Argentina Caschi Bianchi

NON IMPARO DALLE BRUTTE ESPERIENZE: IO IMPARO DA QUELLE BELLE

Dopo una vita di abusi e dipendenza, Karina decide di intraprendere un cammino di recupero e riscatto, mantenendo viva la speranza di potercela fare, tra dolore e resistenza. Quando si guarda indietro, lo fa con la consapevolezza che raccontare la sua storia la aiuta e con la speranza che possa aiutare altri: l’intervista di Linda e Paola 

Scritto da Linda Pirini e Paola Lovato, Caschi Bianchi in Servizio Civile con APG23 a Puerto Madryn

“A me non dà fastidio che utilizziate il mio nome vero, l’importante è che si sappia che questa è la mia storia: si uno quiere, puede”. Il verde è il colore preferito di Karina. Dice che le piacciono anche il blu ed il viola, ma il verde è il colore che più la rappresenta: “verde speranza, e io la speranza non l’ho mai persa”.

È martedì, durante il momento di condivisione all’Espacio Que Abraza – il centro dove incontriamo ragazzi/e e adulti che provengono da una vita di strada – la psicologa chiede a chi vuole di raccontare chi sia “la propria persona”, la spalla nei momenti difficili, la mano che ci aiuta a rialzarsi quando si cade o semplicemente chi, in quei momenti, si sdraia vicino a noi. Karina prende la parola e, senza filtri, inizia a raccontarsi: è stata lei, per tanto tempo, l’unica persona per sé stessa.

Quando Karina ha otto anni, vive a Buenos Aires con la nonna ed il compagno di lei. È lui ad iniziarla alla droga, facendole fare uso di marijuana e poxi-ran – una sostanza chimica con effetti psicoattivi e vasoattivi – per stordirla e poterla abusare sessualmente.
Complice il silenzio della nonna, in quella casa Karina si ritrova sola con qualcosa che le è stato messo dentro senza che lei lo scegliesse. Passano gli anni e fa l’unica cosa che le riesce: lo nutre. “Il consumo faceva già parte di me, lo avevo già dentro e così ho deciso di portarlo fuori”. Così a tredici anni inizia ad usare il paco, una sostanza ricavata dagli scarti della cocaina: economica, accessibile, devastante. A quindici, lascia quella casa e va a vivere in strada: lì, almeno, quello che le succede non viene da chi dovrebbe proteggerla.

La vita di strada è già troppo pesante, imparare a vivere e a sopravvivere è già tutto, e aggiungere il peso dell’astinenza è impensabile. Non sente di aver altra scelta e così continua a fare uso di paco: “la vita era consumir e solo consumir”. Di giorno fa la cartonera, raccoglie cartoni per rivenderli, ma la notte il cartone non lo compra nessuno. Conosce una ragazza della sua età che “lavora” con un gruppo di altre giovani: si prostituiscono, anche loro vivono in strada, e Karina si unisce a loro. Per dieci anni vive come cartonera di giorno e prostituta di notte, dormendo al massimo tre ore, costantemente drogata. Le giornate passano senza che lei le viva davvero, le ore senza che lei le attraversi. “La mia vita in strada come ragazza, e come ragazza di quindici anni, era terribile: le persone si approfittavano di me perché ero giovane, ero donna e vivevo in strada. Gli stessi “clienti” che venivano da me mi facevano del male. La gente mi discriminava e io mi sentivo male: perché mi discrimini perché vivo in strada? Perché non mi chiedi come sto? Mi guardavano e non vedevano come mi sentivo, vedevano com’ero: ero sporca, e gli facevo schifo”.

In quegli anni vive in strada con quattro figli, ma non riesce a prendersene cura. Le vengono tolti, ma in quel momento neanche la loro assenza riesce a scalfirla. “Ognuno ha il suo tempo di recupero: quando i miei figli erano con me, ancora non era arrivato il mio”.
Questo tempo arriva in modo violento ed improvviso: a ventiquattro anni, Karina sale su un camion con un cliente, ma dentro ci sono altri uomini. Vende il suo corpo, ma si rifiutano di pagarla: cosa pretende lei, che è solo una prostituta? Una mujer mala? Così la picchiano e, una volta incosciente, la buttano fuori dal veicolo, nel buio della notte. Si risveglia in ospedale: una coppia di anziani l’aveva trovata e portata lì, e sono ancora presenti quando apre gli occhi. La sua storia era cominciata con due anziani. Adesso ricomincia con altri due.

“Mi sveglio e mi ricordavo tutto. Il mio cervello ha iniziato a funzionare e ho detto: se continuo così e non mi ammazzano, potrei arrivare io ad ammazzare qualcuno”. Prova paura, e su questa paura inizia il suo cammino di recupero. Una scelta di cuore, dice, non troppo riflettuta: “Ho dovuto imparare a pensare: non ero abituata perché la droga zittiva tutto. Queste scelte non potevo farle con la testa: se ci pensavo, volevo tornare a drogarmi. È stato il cuore a guidarmi, e il desiderio di stare bene”.

Il primo mese lo passa in una parador, un dormitorio, senza riuscire ad uscire per la paura della strada. Poi un Hogar de Cristo – un’organizzazione che combatte la tossicodipendenza nei quartieri poveri in tutta l’Argentina, con un approccio basato sull’accoglienza e comunità – dove inizia la disintossicazione vera e propria con un percorso di tre mesi in comunità, che successivamente prosegue in forma ambulatoriale. “L’astinenza è stata terribile: la notte sognavo di drogarmi. Abbandonare la droga è stata una scelta improvvisa, di colpo: in un momento mi facevo, e poi bam, avevo smesso. Un cambio molto brusco ma in meglio. Qualche anno dopo ho avuto una ricaduta, ma anche da quella sono riuscita a rialzarmi”. Oggi sono sette anni che Karina, come dice lei, è riscattata. Quando si guarda indietro non lo fa con rimpianto, ma con la consapevolezza che raccontare la sua storia la aiuta e con la speranza che possa aiutare altri.

Ecco le domande che le abbiamo fatto e le risposte che Karina ha avuto il desiderio di condividere:

Nei momenti più difficili che hai avuto prima di farti aiutare e durante il percorso di recupero, cosa ti faceva andare avanti? Quali sono state le risorse fuori e dentro di te?

I momenti difficili ci sono sempre. Prima di iniziare il recupero vivevo drogata, e quando sei drogata i momenti difficili passano in un attimo. Adesso passano più lentamente. Io per la mia dipendenza ho perso i miei quattro figli, e questo è stato il momento peggiore della mia vita.
Qualche mese dopo l’inizio del percorso, un operatore della struttura mi ha fatto vedere due foto: una di quando ero dipendente e una di quel momento, dopo otto mesi di recupero. Io nella seconda mi vedevo meglio, più bella, potevo vedere che preferivo quella Karina, già solo dopo otto mesi vedevo le differenze. La Karina prima era magra, denutrita.

Oggi continuo ad andare avanti per prima cosa grazie all’appoggio dell’Hogar de Cristo e della mia amica C., che non mi lascia cadere. Ho sempre avuto l’appoggio di K. [ndr. volontaria dell’Hogar], che per me é stata come la mamma che non ho avuto. Lei conosce la mia storia e c’è stata in tanti momenti della mia vita, nel mio processo per stare bene. Le ricadute che ho avuto non sono state sulla droga ma sui problemi di autostima. Quando ti si abbassa l’autostima pensi “io non ce la faccio più, non posso più”, ti stanchi di non riuscire ad andare avanti, che la tua testa non si ferma nel pensare, perché adesso pensa, ma prima no. Prima la droga mi lasciava assuefatta. K. mi ha visto nei momenti in cui ho pensato di non farcela più, un giorno mi disse “No! Te sei forte per tutto quello che hai vissuto e che stai vivendo, per aver scelto di separarti da una persona che ha scelto di continuare ad essere tossicodipendente. Forza, vai avanti!”. Lei mi ha dato sempre la sua forza, le persone che ho attorno ora non sono le stesse di prima e questo fa la differenza. Ora è come se mi fossi abituata ad una routine: tu sai che tutti i giorni devi mettere in carica il telefono altrimenti non va, allo stesso modo sai che tutti i giorni devi alzarti con il piede giusto, e prenderti cura di te a partire dalle piccole cose, con l’obiettivo di stare bene per te e per gli altri.

Qual è stata la cosa più difficile nell’abituarti ad una vita quotidiana fuori dal tunnel della droga e della prostituzione?

Vivere senza drogarmi è stata la cosa più difficile, perché puoi decidere di lasciare la droga però la parte più dura inizia dopo. La cosa più complicata è stata iniziare a pensare: a come stai davvero, a tutto quello che hai fatto. Ho dovuto imparare a convivere con il pensiero che quando ero drogata non mi fregava niente, nemmeno dei miei figli: è stato difficile continuare a vivere sapendo della loro esistenza e di non poter stare con loro. Io mi sentivo una persona cattiva, una persona che aveva fatto cose orribili, pensavo di non meritare neanche la vita e ci sono stati momenti in cui avrei voluto togliermela. Come ho fatto a perdere i miei figli per la tossicodipendenza? Non ho scelto io di lasciarli andare, mi sono stati tolti, e io davo la colpa a me stessa. Ma le cose succedono per una ragione: adesso sto accettando che con me non avrebbero avuto una bella vita, perché stare in strada non è vita. Mi pento di non essere stata una buona madre, di non essere stata con loro. Ma quello era il momento del pentimento, adesso è il momento di stare bene e di prendermi cura di me, perché il giorno che li riveda sia meraviglioso, e perché se non ami te stessa, non puoi amare gli altri.

Com’è la tua vita oggi?

Adesso vivo a Puerto Madryn, a ottobre dell’anno scorso ho dovuto scontare una vecchia condanna e sono stata in carcere fino al mese scorso. Anche in carcere ho dovuto combattere con il mio diavolo, l’astinenza, perché è tosta. Ma anche in carcere ho trovato delle ragazze che sono state al mio fianco, e quando sono uscita e mi offrivano quella roba, io sono riuscita a dire di no, e sono fiera di questo. In passato non ce l’avrei fatta, ma adesso la mia vita è diversa: è riuscire a stare a casa, lavorare, riuscire a fare qualcosa. È davvero difficile, ma solo così riesci a godere della vita, perché quando sei drogato ti godi solo la droga: non ti godi il mondo, i tuoi figli, non ti godi niente. Per questo devi farti aiutare: nessuno si salva da solo. Il mio sogno è poter aiutare le persone che decidono di lottare contro la droga, perché chi ha vissuto la tossicodipendenza e l’ha superata sa bene cosa vuol dire, sa quanto è difficile perché ha vissuto tutta la fatica sulla sua pelle. Ma ogni cosa a suo tempo.

C’è un verso della mia canzone preferita, “Imposible” dei Callejeros, che dice: “Donde la gente de mierda este muerta y los buenos, vivos” ed è dove voglio vivere io: sono stata una persona di merda, ma quella merda adesso è morta e adesso c’è una persona nuova, e quella persona nuova è Karina, sono io.

Se uno vuole, può farlo: deve avere la forza e la volontà, e a chi non ha la volontà spero che arrivi in tempo, perché a volte c’è chi per la droga finisce in carcere, e lì puoi ancora avere occasioni di recupero, o ci muori, e quando sei morto non puoi più farci nulla. Il tempo passa allo stesso modo per tutti, e passa velocemente: disfrutalo.

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