Brasile Caschi Bianchi

Un carcere che insegna la libertà

Se nel carcere statale si assiste a una negazione della dignità umana, nell’APAC se ne sperimenta invece la valorizzazione. Qual è il senso della pena e quale tipo di società vogliamo costruire? E’ la domanda che si fa e ci fa Beatrice, che durante il suo anno di Servizio Civile ha visitato una realtà carceraria alternativa che promuove la rieducazione e il reinserimento sociale dei detenuti

Scritto da Beatrice Marani, Casco Bianco in Servizio Civile con Apg23 a Medina

Durante il mio Servizio Civile a Medina, nello stato di Minas Gerais, ho avuto l’opportunità di conoscere irmã Ideni e irmã Luciana, suore della congregazione di Nossa Senhora da Ressurreição che operano a Pedra Azul, nella Valle del Jequitinhonha, una regione segnata da un’elevata percentuale di povertà. In questa città le suore hanno dato vita a diverse opere sociali: un collegio per bambini provenienti da famiglie non abbienti, una casa di accoglienza per anziani in condizioni di fragilità economica e sanitaria e un’APACAssociação de Proteção e Assistência aos Condenados- una realtà carceraria alternativa che promuove la rieducazione e il reinserimento sociale dei detenuti.

Durante la mia permanenza a Pedra Azul ho avuto modo di visitare tutte queste strutture, compreso il carcere statale. È stata un’esperienza che mi ha profondamente colpita, lasciandomi addosso un senso di sconforto difficile da descrivere. Fin dall’ingresso si viene avvolti da un’atmosfera cupa e opprimente, la luce è scarsa, le finestre delle celle sono oscurate, e l’aria stessa sembra trasmettere chiusura e abbandono.

Entrando nel reparto delle celle, l’impatto è ancora più duro. Ci si trova davanti a un sovraffollamento estremo, spazi pensati per sei o otto persone arrivano a ospitarne anche trenta. Letti insufficienti, corpi ammassati, i carcerati vanno dai più giovani agli uomini più anziani, alcuni sono lì da pochi mesi, altri da anni. Ma al di là della durata della pena, ciò che accomuna tutti è una condizione di totale perdita di dignità.

In un contesto simile, la persona smette di essere tale. La privazione non è solo della libertà, ma dell’umanità stessa: vengono meno le condizioni minime per una crescita personale, per un cambiamento di vita. Non si tratta più di vivere, ma di sopravvivere in un ambiente che appare ostile, incapace di offrire strumenti per il miglioramento e, al contrario, rischia di alimentare frustrazione, rabbia e recidiva. Un sistema che dovrebbe rieducare finisce così per disumanizzare.

La visita è stata breve e non ho avuto modo di parlare a lungo con i detenuti, ma ciò che ho visto e percepito resterà con me. Proprio per questo, l’esperienza successiva all’APAC ha assunto un significato ancora più forte. All’interno dell’APAC ho incontrato una realtà completamente diversa, quasi opposta. Qui al centro non c’è il reato, ma la persona. Non a caso, il principio su cui si fonda questo modello è racchiuso nella frase “Todo homem é maior que seu erro”: “Ogni uomo è più grande del suo errore”.

L’APAC è un sistema brasiliano di risocializzazione dei detenuti basato sull’umanizzazione della pena, sul lavoro, sulla responsabilità e su una disciplina rigorosa ma condivisa. Ciò che colpisce maggiormente è il clima di fiducia e di apertura: i detenuti, chiamati “recuperandi”, sono coinvolti attivamente nella gestione della struttura e nel proprio percorso di cambiamento. Non ci sono guardie armate, non ci sono armi. La sicurezza si fonda sulle relazioni, sulla responsabilizzazione delle persone accolte e sul rispetto reciproco.

In questo contesto, la persona viene riconosciuta nella sua interezza e accompagnata in un percorso reale di rieducazione e reintegrazione sociale. Se nel carcere statale si assiste a una negazione della dignità umana, nell’APAC se ne sperimenta invece la valorizzazione.

Il contrasto tra queste due realtà è netto e interroga profondamente: da una parte un sistema che annulla e annichilisce, dall’altra un modello che educa, responsabilizza e restituisce speranza. È proprio in questa differenza che emerge una domanda fondamentale: qual è il senso della pena e quale tipo di società vogliamo costruire?

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