Corpi Civili di Pace Ecuador

L’architettura della “casa” ecuadoriana

Tra luci e ombre

Scritto da Rosaria Giorgio, Corpo Civile di Pace con Focsiv a Quito

Oggi siamo chiamati a proteggere noi stessi e gli altri dietro le mura di casa, una chiamata internazionale senza precedenti. Anche in Ecuador vige la stessa regola. Come una grande casa e come in ogni casa, anche l’Ecuador ha un ingresso, un corridoio, una cucina, un salotto, una sala da ballo e un giardino. La bellezza in ogni angolo di questa grande casa chiamata Ecuador si cela nella sua diversità storica, culturale, sociale, multietnica e ambientale, elementi che dovrebbero essere riconosciuti e rispettati come un valore da custodire per le loro specificità e unicità piuttosto che monopolizzati e schiacciati fino a renderli invisibili.

Ingresso

L’ingresso della casa è la frontiera che separa l’Ecuador dalla Colombia, Ipiales da Rumichaca. L’ingresso è probabilmente il luogo più temuto della casa: chi bussa alla porta non sa cosa lo attenderà, chi lo riceve mostra intimidazione alla vista. Negli ultimi anni l’ingresso è diventato il luogo più affollato; ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo “lo straniero” cerca di entrare nella casa e dimorare in essa in cerca di una condizione di sopravvivenza – prima ancora che dignitosa – dopo una lunga fuga dai dispotismi, dalla povertà, dalla fame e dall’ oppressione. Per chi vive dietro la porta d’ingresso i rifugiati sono sempre stati stranieri, portatori di sventura, minacce al benessere della società, ladri dei propri averi. Quei senza identità, nomadi solitari o in gruppo, non per scelta ma per il verdetto fatale di un destino inclemente, faticano ad essere accettati e accolti, mettendo a dura prova tutte le loro potenzialità umane e una gran forza di resilienza per vincere contro i mali che sono dentro di loro e intorno a loro. Allontanati dalla società, frustrati dalle aspre leggi migratorie e dalla discriminazione dilagante, vivono nella penombra e nella miseria in un altro paese che in realtà avrebbe dovuto essere la coronazione della speranza e della rinascita.  Da sempre vittime di aggressioni, pregiudizi razziali e diritti di asilo negati, in piena pandemia i migranti sono ancora più vulnerabili di fronte al disinteresse di protezione e di tutela, perché stranieri. Notevole notare come la pandemia sta provocando un cammino migratorio opposto: una fuga all’ indietro dei migranti per raggiungere il loro paese d’origine data l’assenza di attenzione, tutela e sussistenza economica a essi falsamente riconosciuta.

Corridoio

Lungo 600 km si estende da nord a sud, simile a una colonna vertebrale. In questo lungo corridoio si innalza la catena vulcanica sovrastata da colossi come il Cotopaxi, il Chimborazo e il Tungurahua. Quest’angolo della grande casa chiamata Sierra è abitato da secoli dai campesinos e dalle campesinas (contadini), che possiedono e coltivano le terre, anche a grandi altitudini, e vendono i loro raccolti soprattutto nei mercati delle grandi città. In questo lungo angolo della casa le terre appartenenti ai campesinos sono state confiscate ed espropriate, le lagune inquinate, i corsi d’acqua avvelenati, repressa con violenza e brutalità ogni forma di resistenza e di difesa perché in questo pezzo di casa ha bussato alla porta l’insaziabile sete dell’industria mineraria. Le comunità andine, ostacoli per la grande industria della trivellazione, sono state ingannate, costrette a migrare verso i centri urbani, le loro case rase al suolo, la loro terra contaminata, fino a strappare l’anima anche agli Apu, le montagne delle Ande considerate divinità e spiriti millenari. Le poche comunità andine che ancora oggi resistono e difendono le loro terre sono piene di rabbia e sete di giustizia, nonostante nel loro sangue scorrano livelli altissimi di piombo e arsenico, dovuti alla contaminazione di aria, acqua ed alimenti. Private di tutto, le comunità andine si battono contro i giganti dalle braccia di ferro, utilizzando le loro uniche armi: il dialogo e la verità.

Salotto

Decorato e impreziosito dal gusto e dall’ estetica dei conquistadores spagnoli, il salotto si posiziona al centro della grande casa, a Quito, Luz de America. Non è un caso che il salotto sia la parte centrale della casa: a 2800 metri di altitudine, Quito è stata per lungo tempo sede e dimora degli inca, poiché era il punto della terra più vicino al dio-sole. Ed esattamente dove oggi si posiziona il salotto della casa moderna, il Palacio del Gobierno, un tempo vi era la dimora di Atahualpa. Questa lussureggiante parte della casa è proprietà della privilegiata classe dirigenziale. I potenti del salotto si godono le loro vittorie dal balcone del Palacio del Gobierno che si affaccia sulla collina del Panecillo, dimora dei poveri del sud della capitale. Proprio in questo spazio della casa, i potenti stringono alleanze con le multinazionali, monopolizzano i mercati ed emanano verdetti pretendendo di sviluppare economicamente il paese e orientarsi verso la democrazia. Senza dubbio, questi tentativi di controllo rappresentano nient’altro che una prosecuzione di politiche che da sempre accompagnano lo stato ecuadoriano.

Cucina

Le trasformazioni dell’agricoltura, l’ estrattivismo e l’accaparramento di terre da parte della classe dirigente hanno sottoposto la vita sociale a tensioni e a massicci spostamenti di vaste popolazioni rurali verso i centri urbani. La disoccupazione, la povertà e la migrazione interna forzata hanno cambiato profondamente la vita delle persone: da contadini e lavoratori sono diventati venditori ambulanti e senza tetto, trasformando gli angoli delle principali strade e piazze in sale da pranzo. Zuppe, primi piatti e secondi piatti disponibili a qualsiasi ora del giorno, odori, fumi prodotti dalla brace, arepas e tortillas cucinate sul momento. Cucine mobili e pentoloni in acciaio sono gli unici averi che i lavoratori informali possiedono e dai quali ricavano denaro per poter sopravvivere alla giornata. Questo vivere con il carretto è sempre stato al centro dell’attenzione statale e pubblica, considerato dannoso per l’economia e la salute del paese. In tempi di pandemia lo stato ha voltato le spalle alle migliaia di venditori ambulanti non garantendo loro nessun tipo di protezione sanitaria ed economica; al contrario, ha colto l’occasione per cercare di eliminare questo “male” utilizzando il potere e la militarizzazione, punendo coloro che non hanno rispettato le regole della quarantena.

Sala da ballo

Una stanza povera e selvaggia, ricca di piantagioni di hevea, di mangrovie e malaria, di villaggi sviluppatesi senza un reale progetto di urbanizzazione, di case sulle piattaforme, in legno o in fango, pigramente distese sulla sponda dell’oceano, attraversate da canali che trasportano materiali di scarico. In questa grande e diversificata area della casa risiede una delle più grandi comunità afro-ecuadoriana, testimonianza del doloroso passato che affonda le radici nella deportazione violenta dei popoli dall’Africa, schiavi impiegati nelle miniere e nelle piantagioni. Le comunità afro-ecuadoriane hanno combattuto a lungo per emanciparsi e per ribellarsi, conquistandosi i loro territori e i loro diritti, come cittadini ecuadoriani, in un paradiso polveroso. Oggi la costa è la zona più povera di tutto il paese: le comunità afro-ecuadoriane sono vessate dalla fame e dalla miseria, emarginate, pregiudicate per la loro origine etnica e religiosa; le donne sono violate a causa della costante presenza di guardie armate dispiegate per controllare teoricamente la trasformazione dei siti di mangrovie in acquacolture, la salinizzazione dei corsi di acqua e i disboscamenti delle foreste vergini per alimentare l’industria del legno. Tutto questo fino ai tempi della pandemia che ha declassato e negato a queste comunità anche i loro diritti civili di degna sepoltura. Nonostante tutto, le comunità afro vivono a ritmi lenti; le giornate trascorrono piatte, ma fino al calar della sera, quando la popolazione dispiega le proprie energie, i villaggi polverosi si riaccendono, i decibel delle casse si fanno sentire e si balla fino a notte fonda. Una dimostrazione superba del fatto che le comunità afro non hanno perso la speranza e la voglia di lottare per i loro diritti umani e identitari.

Giardino

Il giardino è sicuramente la seducente regina di tutte le foreste: l’Amazzonia.
L’Amazzonia regna sovrana, vestita di un verde smeraldo, dagli occhi marroni come la terra fertile, profondi e impenetrabili come le sue acque. Indossa un mantello intrecciato dalle sue meraviglie, ricamato di boschi, vallate, flora e fauna, laghi e innumerevoli corsi d’acqua. Abbraccia il suo regno con grovigli di liane e trattiene i segreti nascosti e ancestrali dell’anima e dell’essenza stessa della vita. In quest’angolo verde della casa, che seduce e affascina, le comunità indigene quotidianamente lottano per proteggere ciò che gli appartiene, ciò che è necessario ed essenziale a tutto il mondo, contro la legge dell’abuso selvaggio dei più forti. Piane disboscate e depredate per far spazio a monoculture e coltivazioni intensive di canna da zucchero, banani e palme, laddove una volta c’erano boschi sconfinati di verde e vita selvaggia. Traffici illegali di legname, fiumi contaminati da petrolio, ruspe che rivoltano i letti dei fiumi, deviandone i corsi, per la appetitosa ricerca di metalli preziosi. Installazioni petrolifere che frugano nel ventre della terra, la biodiversità che velocemente scompare. Gli ospiti indesiderati si addentrano nella foresta e selvaggiamente saccheggiano risorse e ricchezze in un angolo della terra che non gli appartiene, lasciando milioni di comunità indigene senza risorse e mezzi per sopravvivere, sradicando le origini millenarie di pratiche, tradizioni, linguaggi unici e autentici nel mondo.

Ecco come si presenta oggi l’Ecuador: una casa insicura, ingiusta, diseguale e violenta. Costa, sierra e selva strappate dalle mani della popolazione e brutalmente concesse agli ospiti indesiderati, le multinazionali. Ogni tentativo e sforzo del governo, illusorio e di controtendenza, ha prodotto un dislivello delle distinzioni e delle classi sociali, generando sempre più una società diseguale e bipolare. La protesta dello scorso ottobre 2019 e l’attuale pandemia accentuano la mancanza di un reale controllo e gestione dei territori e la rapida degenerazione del tessuto sociale; mostrano la fragilità statale e quella delle istituzioni politiche e giudiziarie; portano a galla la corruzione dei leader politici, l’indebolimento del sistema economico e l’assenza di sanità adeguata e accessibile a tutti. Il tutto concretizzato in forme più accentuate di discriminazione, dominio della legge del più forte ed esclusione sociale. Di fronte a ciò, come nel passato anche nel presente, gli inquilini legittimi della casa sono obbligati a convivere con ospiti indesiderati, insaziabili di potere; manifestano il disaccordo, lo scontento e l’amarezza attraverso grida, lotte e resistenze pacifiche, guidati dal riconoscimento di una giustizia egualitaria, sociale e ambientale. In cambio, ogni atto di rivendicazione legittima è stato represso con il chiacchiericcio politico, la violenza, l’esclusione, la violazione dei diritti umani e civili, fino ad arrivare a massacrare ancor di più lo spazio e la terra che appartengono non solo a chi le abita da secoli, ma al mondo intero.

L’idea di democrazia e di sviluppo sociale e inclusivo – che si basa su un senso di protezione dell’ambiente – sono ancora oggi concetti troppo lontani per l’Ecuador. Fin quando l’economia del paese sarà nelle mani delle multinazionali, l’immigrazione non sarà governata dalla legalità e dall’ osservanza dei principi; fino a che la popolazione continuerà a essere oppressa e violata, attraverso lo sfruttamento delle debolezze delle comunità, e la corruzione continuerà a divorare ricchezze e risorse, l’Ecuador continuerà a soffrire e la casa a sgretolarsi.

Tuttavia, in questo scenario non si possono non notare le qualità, il coraggio e la resilienza del popolo, dei rifugiati e delle comunità indigene, andine e afro. Lentamente e scrupolosamente si riscattano giorno per giorno, poco alla volta, nella speranza di mutare la realtà e raggiungere una trasformazione sociale basata su un’organizzazione territoriale comunitaria e multietnica, una solida emancipazione femminile, uno stile di vita non capitalista, una nuova costruzione e distribuzione dei poteri e un accesso ai servizi essenziali in chiave non mercantile. Di fatto, le rivoluzioni pacifiste hanno sempre contrassegnato l’avvento di trasformazioni, rimodellando i sistemi e il mondo e ridisegnando un nuovo modello di vita, giusto e uniforme.

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