Intervista con Mahmoud Zwahre, sindaco di Ma’sara e membro del Comitato Popolare dello stesso villaggio, direttore del consiglio congiunto dei nove villaggi a sud di Betlemme.

Dal 2006 il Comitato Popolare contro il Muro e le Colonie di Al-Ma’sara organizza dimostrazioni in segno di protesta contro la confisca delle terre da parte del governo israeliano. Durante la manifestazione del 1 maggio 2009 le forze di occupazione israeliane hanno arrestato Hasan Berjia, Mahmoud Zwahre (membri del Comitato Popolare), Mustafa Fuara, Azmi Ash-Shyukhi, Haggai Matar (attivista israeliano di Anarchists against the wall) e Tom Stocker (volontario inglese). Gli ultimi due sono stati rilasciati lo stesso giorno dell’arresto dietro una cauzione di 1.500 NIS e a condizione di non entrare nella Cisgiordania per due settimane. Azmi Ash-Shyukhi, Mustafa Fuara e Mahmoud Zwahre sono stati rilasciati dietro cauzione (per un totale di 50.000 NIS) il 13 maggio, dopo due settimane di detenzione in una prigione militare.
Hassan Berjia e Mohammad Berjia sono ancora detenuti.

Com’è nato il movimento nonviolento di Al-Ma’sara?

Nel giugno 2006 abbiamo iniziato a sentire l’esigenza di stabilire un movimento di resistenza contro le colonie e il muro: abbiamo quindi organizzato incontri con i contadini, le associazioni e i consigli locali dei villaggi presenti nell’area a sud di Betlemme. In quel periodo Israele aveva iniziato a confiscare terreni nel villaggio di Umm Salomona. Quando abbiamo visto quello che i nostri vicini erano costretti a subire abbiamo deciso di formare un comitato di 13 persone provenienti dai 9 villaggi circostanti, successivamente 100 persone si sono unite al comitato.

Perché il villaggio di Al-Ma’sara gioca un ruolo fondamentale all’interno del movimento?

In realtà Al-Ma’sara è il villaggio meno colpito dalla costruzione del muro, ma nel nostro villaggio è presente la percentuale più elevata di persone istruite, dunque le persone più attive del movimento provengono da Al-Ma’sara. Anche se non subiamo direttamente le conseguenze della costruzione del muro, siamo consapevoli dell’importanza di non arrendersi di fronte alla violenza e alle ingiustizie che il popolo palestinese è costretto a subire.

Perché gli abitanti dei villaggi circostanti non partecipano alle dimostrazioni?

Le persone non partecipano e a volte perfino si lamentano delle nostre iniziative perché hanno paura: temono di poter essere arrestati, feriti o perfino uccisi, come è successo a Bil’in. La partecipazione alle manifestazioni è ulteriormente compromessa dall’opposizione di alcuni influenti collaboratori palestinesi che, in cambio di favoritismi da parte delle autorità israeliane, scoraggiano gli abitanti dal protestare. Nonostante questi ostacoli, nel 2006 Mohammad Berjia ed io abbiamo vinto le elezioni del consiglio locale dei nove villaggi appartenenti all’area sud di Betlemme, ma la nostra vittoria ha reso la nostra posizione ancora più compromettente. Lo scorso 1 maggio durante la dimostrazione io e Muhammad siamo stati arrestati.

Perché credi che l’esercito israeliano adotti misure sempre più aggressive contro i dimostranti?

Le forze di occupazione israeliane intendono reprimere i movimenti di resistenza nonviolenti perché le nostre proteste dimostrano chiaramente che i palestinesi cercano di lottare per i propri diritti attraverso forme di opposizione pacifiche che non sono solo condivise, ma supportate dalla Comunità Internazionale. Attraverso le dimostrazioni nonviolente impediamo al governo israeliano di dipingere i palestinesi come violenti terroristi che minacciano la sicurezza e l’incolumità di Israele. Mettiamo Israele nella scomoda posizione di non poter mascherare i suoi attacchi armati contro civili disarmati. Israele cerca di reprimere la nostra lotta pacifica contro i suoi soprusi illegali. È per questo che l’esercito colpisce le persone a capo di questi movimenti ed è per questo che ci hanno arrestati.

Raccontaci del tuo arresto

Durante la dimostrazione del 1° maggio è stato tenuto un discorso sugli effetti del muro sulla vita dei lavoratori palestinesi. Una volta finito il discorso, i manifestanti sono rimasti di fronte alle forze di occupazione israeliane e Muhammad Berjia era in prima fila. Improvvisamente i soldati hanno preso Muhammad trascinandolo via dal gruppo. Hasan Berjia, Mustafa Fuara, Azmi Ash-Shyukhi, Haggai Matar, attivista israeliano, e Tom Stocker, attivista inglese, hanno cercato di liberarlo, ma sono stati arrestati anche loro. Poi è iniziato il lancio di lacrimogeni per disperdere la folla. Una volta finito il lancio di lacrimogeni ho deciso di andare a parlare con i soldati, per cercare di convincerli a rilasciare i miei compagni, ma sono stato arrestato anch’ io. I soldati ci hanno legato le mani e ci hanno portati nel centro di detenzione della colonia Gush Etzion dicendoci: “vediamo come riuscite a proteggervi adesso che non ci sono giornalisti e telecamere”. Il poliziotto di frontiera ha iniziato a picchiare Muhammad davanti ai nostri occhi ed ha cercato di strozzarlo. Siamo riusciti a fare alcune foto che testimoniano quanto ho appena detto e stiamo intentando una causa con il supporto di B’Tselem. Dopo averci fatto firmare un documento indicante i nostri nomi e i numeri di carta di identità, siamo stati visitati da un dottore che , nonostante le nostre condizioni fisiche non ottimali, si è rifiutato di curarci adeguatamente. L’attivista israeliano e il volontario britannico sono stati rilasciati, mentre noi siamo stati portati in prigione, anch’essa in Gush Etzion. Prima di entrare nella struttura carceraria l’ufficiale di polizia ha registrato Muhammad con un nome sbagliato e questo suo errore è stato utilizzato successivamente come prova per accusarlo di aver fornito false informazioni. Una volta entrati, ci hanno fatto indossare l’uniforme carceraria, ci hanno fatto inginocchiare per legarci mani e piedi e ci hanno condotto verso la cella, proibendoci di camminare a testa alta. È stato umiliante. Il mattino seguente sono entrati nella cella per contarci e per “facilitare l’operazione” ci hanno fatti inginocchiare e guardando il pavimento abbiamo dovuto gridare i nostri nomi. Siamo rimasti in quella posizione per mezz’ora, fino a quando le guardie non hanno finito il giro di tutte le celle. Ci hanno portato la colazione, un pomodoro e uno yogurt per otto persone. Ho deciso di rivolgermi al direttore del carcere chiedendogli “perché ci trattate in questo modo? Prima di tutto siamo esseri umani, esistono leggi internazionali che tutelano i diritti dei prigionieri che non state rispettando.” La risposta che ho ricevuto è stata la seguente : “ragioni di sicurezza”. Quando abbiamo chiesto un accendino per fumare, ci è stato risposto “Shalit non può fumare!” quindi neanche noi eravamo autorizzati a farlo. Sono rimasto in carcere per 12 giorni.

Parlaci del processo

Il 4 maggio c’è stata la prima udienza, dopo 3 giorni di detenzione. Dopo aver visionato il DVD della dimostrazione il giudice stesso ha dichiarato che non c’era nessuna motivazione per trattenerci in carcere, perché non avevamo commesso alcun atto illegale che potesse essere considerato un pericolo per la sicurezza dello Stato. Quindi ha richiesto il nostro rilascio dietro una cauzione di 5.000 NIS. L’avvocato dell’esercito ha però dichiarato di non aver avuto abbastanza tempo per raccogliere le prove contro di noi ed ha richiesto ed ottenuto la posticipazione del processo al 7 maggio. Successivamente è stato fissato un secondo appello a causa del mancato compimento dell’indagine e la cauzione è stata duplicata. Rappresentavamo ancora un pericolo per l’incolumità di Israele. Il 10 maggio l’accusa ha posticipato nuovamente l’appello al giorno seguente. L’11 maggio il nostro avvocato, procuratoci da Anarchists against the wall e dal Comitato di Bil’in, ha sottolineato la differenza di comportamento tenuto delle forze occupanti nei confronti da una parte dei palestinesi e dall’altra degli israeliani e degli stranieri, ma “era shabbat, dunque la polizia non poteva detenere troppe persone..”
Lo stesso giorno Hazmi ed io siamo stati rilasciati dietro cauzione di 20.000 NIS a testa insieme a Mustafa, la cui cauzione ammontava a 10.000 NIS. Ci è stato proibito di partecipare a manifestazioni fino alla chiusura del processo, la cui udienza finale è fissata al 9 giugno. Se siamo riusciti a pagare la cauzione è solo grazie all’aiuto di amici, del Comitato di Bil’in e alle associazioni di attivisti israeliani. Sfortunatamente la situazione è più complicata per Muhammad ed Hussan, che sono ancora in prigione.

Quali saranno le vostre prossime mosse?

Dobbiamo continuare a manifestare. Non dobbiamo arrenderci nonostante la situazione stia peggiorando. Abbiamo bisogno del supporto degli attivisti israeliani e internazionali, chiediamo loro di unirsi alla nostra lotta e di raccontare quanto sta succedendo. Ma prima di tutto abbiamo bisogno di mobilitare i palestinesi, perché sono i primi a doversi schierare in prima fila per combattere le sofferenze che sono costretti a subire.

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