Corpi Civili di Pace Perù

(Dover) tornare

In quechua, non esiste la parola “Addio”. Al contrario, tutte le forme di congedo implicano un ritornare a vedersi: “Rikunakusun” è una di queste e significa “Ci vedremo di nuovo”. A causa dell’epidemia di Covid-19 in corso tutti gli operatori volontari dei Corpi Civili di Pace sono stati fatti rientrare in Italia, Maria ci racconta così il suo rientro non previsto.

Scritto da Maria Casolin, Corpo Civile di Pace con Ibo – Focsiv a Paita

Sto tornando a casa, ma non è uno di quei ritorni in cui si contano i minuti che ti separano dall’arrivo, dall’abbraccio, dai sorrisi.

Guardo scorrere fuori dal finestrino le colline toscane. Sin da piccola, mi erano sembrate una delle cose più belle dell’Italia; eppure oggi le guardo con gli occhi spenti che spuntano fuori dalla mascherina. Guardo il loro verde, e penso che ormai da molto tempo non mi lamentavo della sua assenza nel deserto di Paita; avevo smesso di lamentarmi anche della mancanza di montagne, perché avevo capito che bastava cercarle a qualche ora di distanza e che comunque Paita era bella così.

Praticamente nessuno pensa che Paita sia bella: il suo mare è sporcato dal porto, è grigia, è rumorosa, è sabbiosa ed è piena di ferite; eppure io la stavo amando, con quell’amore che consiste nel non voler cambiare nulla di una cosa o una persona.

Staccarsene così, senza il tempo di salutarsi come si deve e senza comprendere fino in fondo la decisione imposta, è stato un un colpo, di quelli che ricevi senza aspettartelo e che ti lasciano senza parole; c’è un momento di black-out, dopodiché cominciano ad affiorare i pensieri, i tremolii e le lacrime. Una chiamata, un “Fai in fretta le valigie ché dovete prendere il primo volo disponibile per tornare a casa”, una corsa a farmi la doccia per affrontare il viaggio, la vicina che sente il pianto e viene ad aiutarmi con i bagagli, il tempo che scorre veloce e non lascia scampo, tempo o spazio per fare tutto ciò che una persona vorrebbe fare prima di andarsene da un luogo che ha marcato la sua vita: salutare le persone più importanti, avvertire i bambini, spiegarlo ai genitori, abbracciare i compagni di lavoro; e invece niente, c’è da fare una cernita, perché il biglietto è stato preso e c’è da arrivare all’aeroporto con un po’ d’anticipo.

Quindi approfitto della bontà delle responsabili locali e in tre saliamo su una moto che ci porta dalle prime persone che mi vengono in mente, quelle che obbligatoriamente devo andare a vedere ancora una volta, perché, se me ne andassi senza farlo, penso non me lo perdonerei né il mio cuore lo sopporterebbe. 

  • Devo tornare in Italia col primo volo di oggi.
  • Lo sapevo che oggi sarebbe stata una brutta giornata.

E piangiamo insieme. 

  • Devo andare via.
  • E perché? Chi l’ha deciso? 
  • Non ci sarò quest’anno a scuola.

Lui non sa parlare bene, ma mi fissa e non dice nulla. Non serve che dica nulla. 

  • Sono venuta a salutarvi perché non ci sarò a ludoteca.
  • Dopo il 30 però torni?
  • No, tesoro.

La sorella maggiore, che è cresciuta troppo in fretta, annuisce come a dire che mi capisce. 

  • Mi hanno detto che devo tornare al mio Paese.
  • Non ci voleva, signorina. Avrei voluto passare più tempo con lei.

“Anch’io”, penso, “Anch’io”.

Alcuni bambini non capiscono, altri mi abbracciano, quelli un po’ più grandi mi riempiono di domande per trovare una spiegazione a questa necessità urgente di andarsene, e io non so rispondere: oppure, ne avrei di risposte, anche abbastanza concrete, ma sento che in questo momento non ragiono che con il cuore, e il mio cuore non accetta nessuna di queste risposte. Perciò mi limito a promettere che tornerò – perché so che lo farò, anche se non ancora quando – e passo alle famiglie successive, al prete, alle suore, agli amici, alle persone ammesse nell’arco di tre/quattro ore.

Vado pure a Pueblo Nuevo, quel paesino a venti minuti che è stato il mio posto sicuro i primi tempi, torno alla casa che è stata la mia prima casa e mi ritrovo ancora una volta davanti all’incapacità di dare spiegazioni senza che mi si inumidiscano gli occhi. Cerco di fare la forte, la persona matura che accetta gli eventi, ma di fronte ai regali, alle lacrime, agli abbracci, non ce la faccio. Tornando a Paita per prendere le valigie, vedo scorrere fuori dal finestrino quel paesaggio fatto di sabbia, arbusti e pietre, e ad ogni istante scorre nella mia mente un ricordo differente, e un po’ sorrido e un po’ piango. Raccolgo le mie cose, saluto i vicini, i gestori del negozietto di fronte a casa, la casa, il mio asentamiento humano e vado verso l’aeroporto, dove mi aspettano le due responsabili che fino all’ultimo sono una presenza partecipe e costante.

Staccandomi dal Perù, piango; staccandomi dall’America Latina, piango; durante il viaggio, ascoltando canzoni e rivivendo momenti, piango; pensando ai luoghi e alle storie lasciate dall’oggi al domani, piango. Finché non arrivo a Roma, nell’Italia quasi totalmente deserta; ma non è lo stesso deserto di Paita, nulla di ciò che c’è assomiglia a Paita, e questa mancanza di similitudini in un momento di tanta nostalgia mi lacera. Mantengo la mascherina su naso e bocca, mantengo anche le distanze di sicurezza e, seguendo queste regole, salgo sul treno che mi porterà nella mia regione e guardo senza entusiasmo, come dicevo, le colline toscane.

A strapparmi il primo sorriso è mio padre al mio arrivo in stazione, che si commuove e mi dice che immagina che io sia triste, che però lui è contento che io sia di nuovo qui. E lo capisco, come potrei non essere felice anch’io di vedere la mia famiglia? Ma non è una felicità completa. Non servono i commenti sull’accettazione, sul ringraziare per il tempo trascorso lì, perché io nel fondo so che mi spettava più tempo, che non era ancora il momento che finisse; che ho lasciato così tante cose, storie e persone a metà, in sospeso; piccole quotidianità che si sono interrotte con la velocità e la durezza di uno strappo. Il tempo lo ricucirà, suppongo.

Ora, in casa, ho molte cose da fare: riordinare le cose dal viaggio, dipingere, scrivere, finire lavori che avevo iniziato, leggere per far diminuire una pila di libri accumulatasi nel tempo. Proprio di fronte alla quella pila, nel silenzio del salotto, penso e spero che la lettura mi salverà; nel frattempo, ascolto l’ultima canzone di un cantante portoricano in cui sono racchiuse la storia della sua vita e il suo desiderio di tornare alla sua prima casa, e dentro di me risuonano le sue parole:

Non è rimasto ormai nessuno qui, a volte non voglio neanche stare qui, mi sento solo qui.

Laconico, ma è ciò che sento: con la differenza che la casa a cui voglio tornare io è la seconda.

E, nell’attesa che questo strappo interiore e che questo nodo alla gola si curino, scrivo cercando di alleggerire il cuore e di colmare la distanza fisica dal Perù; contemporaneamente, ascolto un cantautore spagnolo che là molti conoscevano e che canta la mia promessa: “Me voy / pero te juro / que mañana volveré”, “Me ne vado / però ti giuro / che domani tornerò”.

Rikunakusun, Paita. *

* In quechua, non esiste la parola “Addio”. Al contrario, tutte le forme di congedo implicano un ritornare a vedersi: “Rikunakusun” è una di queste e significa “Ci vedremo di nuovo”.

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1 commento
  1. Avatar
    Erica Castagno dice:

    Ciao Maria,
    grazie, per queste parole che credo non sia stato facile fissare sul foglio.
    Anche io sono stata in Perù, avendo quella che ora pare una fortuna, cioè finire il mio anno di servizio civile.
    Io ho avuto la mia bellissima “despedida”, tempo per salutare e prepararmi,
    eppure anche io al ritorno non riconoscevo più i miei posti, non trovavo il mio posto … ci vuole tempo,
    tempo anche per accettare che chi hai ritrovato non potrà mai capire quello che provi,
    perchè non ha toccato, guastato, vissuto quello che hai vissuto tu.
    Ti volevo abbracciare, e facendolo ti volevo sussurrare che l’unica cura che ho trovato io (dopo 3 mesi di trance, lo ammetto)
    è stata quella di raccontare il Perù e il suo meraviglioso popolo, a tutti, in tutti i modi, in tutti i momenti,
    le bellezze e le miserie, le vergogne e le magie.
    Mi dispiace davvero tanto che la tua esperienza e il tuo servizio siano stati interrotti così bruscamente,
    ma so che quello che hai ricevuto è immenso, concentrati su questo e raccontalo al mondo.
    Un abrazo hermana

    Rispondi

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