Abbiamo conosciuto Felipe al comedor, una mensa per persone senza fissa dimora situata nel quartiere di Peñalolén a Santiago del Cile, dove prestiamo servizio durante il nostro Servizio Civile. Il comedor è uno spazio che Felipe frequenta da alcuni anni e dove trascorre parte delle sue giornate. Tra un pasto e un allenamento di malabarismo (giocoleria), ci ha raccontato la sua storia: un percorso segnato da povertà, umiliazioni, solitudine e consumo di droghe, ma anche dalla determinazione a non rinunciare a ciò che ama.
Quando si incontra Felipe si percepisce subito quanto il circo sia molto più di una semplice passione, per lui rappresenta una possibilità di riscatto e una speranza a cui aggrapparsi nonostante le difficoltà che hanno segnato la sua vita fin dall’infanzia.
Cresciuto in un ambiente molto difficile, circondato fin da bambino da persone dipendenti da sostanze, Felipe si è trovato presto a dover affrontare la solitudine e l’abbandono, con un padre violento che ha deciso di cacciare il proprio figlio di casa perché aveva provato a ribellarsi alle sue aggressioni.
Per Felipe la strada è diventata ormai da molti anni la sua casa , lì ha trovato dei compagni, degli amici che gli hanno insegnato dei trucchi di circo aiutando a coltivare il suo sogno.
Per comprendere meglio la sua storia è importante conoscere anche il contesto in cui vive. In Cile la giocoleria di strada è una realtà molto diffusa: è frequente vedere artisti esibirsi ai semafori durante il rosso, offrendo brevi spettacoli agli automobilisti in cambio di una piccola offerta. Per molti giovani questa attività rappresenta una delle poche possibilità di sostentamento e di espressione artistica. Tuttavia, come racconta Felipe, l’arte circense continua a essere poco valorizzata e scarsamente sostenuta, costringendo molti artisti e compagnie a vivere in condizioni di forte precarietà e svalutazione, con le vulnerabilità che ne susseguono.
La testimonianza di Felipe è quella di un giovane che, pur incontrando la povertà, la violenza e la dipendenza da sostanze, continua a nutrire una speranza di riscatto. Abbiamo deciso di dare spazio alla sua voce, al racconto del suo sogno, che è l’unica speranza alla quale aggrapparsi da quando aveva 12 anni.
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