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Caschi Bianchi Indonesia

Testimonianza di Ina Lestari

Ruoli di genere e il peso dello stigma legato alla disabilità

Scritto da Andrea Carla Volpe, Casco Bianco in servizio civile con Caritas Italiana a Gunung Sitoli, Nias

Queste sono alcune informazioni di vita raccolte parlando con una donna che ho conosciuto vivendo a Gunung Sitoli, sull’isola di Nias in Indonesia, dove sto svolgendo il mio anno di Servizio Civile come Casca Bianca per Caritas Italiana presso la Caritas di Sibolga.

Questa donna si chiama Ina Lestari[1]. Ho conosciuto Ina Lestari a febbraio 2019. La sua famiglia è beneficiaria del progetto di Community Based Rehabilitation[2], CBR, e una delle sue figlie vive nella casa delle Suore Alma, dove anche io vivo. Questa ragazza si chiama Lestari. È la prima figlia di Ina Lestari, ha 20 anni, ha un ritardo mentale che le impedisce di concentrarsi e affligge la sua memoria a breve termine.

Andiamo spesso a trovare Ina Lestari a casa sua, a Gido, dove vive con il marito e un’altra figlia, anch’essa colpita dallo stesso ritardo della prima figlia. La famiglia ha beneficiato del supporto del CBR attraverso l’implementazione di un orto che si trova alle spalle della loro abitazione, dove coltivano melanzane che vendono una volta alla settimana. Ina Lestari ha una quarantina d’anni, non siamo certi della sua età e ha cinque figli. La prima, Lestari, come dicevo poc’anzi, vive con le suore Alma. Ellen, la più piccola, vive con i genitori. Gli altri tre figli vivono insieme agli zii, i quali considerano questi bambini come i loro e affermano che i bambini non hanno nessun problema di testa, perché vivono con noi (Ina Citra, moglie del fratello del marito di Ina Lestari). Questi due bambini, infatti, sono stati affidati alle cure degli zii a causa della precaria situazione in cui verte il nucleo famigliare.

Ina Lestari nasce a Gunung Sitoli e rimane orfana di mamma, che muore dandola alla luce. Viene cresciuta dalla sorella del padre, che considera come una madre, distinguendola dalla madre biologica che invece chiama Ibu asli. Viene cresciuta in seno alla famiglia della zia fino all’età adulta, fino al matrimonio. Frequenta la scuola fino al terzo anno, ma dice di non essere stata intelligente, anzi, si ritiene bodoh, stupida. In tre anni di scuola non aveva appreso nulla a suo dire, pertanto, da bambina, viene mandata a Medan a prendersi cura dei figli del fratello. La cognata lavorava in un centro commerciale, il fratello produceva mattoni e per tre anni Ina Lestari ha fatto da tata ai suoi nipoti. Dopo tre anni torna a Nias, su richiesta della zia, madre adottiva, richiesta fatta a tutti quanti affinché la famiglia si ricongiungesse. In seguito, il matrimonio. Inizialmente la donna non mi vuole parlare apertamente dell’incontro con suo marito, se ne vergogna, dice, ma in poco tempo prende coraggio e mi dice che in un primo momento la mamma adottiva aveva imposto un prezzo troppo alto, pertanto non riusciva ad essere sposata. Nonostante Ina Lestari avesse in mente qualcun’altro, l’unico a rispondere a quella richiesta economica era stato l’attuale marito, papà di Lestari. La ragione per cui si sente in imbarazzo a parlare del marito è che anche il marito, come le figlie, è affetto da un ritardo mentale che non sono in grado né di definire, né di descrivere in questa sede. Le suore sdrammatizzano e affermano che in questa casa sono tutti matti.

Quando Ina Lestari racconta che il prezzo imposto dalla madre adottiva era troppo alto fa riferimento alla pratica del menjujur, ovvero prezzo della sposa. Questa pratica consiste in una somma di denaro e bestiame (maiali) che vengono pagati dallo sposo e dalla sua famiglia alla famiglia della sposa. Tra il 1929 e il 1930, il termine Brideprice è stato al centro di una controversia antropologica che ha portato all’introduzione di un termine sostitutivo, Bridewalth (ricchezza della sposa). Con l’utilizzo del termine Brideprice (prezzo della sposa) si rischiava, secondo alcuni, di svilire il complesso sistema di scambio economico e simbolico che è questa forma di matrimonio e ridurlo a una mera forma di compra-vendita[3]. Attualmente, a Nias, questa pratica risulta essere una forma di sostentamento per quelle famiglie che dispongono di giovani donne da far sposare e l’ammontare della cifra che la famiglia può chiedere dipende dalla stima del “valore” della giovane.

Superato il racconto del matrimonio e la relativa timidezza nel raccontarsi, Ina Lestari mi parla di lavoro. Mi dice che da ragazza non poteva lavorare, perché per tanto tempo si era presa cura dei figli del fratello e pertanto non sapeva fare altro. La cognata, sorella del fratello, suggeriva al marito che la ragazza avrebbe dovuto imparare a lavorare, altrimenti una volta sposata non ne sarebbe stata in grado, ma la madre non voleva, preferiva che la giovane si occupasse dei bambini.

Una volta sposata piano piano sono stata capace di raccogliere la gomma (maschiatura della gomma), coltivare, raccogliere le foglie di cassava per i maiali, già al primo figlio. È stata mia cognata ad insegnarmi. Ora sono una chiacchierona, ma prima non parlavo, diam saja. Non ero libera, mia madre non mi lasciava, mi chiedeva in continuazione dove andassi. (Ina Lestari, Gido, settembre 2019)

La sua occupazione giornaliera, ora, consiste nell’occuparsi dei maiali, dell’orto e nella produzione del Tuak, una bevanda fermentata, alcolica, ricavata dal frutto di una particolare tipologia di palma e, se potesse, continuerebbe a dedicarsi alla raccolta della gomma, attività che non ha tempo di svolgere.

Ina Lestari incarna la conseguenza dell’essere una figlia femmina, orfana di madre, adottata, non scolarizzata e inizialmente privata del sapere legato alla terra di cui le donne, a Nias, sono portatrici. Ina Lestari ha pagato le conseguenze di una condizione che non si è scelta. Sposata a un uomo di cui si prende cura, Ina Lestari lamenta una mancanza di coinvolgimento nelle scelte della famiglia del marito, come la vendita di una terra e la mancanza di serietà nel restituire i prestiti, che a suo dire non le permette di vivere dignitosamente.

Il fratello di mio marito ha chiesto dei prestiti a mio marito, con i quali ha preso anche dei maiali. Ma non ci ha mai restituito niente. Infatti adesso non abbiamo soldi. (Ina Lestari, Gido, settembre 2019)

A differenza di quando si trovava in seno alla famiglia adottiva, Ina Lestari dice che, ora, non vuole stare zitta.

La sua storia è una storia di vita come tante altre, storie di donne, un tempo giovani e vendibili, e di resilienza; è una storia eccezionale ed è una storia che ci parla di disabilità con la voce di una narratrice interna.

[1] Ina Lestari significa Madre di Lestari, infatti, a Nias, nel momento in cui una donna diventa madre assume il nome del primo figlio o della prima figlia. La stessa cosa vale per il padre, Ama, in questo caso sarebbe Ama Lestari, il padre di Lestari. Il nome originale di Ina Lestari è Kasiisa

[2] La community based rehabilitation e’ un programma finalizzato all’aiuto di persone con disabilità, ma su base comunitaria, ovvero vengono stabiliti dei programmi di riabilitazione, integrazione medica, livelihood e fisioterapia. La caratteristica del progetto CBR  e’ che viene effettuato su base comunitaria, ovvero nei villaggi, rurali, con infrastrutture limitate. In questo caso il progetto e’ sostenuto dalla Caritas locale, Caritas Keuskupan Sibolga, con il contributo di Caritas Italiana e di altri piccoli donatori italiani e amministrato, realizzato, dalle suore della congregazione Alma.

[3] Dalton, G. (1966). Bridewealth” vs. “Brideprice. American Anthropologist, 68(3), 732-738.

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