«L’altro guarirà non perché gli hai detto il suo errore, ma perché mentre parlavi ha sentito il tuo amore e gli è venuta nostalgia anche a lui di amare.» Don Oreste Benzi
Quando sono arrivata a Bucarest, ormai dieci mesi fa, ho iniziato a scrutare questa nuova città, cercando di darle un ordine. Spesso faticavo a tenere insieme i contrasti che emergevano, a trovare una chiave per comprenderli nel mio modo di guardare le cose. Con il passare del tempo, però, il paesaggio intorno a me è diventato più familiare. Ho iniziato a cogliere il filo che univa quelle sfumature che all’inizio mi sembravano stridenti e la mappa, lentamente, si è distesa davanti ai miei occhi.
Solo più tardi mi sono resa conto che lo stesso processo stava avvenendo anche dentro di me. Venivano alla luce parti di me che ancora non conoscevo, insieme a risorse rimaste fino ad allora inesplorate. Ho ritrovato dentro di me le stesse complessità che all’inizio vedevo fuori, imparando, poco alla volta, ad accoglierle.
Ho trascorso quest’ anno di servizio civile in Romania, nella casa di fraternità della Comunità Papa Giovanni XXIII a Bucarest. Questa casa è luogo di incontro e accoglienza e il punto da cui partono tutte le attività che hanno plasmato noi e il nostro tempo qui: il centro residenziale per bambini e ragazzi con disabilità dell’associazione Don Orione, l’unità di strada, il centro diurno per persone senza fissa dimora dei Fratelli missionari della Carità, gli incontri con i bambini rom, le suore di Madre Teresa di Calcutta di Ferentari (quartiere tra i più fragili di Bucarest). Contesti molto diversi, ma accomunati dalla stessa richiesta: la presenza, esserci nella quotidianità.
Il luogo in cui ho forse sentito più forte questa sfida dello stare è stato il centro Don Orione. È un impatto forte con la disabilità, sia per il numero delle persone accolte sia per la gravità delle disabilità presenti. Arrivi e non hai un compito preciso da svolgere, se non portare te stessa e curare la relazione uno a uno con i ragazzi e i bambini che piano piano inizi a conoscere. Questa libertà mi spaventava tanto all’inizio. L’unica indicazione che ci veniva data era di fare ciò che ci sentivamo. Non sapevo cosa mi sentissi di fare, se una cosa fosse giusta piuttosto che un’altra, e non avevo nemmeno le competenze linguistiche per chiedere conferma. Quel consiglio, che non sopportavo all’inizio, ho capito con il tempo essere vero: non c’era un modo giusto di fare le cose prima ancora di conoscere chi avevo davanti. C’era da conoscere quella persona, il suo modo di stare in relazione, che non necessariamente passava dalle parole o coincideva con ciò a cui siamo abituati. Sono stati i ragazzi e i bambini, che ti accolgono con una gioia dirompente, a guidarmi anche in questo. La prima volta che sono riuscita ad entrare in relazione con T., una bimba del centro, è stato attraverso la ripetizione di suoni che lei faceva. Si è illuminata. Grazie a lei ho imparato i numeri in rumeno. E ancora oggi, ogni volta che pronuncia il mio nome riconoscendomi dalla voce nella stanza, il mio cuore si restringe e si allarga, ha come una scossa di gioia.
Tra giochi e bans per strada con i bambini rom, balli con i ragazzi del Don Orione, rincorse e chiacchiere in gara (stazione in rumeno) e colazioni al centro diurno dai frati, sono stati tanti gli episodi di gioia semplice, momenti in cui c’è tutto, anche se si fa fatica a spiegarlo.
Per come sono e sento ora, questa mi sembra una quotidianità naturale, con le sue bellezze e fatiche, ma se rileggo ciò che sentivo e scrivevo all’inizio posso ricostruire un po’ la strada fatta. Prima di partire mi sentivo piena di slanci, che spesso non ero in grado di mettere in pratica e diventavano blocchi che andavano a nutrire le paure. Questi non sono spariti, ma ho imparato un po’ a buttarmi, con entusiasmo, ad andare e camminare, a fare. A volte quello che puoi fare, con le tue due mani, è il meglio che ci può essere.
Ho capito anche che, quando non ti metti nel discorso della vita, rischi di rimanere spettatrice. Questo anno mi ha chiesto di esserci, anche quando non stavo bene, anche quando avrei voluto scappare dalle emozioni più faticose. Di stare nella relazione senza sapere sempre dove avrebbe portato.
La Romania, questa terra a primo impatto dura e difficile da abitare, che tante volte ho sentito lontana, è stata in realtà canale di osservazione a doppia via. Scrutavo fuori cercando di capire e, allo stesso tempo, dentro. L’inverno è stato lungo e freddo e il cielo grigio sembrava non volesse smettere di accompagnarci. La vita vissuta qui però è stata come un’acqua cheta, ma continua, che è riuscita ad aprire passaggi in me, senza quasi me ne accorgessi, in un’intensità che mi è sembrata discontinua, a volte interrotta e persino retrocessa. Se mi fermo un attimo a guardare però, la mia disposizione interna è cambiata, piccoli click che modificano però tutto il paesaggio.
Pensare a un bilancio di questa esperienza ricca non è facile. Mi sento ancora molto immersa qui e lontana dal poter realizzare pienamente ciò che ho vissuto. So però che lascio qui delle cose e che ne lascio andare altre. E so che, accanto a ciò che porto con me, qualcosa di me rimarrà qui.
Prima di tutto lascio qui delle persone, che non elenco perché sono tante, ma soprattutto preziose. Se penso a come e dove sono nate alcune di queste relazioni mi commuovo perché sono la conferma che la relazione è bisogno, è misura dell’umanità, suo luogo naturale. Mi porto la consapevolezza della bellezza, e della fatica che è parte della sua bellezza, della fraternità come nutrimento profondo.
Lascio una casa, che sento casa mia. Una casa che continuerà ad accogliere altri passi, altre storie. Porto con me la gratitudine per ciò che abbiamo costruito insieme, per le persone con cui ho condiviso questa casa e questo pezzo di strada, e per le relazioni significative che sono nate.
Una delle prime torte per l’uscita in strada che ho preparato è stata con l’uva. Abbiamo tagliato ad uno ad uno gli acini e tolto i semi, così come avrei apprezzato che qualcuno facesse per me. Un gesto semplicissimo, quasi invisibile. Eppure mi torna in mente ogni volta che penso alla cura per l’altro, senza ancora sapere chi sarà l’altro. Forse è questo che spero di lasciare qui: non grandi cose, ma un po’ di questa attenzione, di questi gesti quasi invisibili. Un po’ del mio amore.
Mi porto la cura, che ho capito essere un po’ il mio modo di esprimermi, ma anche la consapevolezza che il confine tra cura e controllo può essere sottile. Questa è stata anche una scuola del lasciare andare.
Lascio andare la pretesa di avere subito le risposte. Porto con me l’importanza di continuare a farsi domande, anche quando non abbiamo risposte, anche quando fanno paura, imparare ad abitarle. Lascio andare un po’ del bisogno di capire tutto prima di cominciare. E porto con me la gratitudine per gli infiniti doni che ho ricevuto, che quest’anno hanno avuto soprattutto il volto delle persone che ho incontrato e con cui ho condiviso domande, stanchezza, traguardi e crescita.
Alla fine di luglio, durante un campo di ragazzi che abbiamo ospitato a casa, abbiamo organizzato una cena a casa nostra. Abbiamo invitato alcuni ragazzi del Don Orione, una famiglia rom che abita vicino a noi, i frati e i signori da loro accolti. Eravamo una quarantina, tutte persone diverse, molte delle quali non si conoscevano tra loro. Eppure quella sera c’era armonia, unione. È stata una festa e per un attimo l’ho sentito come momento conclusivo, il raccolto di tutta la bellezza di un anno. In quel giardino c’era la gioia dello stare insieme, della condivisione.
Il logo di questa struttura è un tulipano che abbraccia questa casa, una casa capace di offrire un terreno in cui chi passa possa, nel proprio tempo e nel proprio modo, sbocciare. Io qui lascio una parte di me, ma porto anche via qualcosa che continuerà a crescere altrove.
TAG: Disabilità, esperienze, Rom, Vita di strada, Volontariato
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