Il conflitto in Sri Lanka è ufficialmente terminato il 18 maggio, ma non sono pochi i lati oscuri che rimangono su questa lunga guerra.

È finita. Ufficialmente il 18 maggio 2009 si è conclusa la più lunga guerra di tutta l’Asia. Il famigerato gruppo terroristico dell’LTTE (Esercito per la Liberazione del Tamil Eelam) è stato sconfitto e la più grande operazione di salvataggio di civili è stata portata a termine.

E chi c’era può dire di essere stato testimone del crearsi della STORIA. Un’esperienza unica, affascinante e al tempo stesso sconcertante, perché a differenza di chi in Sri Lanka ci è nato, gli stranieri hanno guardato all’evento con occhi diversi. Di fronte agli assembramenti spontanei sorti nel mezzo della strada principale, in cui la gente comune, adulti e bambini, sventolano centinaia di bandiere nazionali comperate per l’occasione, scoppiano petardi, inneggiano al fantoccio messo al cappio di Prabhakaran, l’evanescente leader delle LTTE, offrono kirybat ai passanti, urlano ai megafoni e danzano in strada, di fronte a questo clima di sorprendente euforia era difficile provare esultanza o gioia. L’unica emozione che si è palesata è stato un senso di sollievo pensando ai centinaia di migliaia di civili innocenti che, forse, non saranno più bersaglio di bombardamenti o non verranno usati come scudi umani, forse. (Il dubitativo è d’obbligo in un contesto come questo, in cui, dalla ripresa degli scontri, tutti i media sono stati banditi dalla zona dei combattimenti; il che rende qualsiasi notizia una mera affermazione e qualsiasi cifra una banale stima.)

Come al termine di qualsiasi guerra c’è chi festeggia e chi versa lacrime amare, è la logica stringente dei vincitori e dei vinti, dei buoni e dei cattivi, che in Sri Lanka, grazie anche alla propaganda tipica di un regime autoritario, ha funzionato e continua a funzionare.
Per chi invece, “viene da fuori” è difficile capire chi è “buono” e chi è “cattivo”, se festeggiare o piangere, ciò che all’opposto risulta estremamente agevole da comprendere è l’esorbitante numero di morti e feriti stimati, e lo spropositato numero di sfollati trattenuti nei campi. Documenti ufficiali ONU, fino a pochi giorni fa, parlavano di 7.720 civili uccisi, di cui 678 bambini, circa 2.500 guerriglieri dell’LTTE e 1.300 soldati singalesi, e 18.465 feriti, di cui 2.384 bambini, fra il 20 gennaio e il 13 maggio. Circa 290.000 sono gli sfollati tamil, trattenuti nei 44 campi istituiti dal Governo al nord, tra Vavuniya, Trincomalee e Mannar, di cui 269.000 si trovano nella sola Vavuniya.

Le cifre delle stime sono indubbiamente molto alte, soprattutto se si considera che nelle battute finali si è trattato di una guerra combattuta in un lembo di terra di poche decine di chilometri quadrati. Ciò rende legittimo chiedersi se siano state compiute da parte dell’esercito e dei ribelli dell’LTTE violazioni del diritto umanitario di guerra, il cui principio cardine è la necessaria ed imprescindibile distinzione tra civili e combattenti.

A livello internazionale esistono organi come il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, che dovrebbe vigilare su tali violazioni, ma che ahimè, in questo caso specifico ha sfoderato tutta la sua incapacità. In seno a tale Consiglio, a seguito della conclusione della guerra, si è infatti discusso della possibilità di istituire “una inchiesta internazionale, indipendente e credibile (…) per verificare circostanze, natura e dimensione delle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario” dal momento che “vi sono forti ragioni per pensare che guerriglia e militari hanno calpestato in modo palese il principio fondamentale dell’inviolabilità dei civili” (1). La discussione si è però conclusa con un niente di fatto, il Consiglio ha approvato una risoluzione favorevole alla linea di Governo dello Sri Lanka: l’esercito è stato sollevato dall’accusa di crimini di guerra. Come spesso accade, questa inattività è dovuta principalmente a logiche di carattere squisitamente politico, che vengono anteposte al primario obiettivo di tutela di ciascun essere umano.

Dunque, anche chi aveva il potere, nonché il compito, di riconoscere le responsabilità di chi si è macchiato di crimini di guerra si è allineato all’immobilismo che sembra aver caratterizzate alcune delle peggiori tragedie umanitarie degli ultimi decenni, a cominciare dal Ruanda, per poi passare a Sebrenica, e concludersi con lo Sri Lanka. Ciò ha prodotto quello che purtroppo sta diventando un triste clichè delle dinamiche internazionali, un bagno di sangue del tutto evitabile.

Questa vicenda ha però messo in evidenza il potenziale ruolo centrale che riveste l’informazione. Nonostante il ritardo con cui si sono interessati della questione, alcuni mass-media sono stati in grado di catalizzare l’attenzione di attivisti o gruppi di interesse impegnati a far conoscere quanto stava accadendo in Sri Lanka, o come nel caso del Times, si sono esposti facendosi portavoce diretti. Il Times, noto quotidiano britannico, ha infatti recentemente pubblicato un’ inchiesta in cui, citando fonti ONU, afferma che il numero di civili uccisi nell’ultima fase del conflitto sarebbe il triplo rispetto a quando precedentemente dichiarato dall’ONU stessa. A ciò si unisce il quotidiano francese Le Monde, che dichiara che la portata della guerra sarebbe stata volutamente sottovalutata e tenuta nascosta dai massimi dirigenti delle Nazioni Unite. Lo scompiglio a livello internazionale è assicurato; fino ad ora ha avuto come effetto immediato il rilancio della proposta, da parte di Amnesty International, di un’inchiesta indipendente sui possibili crimini di guerra alla luce dei nuovi fatti emersi, ma a ciò è plausibile si uniranno altre iniziative.
Questo dimostra ancora un volta, quanto possano incidere i mezzi di informazione non solo in termini di denuncia ma bensì anche di azione, arrivando quasi a prendere il posto di organismi internazionali precipui. Naturalmente, per produrre tali virtuosismi l’informazione deve essere inderogabilmente libera e non sempre né ovunque ciò viene garantito, di sicuro non qui in Sri Lanka.

Note:

1. Alto Commissario dell’Onu per i Diritti umani, Navi Pillay

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