Brasile Caschi Bianchi

TRA DROGA E INVISIBILITA’

“Vivendo questa esperienza da vicino, ho potuto vedere quanto sia importante creare luoghi in cui le persone possano sentirsi accolte e non giudicate”. Simone ci racconta le storie delle persone conosciute in Comunità Terapeutica in Brasile e riflette sull’importanza di non normalizzare la dipendenza

Scritto da Simone Spezzi, Casco Bianco in Servizio Civile con APG23 a Coronel Fabriciano

Ci sono realtà che, a forza di ripetersi, rischiano di diventare invisibili. A Coronel Fabriciano, nello Stato di Minas Gerais, dove svolgo Servizio Civile, la presenza della droga è una di queste.

Capita spesso di vedere ragazzi molto giovani coinvolti nello spaccio o già segnati dalla dipendenza. Alcuni restano per ore agli angoli delle strade, altri dormono sui marciapiedi sotto effetto di sostanze, mentre le persone continuano a passare accanto a loro come se quella scena facesse ormai parte della normalità.
Anche i quotidiani locali riportano frequentemente episodi di giovani che perdono la vita in contesti legati al traffico di droga, a conflitti tra bande o a dispute territoriali. Vivendo qui, però, ciò che colpisce maggiormente non è soltanto la violenza, ma il modo in cui certe situazioni finiscono per essere accettate come inevitabili.

Durante il servizio nella comunità terapeutica, ho incontrato persone con storie molto diverse, ma accomunate da profonde fragilità familiari e sociali. Alcuni raccontano di aver iniziato a fare uso di sostanze ancora adolescenti, spesso in contesti dove la droga era presente quotidianamente. In molti casi emerge un forte senso di solitudine e la difficoltà di immaginare possibilità diverse dalla strada o dalla dipendenza.

Uno degli aspetti che mi ha colpito di più riguarda le donne. Nella comunità terapeutica la presenza femminile è molto ridotta rispetto a quella maschile, e confrontandomi con operatori e persone del territorio ho compreso come questo non significhi necessariamente che il fenomeno coinvolga meno donne. Spesso, invece, sono più difficili da raggiungere. Alcune convivono con situazioni di violenza, altre con la paura del giudizio sociale o con responsabilità familiari che rendono ancora più complicato chiedere aiuto.

In diverse occasioni mi è capitato di percepire quanto la dipendenza venga affrontata soprattutto come un problema di sicurezza pubblica. Nel territorio sono frequenti operazioni di polizia e arresti legati al traffico di droga, ma osservando la realtà quotidiana emerge anche il limite di interventi che, da soli, faticano ad affrontare le cause profonde del problema: povertà, esclusione sociale, fragilità familiari e mancanza di opportunità. Accanto agli interventi delle forze dell’ordine e alle operazioni contro il traffico, che nel territorio rappresentano spesso la risposta più visibile al fenomeno, esistono anche realtà sociali che cercano di affrontarne le cause più profonde attraverso l’ascolto, l’accoglienza e l’accompagnamento.

Vivendo questa esperienza da vicino, ho potuto vedere quanto sia importante creare luoghi in cui le persone possano sentirsi accolte e non giudicate. Nella quotidianità della comunità terapeutica, anche piccoli cambiamenti assumono valore: una persona che torna a parlare con la famiglia, qualcuno che riprende gradualmente delle abitudini quotidiane, o semplicemente il fatto di sentirsi ascoltato senza essere immediatamente identificato con il proprio passato.
Raccontare queste realtà significa provare a restituire attenzione a storie che spesso rimangono invisibili e contribuire a portare uno sguardo più umano su situazioni che richiedono risposte complesse e condivise.

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