Cb Apg23, 2008
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L’ economia palestinese cerca un nuovo slancio attraverso la prima conferenza degli investitori.

Betlemme. Dal 21 al 23 maggio 2008 più di mille uomini d’affari da tutto il mondo si sono dati appuntamento per la prima Palestine Investment Conference (PIC). L’iniziativa è stata supportata dall’Autorità Nazionale Palestinese, da un’idea nata lo scorso dicembre a Parigi nel corso della conferenza dei donatori per i Territori Palestinesi: creare una vetrina per tutti gli investitori in Palestina.

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I lavori della conferenza, dal titolo “Partner for Change”, sono stati aperti presso l’Intercontinental Jacir Palace, a un isolato dal Muro e accanto all’Azza’, uno dei campi profughi di Betlemme. Per la sessione d’apertura erano presenti le massime cariche dell’Autorità Palestinese, il presidente Abu Mazen e il primo ministro Salam Fayyad. Hanno partecipato inoltre diverse personalità internazionali quali Tony Blair e il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner. L’evento aveva un budget di 3 milioni di dollari, metà dei quali stanziati dall’Autorità Palestinese e l’altra metà dagli sponsor. La conferenza si proponeva come una svolta nell’economia palestinese, che vive un periodo di stagnazione dall’inizio della seconda intifada, quando Israele impose una severa politica di restrizione del commercio con l’estero e revocò la libertà di movimento ai lavoratori.

Il messaggio della conferenza, ribadito in svariati modi da tutti i grandi nomi che vi hanno partecipato, si riassume in una liberalizzazione del mercato, nel quale a detta dello stesso ministro dell’economia Mohammad Kamal Hassouneh, l’assenza della concorrenza con il settore pubblico renderà più agevole lo sviluppo del privato.

I partecipanti internazionali sono arrivati in prevalenza dalla penisola araba, circa il 40%, un 10% da Europa e nord America e il restante 50% dalla Palestina stessa. A questo proposito è interessante notare la presenza di 105 uomini d’affari provenienti da Gaza, ai quali Israele ha concesso la possibilità di recarsi in Cisgiordania, nonostante il blocco militare nella quale è stretta tutta la striscia di Gaza da ormai più di due anni.

Il Presidente della conferenza Abu-Libdeh, ha ripetuto a gran voce per tutti e tre i giorni uno slogan molto efficace: “You can do business in Palestine”. Ad avallare questa tesi sono stati proposti 159 progetti in vari settori, che si presuppose potessero raccogliere 2 miliardi di dollari. I vari piani di investimento sono stati presentati agli investitori durante la seconda giornata di incontri presso il nuovissimo Convention Center di Betlemme.

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L’aria che si respirava tra gli addetti ai lavori era quella di una svendita.

I Palestinesi si vedono sottrarre terra e risorse

da ormai 60 anni, lo stato israeliano si impadronisce

di tutto ciò che può essere utile allo sviluppo economico del paese,

quindi l’idea è cercare di vendere il più possibile al settore privato.

Se non possono essere padroni nel proprio stato,

tanto vale venderlo piuttosto che farselo rubare.

Si leggano i dati finali della conferenza,

comunicati alla stampa dal primo ministro

Salm Fayyad, che ha raccolto 1,4 miliardi

di dollari principalmente in progetti per

la costruzione di infrastrutture e nuove abitazioni.

Per comprendere questi dati bisogna andare

un momento alla politica degli aiuti umanitari.

Fino a metà degli anni novanta gli aiuti venivano utilizzati principalmente per la costruzione di case e infrastrutture. Con il passare degli anni, il sostegno economico dei donatori internazionali è stato spostato a favore di situazioni di grande degrado, come le attuali contingenze di Gaza, dove il pericolo di una crisi umanitaria viene scongiurato quotidianamente. Questi nuovi fondi che arrivano dal settore privato saranno un incentivo per iniziare la ricostruzione di infrastrutture necessarie alla creazione di uno stato. Il problema però è che questi non sono aiuti umanitari, bensì capitali che i vari investitori vorranno veder fruttare, quindi diverranno debito pubblico per una popolazione che non ha uno stato, lasciando l’Autorità Palestinese in balia degli investitori privati.

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Le critiche rivolte alla conferenza si possono riassumere ricordando che la Palestina non è uno stato sovrano, non gestisce gli ingressi nel paese, sia per quel che riguarda le persone, sia per i beni e i capitali. Sarà quindi difficile che un investitore decida di investire il proprio capitale con il rischio di non poterlo controllare perché gli viene negato l’accesso dalle autorità di confine israeliane. Sam Bahour, noto uomo d’affari di Ramallah, sintetizza la situazione dicendo: “Veri investimenti in Palestina ci saranno solo con una reale possibilità di accesso a Cisgiordania, striscia di Gaza e Gerusalemme-est.”.

Il problema politico è alla base del problema economico palestinese, senza una definitiva risoluzione del conflitto non c’è speranza per un’economia moderna in Palestina.

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