meglio prima), la chacarera e le persone con cui ho ballato. Porto gli abbracci, non porto invece il dubbio che siano abbracci finti solo perché dati troppo spesso.
Porto un cuore pesante e delle mani che non sono riuscite a fare tanto, ma anche la consapevolezza che quattro mani lavorano meglio di due. E che non è per il fare che sono venuta qui, con la serenità di sapere che ripetermi questa cosa non è un tentativo di autoassoluzione o una consolazione ingenua e minimizzante. Che perché amo mi è insopportabile l’ingiustizia, e che non sono disposta ad amare di meno solo per non farmi schiacciare dal peso delle cose brutte che conosco. Porto l’idea che condividere il tempo con qualcuno non sia mai tempo sprecato. Che c’è del buono in questo mondo, che è giusto combattere per questo. E poi porto tutti i nomi delle persone che ho conosciuto. Che non scrivo qui, perché sono solo miei.
Lascio qui i disegni appesi in cucina fatti la sera con i bimbi, le mie cose nel salotto e la libertà nel sistemarle il giorno dopo sapendo di essere a casa mia. I quaderni dei bambini e delle bambine del doposcuola con tutti i compiti fatti insieme (spero di non lasciare brutti voti in quelli di lingua, considerata la mia (s)conoscenza della grammatica castigliana). Le tagliatelle preparate all’espacio que abraza e tutte le candeline soffiate per i compleanni. La luce della cappellina e le sue panche in cui mi sono seduta accanto agli altri, gli occhi lucidi nel rendermi conto di avere degli amici e delle amiche con cui ho condiviso esperienze, sogni e riflessioni, e qualche fernet cola (questo lo lascio qui perché proprio non mi piace, giusto per il compartir).
Lascio Gustava (il pulmino utilizzato per le attività), anche perché poverina non riuscirebbe a fare troppa strada. Tutte le canzoni cantate, le chiacchierate durante i viaggi, i pomeriggi a pulirla e le preghiere fatte perché non ci lasciasse a piedi.
Ho lasciato la paura di cambiare, perdere me stessa e tornare persona diversa, esaltata e fuori fuoco. Abbraccio tutti i passi avanti che ho fatto in una strada mai vuota, grazie a tutte le parole che sono riuscita a dire, ad ascoltare e ad accogliere, e alle mani che mi hanno adesso spinta, adesso rallentata. Lascio un po’ di me, nell’attesa di venire presto a recuperarlo.
TAG: esperienze, Volontariato
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