“Strada e grea” la strada è dura. Una frase brevissima che racchiude un mondo fatto di difficoltà, ferite e violenza. È un’espressione che sentiamo spesso durante le uscite serali in strada o al centro diurno per persone senza dimora dei Frati Missionari della Carità, dove svolgiamo il nostro servizio. Poche parole che custodiscono esperienze ed emozioni difficili da esplorare, di chi la strada la vive o l’ha vissuta.
Anche N. ce ne parla così. La strada l’ha conosciuta a quattro anni, insieme ai suoi fratelli. Tutti erano usciti di casa, allontanandosi da una situazione familiare instabile, segnata dall’alcolismo e da altre difficoltà. Quando gli chiediamo di raccontarci la sua infanzia, ci risponde: “La mia infanzia l’ho avuta un po’ più tardi”. Per lui è iniziata a dodici anni, quando ha incontrato l’associazione CONCORDIA. Da quel momento ha iniziato a frequentare la scuola, recuperando tre anni in uno per poter accedere direttamente alla quarta classe, e successivamente ha proseguito gli studi al liceo. Prima di allora, dai quattro anni in poi, aveva dovuto imparare soprattutto a sopravvivere. Era fuggito da una casa de copii, una struttura di accoglienza per minori, ed era cresciuto insieme a un gruppo di ragazzi che lo aveva coinvolto in piccoli furti e altri espedienti per tirare avanti.
“M-am descurcat” – me la sono cavata, mi sono arrangiato. “In strada non esistono amicizie. Sei da solo”.
Il legame con la strada, e in particolare con Piața Obor, uno dei mercati più grandi e frequentati di Bucarest, è rimasto forte anche dopo l’incontro con CONCORDIA: il sabato e la domenica infatti tornava a Obor, dormiva in strada con le persone con cui era cresciuto, non con la famiglia di sangue come raccontava. A un certo punto il percorso con l’associazione CONCORDIA si interrompe. N. torna a vivere in strada perché, come racconta, “sentivo il bisogno di farcela da solo” e non riusciva più a stare nelle regole “restrittive” dell’appartamento sociale in cui viveva.
A Bucarest, secondo i dati pubblicati nel 2025 dalla Direcția Generală de Asistență Socială a Municipiului București (DGASMB), si contano circa 2.000 persone che vivono in strada. In cinque anni il numero è più che raddoppiato. Numeri che raccontano un’emergenza affrontata attraverso dormitori, mense e centri diurni, ma che evidenziano anche la necessità di percorsi più profondi, capaci di restituire relazioni, fiducia e prospettive.
Quando chiediamo a N. cosa lo aiutasse ad andare avanti in strada, ci risponde che non c’erano alternative. Ogni giorno pensi solo al successivo e a trovare un luogo dove sentirti al sicuro per la notte. “In strada ci sono tutti i tipi di pericoli. Le persone non si fanno scrupoli. Dormivo armato”, ci racconta. D’inverno era ancora più difficile: ci si proteggeva dal freddo come si poteva, con coperte e teli di plastica. “È importante dove metti la testa” dice. In strada è facile cadere nell’alcol e nelle droghe, ed è molto difficile uscirne senza un percorso di cura. “Io, quando ho deciso, ho smesso senza trattamenti”.
Il primo incontro con la casa della Comunità Papa Giovanni XXIII di Bucarest – allora “Capanna di Betlemme”, oggi “Casa di Fraternità” – risale a circa sette o otto anni fa. Aveva conosciuto il sacerdote che gestiva la casa e i volontari durante l’unità di strada a Obor. “Ci incontravamo quando venivano la sera. Parlavamo. Mi facevano domande. Dopo un po’ mi hanno proposto di venire qui”. È rimasto nella casa dell’associazione per circa un anno e mezzo. Poi torna in strada: le regole della Capanna gli sembravano troppo rigide, “mi stavano troppo strette”. Anche dopo aver lasciato la struttura, però, non ha interrotto il rapporto con la casa e le persone. Ha continuato a frequentarla nei fine settimana, spesso insieme a uno dei suoi fratelli (che oggi vive qui con lui e con noi). A volte con loro c’era anche un altro fratello, che viveva anche lui in strada. Quando quest’ultimo è morto per problemi di cirrosi, N. ha telefonato alle responsabili (che nel frattempo erano cambiate). Loro lo invitano a passare, per parlarne di persona, e a fermarsi per la notte poiché N. era molto scosso da quanto accaduto. Vedendolo stare bene nell’ambiente di casa, gli propongono di restare e di riprovare a costruire lì una parte del suo percorso. N. ha accettato.
È stata una delle persone che ha accolto noi Caschi Bianchi in questa casa al nostro arrivo e da allora ci ha dato numerose lezioni di rumeno improvvisate durante i pasti. Qui in casa è diventato il “grădina boss”, il responsabile dell’orto e del giardino. La passione per la terra l’ha scoperta proprio durante gli anni vissuti in strada. Aveva iniziato a lavorare nel giardino di una persona e, attraverso quel lavoro, aveva trovato qualcosa di inatteso: la pace. “Te liniștește” – ti calma, ti dà serenità.
Verso la fine della conversazione, volendo lasciarci un consiglio, N. ci dice: “Non mi fido mai completamente di nessuno”. Una frase che ci dà forse la misura di quanto il suo vissuto lo abbia segnato nel profondo. Alla domanda su come si senta oggi, però, risponde: “Mi sento bene. Sento che sono cambiato anche nell’animo”. Poi aggiunge: “Sunt revenit”, letteralmente “sono tornato”.
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