Caschi Bianchi Kenya

LA VITA NELLE STRADE DI GITHURAI NAIROBI: TRA INGIUSTIZIA E POSSIBILITÀ DI RISCATTO.

Githurai, quartiere densamente popolato alla periferia di Nairobi, è un luogo dove i diritti di minori e donne vengono quotidianamente messi alla prova. Tre Caschi Bianchi – Alice, Chiara e Daniele – ci portano nelle storie di Joseph e Gloria e in alcuni progetti che aprono spiragli di futuro

Scritto da Alice Scomazzon, Chiara Violani e Daniele Ceron, Caschi Bianchi in Servizio Civile con APG23 a Nairobi

Githurai non è solo uno dei quartieri più popolati nella periferia di Nairobi, in Kenya. È un crocevia di vite sospese, una frontiera urbana a pochi kilometri dal centro città, dove la vita scorre veloce, ma sembra rimanere intrappolata nelle medesime dinamiche. La rotonda principale è il cuore pulsante del quartiere, dove tra mercati informali ed il caos dei Matatu che passano sfreccianti, si muovono i cosiddetti “bambini di strada”. Secondo alcuni dati riportati da New Life for Children, in Kenya i minori che vivono o trascorrono gran parte della loro vita in strada sarebbero circa 150.000 mila. Alcuni chiedono l’elemosina tra i passanti e le auto ferme nel traffico. Sono visibili, impossibili da ignorare, e molto spesso hanno in mano una bottiglietta di plastica con all’interno un liquido trasparente. Se alcuni anni fa si trattava principalmente di colla, oggi viene utilizzato soprattutto il kerosene. Si tratta di una sostanza molto economica che viene inalata attraverso un fazzoletto imbevuto. L’uso di quest’ultima serve a ridurre la fame e il freddo: non è una scelta, ma una strategia di sopravvivenza, in quanto aiuta ad anestetizzare il dolore fisico ed emotivo, provocato dagli abusi e dalla povertà a cui questi bambini sono esposti.

È proprio durante una delle uscite di strada nel quartiere che abbiamo conosciuto Joseph. Dormiva insieme ad altri ragazzi nei pressi della rotonda principale di Githurai, ed é stato lui stesso, inizialmente, a manifestare il desiderio di tornare a scuola e a chiederci aiuto.
Successivamente abbiamo incontrato anche sua madre, che vive a Kasarani in condizioni molto precarie. Non ha un impiego stabile e svolge lavori occasionali per mantenere la famiglia. Ci ha raccontato che suo figlio aveva già frequentato la scuola in passato, ma che aveva smesso quando era entrato nel giro dei “ragazzi di strada” e che negli ultimi tempi tornava a casa solo sporadicamente.

Attraverso il progetto G9 dell’associazione Papa Giovanni XXIII, Joseph era riuscito a riprendere gli studi e a costruire relazioni positive con educatori, insegnanti e volontari. A gennaio aveva iniziato il trimestre nella scuola locale e sembrava aver trovato una nuova stabilità. Tuttavia, dopo le vacanze pasquali trascorse a casa, ha scelto di tornare nuovamente in strada.
Noi Caschi Bianchi, insieme agli educatori, siamo andati più volte a cercarlo ed a parlare con lui. In momenti come questi ci rendiamo conto di quanto la strada, nonostante la violenza e la precarietà che comporta, possa diventare anche una sorta di rifugio identitario, soprattutto per chi vi è cresciuto. Da fuori è difficile chiedersi perché un ragazzo scelga di tornare in un contesto dove la sofferenza é molta; vivendo questo contesto, abbiamo invece imparato quanto sia complesso ed individuale ogni percorso di cambiamento.

Ma la vita di strada a Githurai non riguarda soltanto i minori. Basta allontanarsi di qualche metro dalla rotonda, inoltrandosi nelle strade più strette, per incontrare un’altra realtà: quella di molte donne, alcune anche giovani, che frequentano i cosiddetti “Airport”, veri e propri club dove viene offerta la possibilità di prestazioni sessuali.
Molte di loro sono madri sole e portano sulle proprie spalle il peso economico dell’intera famiglia: alcune non hanno potuto continuare la scuola, altre si sono sposate molto giovani. Tale forma di “lavoro” viene percepita spesso come una delle poche possibilità immediate di sostentamento, conciliabile con la cura dei figli e con l’assenza di altre opportunità concrete.
In questi spazi il confine tra sfruttamento e violenza è estremamente sottile; le ragazze “lavorano” in ambienti molto poco igienici e spesso subiscono pressioni o violenze da parte dei clienti. Inoltre, il rischio di trasmissione di malattie è elevato, la percentuale di diffusione di HIV tra quest’ultime è altissima, così come quello di gravidanze indesiderate che ricadono quasi esclusivamente sulle donne.

Attraverso il progetto Amini Home abbiamo incontrato diverse ragazze che vivono o hanno vissuto la strada. Una di loro era Gloria.
Gloria l’abbiamo conosciuta proprio nei luoghi frequentati dai ragazzi di strada. Da bambina si era allontanata da casa, ed aveva iniziato molto presto a vivere in strada, facendo uso di sostanze e subendo numerose violenze. La sua storia era segnata da profonde fragilità, ma anche da continui tentativi di ripartire.
Con il supporto del progetto Amini Home aveva trascorso un periodo in un centro riabilitativo a Mombasa, uno dei centri abitativi più importanti sulla costa kenyana. Al ritorno sembrava voler ricominciare una nuova vita insieme alla sorella A. e alla figlia Z., nata da una relazione con un ragazzo di strada, poi deceduto. Tuttavia, il percorso di uscita dalla strada è spesso lungo, discontinuo e doloroso. Dopo poco tempo Gloria è tornata nuovamente a vivere per strada.
Noi continuavamo a incontrarla durante le uscite nei club e cercavamo di mantenere con lei un dialogo, anche attraverso piccoli gesti quotidiani, come invitarla al centro per una doccia, per lavarsi i vestiti, o semplicemente per mangiare qualcosa insieme. Poche settimane fa, purtroppo, Gloria si è tolta la vita.

Scrivere di lei non è semplice. Vivendo qui da mesi rischiamo a volte di abituarci a situazioni di sofferenza estrema che non dovrebbero mai diventare normali. La sua morte ci ha colpiti profondamente, lasciandoci un senso di impotenza difficile da spiegare, insieme alla consapevolezza che esserci accanto a qualcuno non sempre è sufficiente. Eppure continuiamo a credere che la presenza, l’ascolto e il tentativo di costruire relazioni abbiano comunque un valore.
Oggi la figlia di Gloria viene supportata dal progetto Amini Home insieme alla sorella e al nipote; in questo intreccio di fragilità e resistenza abbiamo compreso che il cambiamento raramente segue una linea retta: spesso è fatto di passi avanti, ricadute, attese e nuovi tentativi.

Da quando siamo arrivati qui, anche il nostro sguardo su queste realtà è cambiato profondamente: abbiamo imparato che dietro comportamenti che da lontano sembrano incomprensibili, esistono spesso traumi profondi, mancanza di alternative e desideri di riscatto fragili ma reali.
Ridurre Githurai solo alla violenza e alla povertà sarebbe però incompleto. Come abbiamo visto nel periodo trascorso a Nairobi, tra le violazioni dei diritti umani, emergono anche forme quotidiane di resistenza: bambini che tornano a scuola, costruendosi un futuro migliore, e donne che cercano un’alternativa, ricostruendo una nuova vita.
È proprio in questo spazio fragile tra difficoltà e possibilità che i progetti G9 e Amini Home della Comunità Papa Giovanni XXIII cercano ogni giorno di esserci, offrendo ascolto, presenza e opportunità concrete per immaginare un futuro diverso.

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