Bolivia Caschi Bianchi

Juanco e una tazza di tè

Durante l’anno di servizio civile all’estero di lasciano tante cose di sé e se ne raccolgono altre. Questa volta è Guglielmo che ci racconta il suo rientro dalla Bolivia, davanti ad una tazza di tè

Scritto da Guglielmo Rapino, Casco Bianco in Servizio Civile con Apg23 a La Paz

Sorseggio una tazza di tè, lasciando che le nuvolette di fumo si rompano in capriole. Soffio piano sul bordo di ceramica. Il sapore di anice caldo sale piano fino a bagnare con calma la pelle. In sottofondo parte un pezzo di musica etnica dei Calle 13, “Latinoamerica”. Sillabe e parole si susseguono al trotto di un rullante lento. Davanti agli occhi balzano fuori volti, sguardi, mani, i colori di un luogo lasciato da poco e che continua a ticchettare senza sosta tra i pensieri.

Lascio per un po’ volteggiare da solo il vapore del tè e abbasso lo sguardo sul polso, dove un paio di dita accarezzano senza volerlo un bracciale intrecciato in cotone fino. Come se fosse ancora incollata ai fili colorati, sento muoversi nella stanza la voce calda e profonda di Juanco mentre con lo sguardo di chi ha detto troppe volte addio mi prega di conservare quel cimelio nelle sue mani per sempre: “quiero verlo aquì cuando nos vamos a ver la proxima vez, un dia va a pasàr”.

Ho vissuto un anno in una comunità terapeutica per alcolisti e tossicodipendenti a La Paz, condividendo ogni sacrosanto momento della giornata con quel tipo di persona che è arrivata a confondere uno schiaffo da un grazie. Tornare in Italia è un po’ come uscire dal mare dopo una lunga apnea e rendersi stranamente conto che in fondo tutto quell’ossigeno, tutta quella luce, non sono così necessari e che forse l’acqua nasconde un segreto che la terraferma non conosce. Tra le pieghe dei flutti c’è una pace discreta, una pace che si lascia assaporare meglio quando manca e che condanna a cercarla nascosta nel tamburellare del giorno tra le pieghe della sabbia asciutta.

Cosa ho lasciato in Bolivia? Qualche vestito, i sorrisi spartiti sulle zolle di terra secca dell’altipiano, il piacere mistico di ascoltare il silenzio nei minibus dei campesinos di ritorno dalla campagna alla sera. Ho lasciato il mio cambiamento: la mia capacità di farmi taciturno quando la meraviglia delle persone m’invadeva gli occhi, o la scoperta sincera che ogni persona è poco meno della somma degli eventi e delle persone che l’hanno intercettata nella vita – la volontà, questo sogno maniacale del nostro mondo efficiente, è solo una flebile lucina da appoggiare all’alberello natalizio già carico di addobbi. Sopra ogni cosa ho lasciato i legacci sciolti dalle certezze di una vita comoda e sedentaria, il fascino per l’apparenza, il gusto macabro per l’appesantirsi di cose e non pensieri. Ho lasciato lì i legacci e ogni tanto, anche qui, ne rivivo la libertà sui polsi.

Cosa mi sono portato dietro? La parte mancante di tutto quello che ho lasciato sulla terra arida dell’altipiano: la leggerezza di essere meno sicuro, la tranquillità di sentirmi in pace nel silenzio (pur non fuggendo la confusione), qualche comodo vestito etnico. Il bracciale di Juanco, le sue parole, la sensazione che in quelle sillabe ci sia scavata una storia che non ho ancora vissuto ma che le sue pupille hanno saputo leggere prima del tempo.

Resto qui seduto a sorseggiare lo zigzag del fumo sulla tazza. I Calle 13 hanno chiuso la canzone da un po’ e ora vibra calmo un mantra amazzonico. Sento che sulla pelle ci sono ancora impressi tutti i segni di un anno vissuto lontano. Alcuni li trovo chiari, nitidi, altri si nascondono nel vapore del tè. So già che presto ripartirò, forse è proprio quel velo di nube grigia che mi spinge più in là.

Accarezzo ancora il bracciale in cotone, le ultime sillabe di una promessa restano immobili come una montagna appena scoperta. Già so che l’eco di quella voce mi farà ancora più vicino al punto di partenza. Imparare a inseguirlo è in fondo la lezione più grande che ho ricevuto dalla Bolivia di Juanco.

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