Brasile Caschi Bianchi

Un’esplosione di verde e di contraddizioni: grande e piccola João Pessoa

Tra le città più verdi al mondo, João Pessoa è rigogliosa anche nei contrasti: lusso e miseria, bellezza e inquinamento, grandi risorse umane che lo Stato non riesce a gestire e valorizzare.
La testimonianza di Alessandra.

Scritto da Alessandra Tundo, Casco Bianco a João Pessoa

Il mio nome è Alessandra, sono nata a Rimini e cresciuta a piadina e pasta al pomodoro. Sono una romagnola non del tutto doc, visto che il mio cognome è Tundo e viene dal mio nonno che è pugliese. Vivo vicino allo stadio, in quel quartiere popolare così comodo e tranquillo (a parte quando gioca il Rimini) a metà tra il centro e il mare. La mia via ha quattro case e un parchetto proprio di fronte, dove la mamma mi diceva di stare attenta alle siringhe e ai “drogati”: Il mio quartiere negli anni ottanta era zona di spaccio e di eroina. Giro per la città in bicicletta come tutti i riminesi e non ho mai avuto il motorino. Alla tenera età di 28 anni ho deciso di partire come Casco Bianco con il progetto di servizio civile all’estero della Papa Giovanni e di passare alcuni mesi della mia vita in un paese di quello che è chiamato “sud del mondo”. Ho scelto questo modo di “fare volontariato” perchè penso sia una grande opportunità data dallo stato e dai cittadini italiani ai giovani fino ai 28 anni per fare un’esperienza forte e formativa, per conoscere e cercare di comprendere altri lati e realtà del mondo e per vivere insieme agli emarginati in paesi che sono già di per sé “ai margini”.

2 mesi e 13 giormi sono passati dall’inizio del mio mandato di Casco Bianco/servizio civile all’estero in Brasile, João Pessoa. Mesi di emozioni profonde e contraddizioni forti che si susseguono continuamente, vivendo con 11 persone in una casa famiglia della Papa Giovanni XXIII in Brasile. Ogni giorno sono testimone del grande sforzo e del coraggio di una famiglia, di una coppia che insieme ai suoi figli quotidianamente accoglie persone abbandonate e lasciate morire dalla società.

Qui si incontrano gli occhi spaventati e sofferenti di Severina, accolta in casa da poche settimane. Una signora che potrebbe sembrare una vecchietta ottantenne ma che all’anagrafe ha 42 anni, operata di ernia al disco e abbandonata in un letto per quasi un anno. La sua speranza è di poter camminare di nuovo, ma ancora non sa di avere la sclerosi multipla degenerativa, diagnosticata dal medico proprio in questi giorni.
Qui come compagna di casa c’è la sofferenza quotidiana di Maria, 26 anni, che tenta di accettare il suo corpo di 20 chili, che continuamente si riempie di croste e ferite che le provocano un costante dolore e che non si vogliono chiudere. Qui si condivide la volontà e la fatica di far andare avanti una casa dove si ha la consapevolezza che nessun altro può dare un tetto ed aiutare queste vite, che i servizi sociali esistono, ma che i loro sforzi non riescono a gestire l’enorme quantità di situazioni di miseria ed emarginazione.Le mie sensazioni sono specchio delle contraddizioni che permeano questa città e il Brasile intero. L’ingiustizia si sente, è forte e urla. Da dentro casa a fuori i contrasti assumono proporzioni ancora più evidenti come sotto una lente di ingrandimento. Uno squarcio del Brasile è la musica, la festa del Carnevale per strada, le case lussuose su un mare azzurro intenso, uno sciame di grattacieli che spuntano a ridosso della spiaggia splendenti e colorati, le gip e le macchine alla moda che si affiancano nella stessa identica strada al bambino scalzo, senza neanche le infradito di plastica.

E’ un bambino “di strada”, fermo alla stazione degli autobus che chiede cibo o denaro, ma talmente stordito dalla colla che neanche si ricorda cosa ha chiesto. E poi ancora il quadro continua con le case e gli edifici a più piani e sotto, proprio sotto le finestre, arrampicate sullo stesso muro spuntano le baracche che crescono una sull’altra, dove la terra è rossa e polverosa e dove le teste si muovono per raccogliere bottiglie di plastica e corrono, entrano ed escono da quelle che forse neanche loro possono chiamare “case”. Due mondi fisicamente attaccati, ma umanamente lontani anni luce. La classe alta e l’ultima classe della società in pochi metri di dislivello. La divisione è netta e chi sta in basso diventa invisibile.
Continuo a stupirmi guardando la bellezza della natura, rigogliosa e vitale in questa città che è la terza tra quelle più verdi al mondo. Il calore e il sole di una perenne estate che riscalda lucertole giganti, grigie e rugose, eredi dirette dei dinosauri. A fianco di questa vitalità ancora il contrasto: le strade sterrate, l’immondizia a lato della strada, grandi aree verdi usate come bidoni, i gesti quotidiani di tirare i rifiuti dal finestrino dell’autobus, che sia un vasetto di yogurt o un pezzo di plastica. E in tutto questo l’indifferenza delle persone alla miseria e alla sofferenza che è diventata normale, probabilmente anche per noi, che esiste in una qualsiasi nostra città europea, anche se nascosta, e che si incontra nello zingaro, l’immigrato, il drogato, il barbone.
Le emozioni forti che provo sono causate e sono conseguenza delle ingiustizie e della bellezza e ricchezza di questo Brasile, di quello che sarà la mia João Pessoa in questa esperienza di vita come casco bianco all’interno di un corpo civile di pace.

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