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Caschi Bianchi Uganda

La fame

Siamo nel 2019 e c’è ancora bisogno di sensibilizzare la gente sulla fame. Perché “noi muzungu – uomo bianco- la fame non sappiamo nemmeno cosa sia”.

Scritto da Rossella Corra, Casco Bianco in servizio civile con Africa Mission – Focsiv a Moroto

Una cosa di cui non si parla mai abbastanza.

Sai che c’è.

Sai che porta dolore, sofferenza e morte.

Sai che c’è, ovunque, soprattutto nei paesi in via di sviluppo.

Sai che dovrai averci a che fare, che te la troverai davanti quotidianamente.

Sai che dovrai convivere con il senso di colpa perché tu, uomo bianco, hai minimo tre pasti al giorno pronti in tavola.

Sai tutte queste cose ma non serve a nulla.

Non sei mai abbastanza pronto, abbastanza informato, abbastanza forte.

Alle 13.30, dopo la pausa pranzo, torno in ufficio con la pancia piena, ancora in abbiocco e con poca voglia di ricominciare il lavoro interrotto un’ora prima al pc. All’entrata trovo una donna in attesa: si avvicina, inizia a parlare e a raccontare la sua storia. Ti dice di avere un bambino, molto piccolo perché nato prematuro, in cura in ospedale. Dice di non avere latte perché troppo debole e a digiuno da troppo tempo. Spiega che è riuscita a comprare un po’ di farina per cucinare del porridge, in modo da recuperare le forze e ricominciare ad allattare il figlio, ma di non avere il carbone per fare il fuoco. Racconta di essersi spostata molto negli ultimi giorni, in cerca di aiuto, di missione in missione, e di esser sempre stata respinta. Si gira e mi fa vedere il piccino che porta sulla schiena, amorevolmente avvolto in una coperta, per proteggerlo da freddo e sole. Due piccoli piedini e due enormi occhioni lucidi. Mostra il biberon del bambino tutto morsicato dai topi e ripete che davvero ha bisogno di aiuto. Vorrebbe tornare a casa ma deve rimanere in città per poter portare il piccolo in ospedale per le cure, ogni giorno. Chiede 5000 scellini per il carbone e rispondo che la policy dell’ente non me lo permette, che non siamo autorizzati a dare soldi. Le consiglio di tornare dalle suore di Madre Teresa e parlare con loro, mostrando il bambino e il libretto medico. Lei cerca il mio sguardo, continuamente, mentre io lo cerco di evitare. Mi fissa dritto negli occhi e io mi sento morire. Vorrei sparire, non ce la faccio, proprio non ce la faccio. Mi sta chiedendo poco più di un euro e io non glielo posso dare. E non solo per la policy dell’ente, che spesso viene usata come scusa. Non si possono dare soldi perché purtroppo la soluzione a breve termine non rappresenta la soluzione, perché il giorno seguente sarebbe tornata a chiederne ancora, perché bisogna combattere lo stereotipo dell’uomo bianco che arriva e distribuisce soldi, in cambio di nulla. Ci parlo ancora, la lascio sfogare, e poi le chiedo scusa, le dico che mi dispiace, che deve uscire dal cancello perché nemmeno sarebbe dovuta entrare. Non era autorizzata ad entrare nella zona uffici del compound ma ha aggirato il guardiano dicendo che uno di noi l’aveva mandata a chiamare. Il guardiano poi, compreso l’accaduto e decisamente arrabbiato, caccia la donna in malo modo. Io mi rifugio in ufficio e lascio uscire tutto. Tristezza, senso di impotenza, rabbia, e lacrime. Rabbia perché quel bimbo potrebbe non farcela, rabbia per tutti i bimbi e tutte le mamme in quella situazione, rabbia per tutte le persone.

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