Caschi Bianchi Cile

Una nuova strada

La chiusura del progetto di Haiti, lo spostamento su Santiago del Cile, l’attesa vissuta in casa famiglia a Biella: questo il percorso di Marco che aspetta il visto per partire per il Cile

Scritto da Marco Reyneri, Casco Bianco in servizio civile con Apg23 a Santiago del Cile

Mi chiamo Marco Reyneri, ho 21 anni e vengo da un piccolo paesino in mezzo alle montagne della Valle di Susa, in Piemonte. Dopo due anni di Politecnico ho deciso di intraprendere una nuova strada e di mettermi in gioco facendo domanda per il servizio civile all’estero.

Ormai sono passati più di due mesi da quando sarei dovuto partire come casco bianco per Port-au-Prince, martoriata capitale dello stato di Haiti. Spesso mi chiedo cosa sarebbe successo se per caso fossi partito prima del colpo di stato avvenuto nella notte tra il 6 e il 7 Luglio, quanta violenza avrei visto con i miei occhi e quanta miseria, aggravata dal terremoto del 14 Agosto, avrei incontrato.

Credo sia impossibile provare a rispondere questi dubbi senza vivere in quella realtà, così tanto lontana e così tanto diversa dalla nostra ricca società. Non posso dire che in questo momento preferirei essere lì, ma penso comunque di aver lasciato un pezzo del mio cuore in quella terra dopo aver avuto l’occasione di incontrare Valentina, mamma italiana della casa-famiglia che con la Comunità Papa Giovanni XXIII ha aperto ad Haiti. Con lei ho incontrato suo marito haitiano e i suoi figli: quel giorno pensavo che avrei passato un anno della mia vita con loro, ora invece sono costretto a pensarli in quella terribile situazione senza che io possa fare nulla.

Dopo la chiusura del progetto di Haiti sono stato ricollocato a Santiago del Cile, ma dopo due mesi mi trovo ancora in Italia in attesa che venga approvato il mio visto per poter partire. Giusto il tempo per potermi affezionare ai ragazzi della casa-famiglia nella quale ho prestato servizio finora, un’accogliente casetta nella zona di Biella che giorno per giorno mi ha permesso di provare le difficoltà e le gioie che la disabilità porta con sé nella quotidianità. Tra passeggiate, schitarrate, partite a carte e a calcio ho animato le giornate di tre ragazzi disabili tra i 18 e i 40 anni che, insieme ad altri ospiti ognuno con una sua particolare fragilità, nella casa-famiglia trovano un’accogliente dimora. La cura di questi ragazzi ha messo a dura prova la mia pazienza, ma come non mai mi sono sentito accolto con una naturalezza spiazzante e mi sono affezionato ad ognuno di loro.

Ora dovrò aprire un altro spazio nel mio cuore per la prossima esperienza in mezzo alle Ande: non so ancora cosa mi aspetterà e cerco di non avere aspettative, ma sono pronto a vivere l’anno futuro con tutta la disponibilità e la passione possibile, portandomi con me la “mia” famiglia haitiana e la “mia” famiglia biellese…

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