Mi chiamo Aurora e sono stata in Servizio Civile come Casco Bianco a Ndola, in Zambia, per sette mesi. Impegnarmi in questo percorso per un periodo di tempo così prolungato mi ha portata a uscire dal pensiero dello “star facendo volontariato”, perché quel luogo è diventata la mia realtà. Non si fermava solo alle ore obbligatorie di contratto, perché sono entrata in un mondo completamente diverso e ho iniziato a viverci dentro, al meglio delle mie possibilità. È diventata quotidianità.
Ho trascorso i primi cinque mesi nel progetto dedicato alla malnutrizione infantile, chiamato “Rainbow”; gli ultimi due, invece, sono andata a fare le visite a casa dei ragazzi adottati a distanza per scrivere i report annuali per le famiglie adottanti.
Io, insieme a Cesare, il Casco Bianco con cui ho condiviso il mio percorso nel progetto Rainbow, andavamo tutti i giorni in un centro nutrizionale diverso, per un totale di 12 centri in tutta Ndola, sparsi nei diversi quartieri. Lì ci riunivamo con le mamme che portavano i loro figli, ai quali, uno alla volta, venivano monitorati il peso e la circonferenza del braccio.
Successivamente, le “helper” zambiane dei centri svolgevano una semplice ricetta di cucina per insegnare alle mamme cosa preparare da mangiare ai loro bambini e tenevano una “health talk” per spiegare come mantenerli in salute. Prima di terminare le attività veniva poi preparato un porridge per i piccoli e si concludeva la giornata consegnando del cibo per i bambini alle mamme.
Grazie a questo progetto ho conosciuto Maxildah, una signora zambiana che coordina tutti i centri nutrizionali ed è operatrice all’interno di tre di essi. Maxi non è stata solo una tutor per il servizio che dovevo svolgere: è stata un’amica con cui scherzare, un sostegno morale, una confidente ma soprattutto la persona più “matta” che abbia mai incontrato. Lei rappresenta sicuramente una delle “cose che porto con me” di questo speciale periodo.
Porto sicuramente con me anche tutte le persone, nel bene o nel male, che ho incontrato. In particolare rimarranno per sempre nel mio cuore i miei compagni Ester, Cesare, Riccardo, Alessia e Jehona. Da ognuno di loro ho preso qualcosa che mi ha aiutata ad affrontare le situazioni e a far evolvere il mio carattere e la mia persona, e sono molto felice di questo.
Mi porto a casa quindi anche la consapevolezza che, per quanto diversi possiamo essere tra di noi, si può sempre imparare qualcosa dalle persone che abbiamo intorno, ed è importante fermarsi ed accorgersene.
La cosa principale che mi porto è quindi soprattutto una nuova consapevolezza di me stessa: del mio carattere, delle mie debolezze, dei miei limiti, di una forza che in alcuni momenti pensavo di non avere, ma anche un bagaglio di esperienze e relazioni con cui so di poter affrontare meglio ciò che verrà.
Dire invece cosa ho lasciato è più complicato, perché questa esperienza mi ha restituito sicuramente molto più di ciò che avevo da offrire. Spero di aver lasciato un sorriso alle mamme dei centri nutrizionali, che spesso era l’unico linguaggio in comune con loro, e spero di aver lasciato anche io una parte della mia personalità ai miei compagni e alle persone che ho incontrato.
Sono molto grata di aver avuto la possibilità di vivere un’esperienza così diversa da quella a cui ero abituata, di aver conosciuto persone e realtà nuove, ma anche di aver avuto la possibilità di arrabbiarmi, stare male e mettermi in discussione. Perché preferirò sempre vivere qualcosa che mi cambia e mi fa scoprire nuovi modi di vedere il mondo, piuttosto che rimanere ferma in una realtà sempre uguale, senza accorgermi che esiste molto altro oltre ciò che conosciamo e a cui siamo abituati.
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