Caschi Bianchi Senegal

ONG tessitrici di reti

L’intervento di Cisv in difesa dei terreni invasi dall’espansione urbana nella regione di Dakar

Scritto da Ester Facotti, Casco Bianco in servizio civile con Cisv – Focsiv a Dakar

Qualche ora prima c’era, e poi non c’era più niente.

Mercoledì mattina abbiamo visitato il campo di Mor Diop, uno dei contadini beneficiari del progetto ECOPAS che, con il sostegno dell’economista dell’équipe, si stava impegnando a redigere il “business plan” della sua microimpresa. Ci aveva accolti insieme a suo figlio, Abdou, un ragazzo di 15 anni che sogna di fare il calciatore.
Mor ci aveva mostrato il campo, che stava irrigando; l’hivernage, la stagione delle piogge, è iniziata da qualche mese e questo è il periodo più produttivo per i contadini. Mor voleva formalizzare la sua microimpresa, voleva strutturarsi maggiormente per raggiungere una migliore stabilità e solidità. Il CISV lo sta sostenendo in questo. Mercoledì, dopo aver concluso la compilazione del “business plan”, abbiamo lasciato Mor.

Giovedì sera non c’era più niente.
Non c’era più il suo campo, non c’erano più le piante che bagnava, i terrazzamenti che aveva creato, non c’era più la tettoia sotto la quale si riparava dal sole. Da un giorno all’altro le ruspe hanno raso al suolo il suo campo.

Per capire cos’è successo al campo di Mor è necessario rivolgere uno sguardo più ampio a ciò che sta succedendo oggi nelle periferie di Dakar.

Il terreno di Mor si situava sulla vecchia banda di filaos: una banda di alberi piantata nel 1948 che andava da Dakar a Saint Louis, coprendo una tratta di circa 450 km sul litorale senegalese. Gli alberi erano stati piantati per fare fronte all’avanzamento della spiaggia e creare una barriera a protezione del vento distruttivo che arrivava dal mare. Con il tempo la banda è stata progressivamente distrutta per fare spazio a strade, alloggi privati, costruzioni pubbliche. La fame vorace di spazi disponibili l’ha ridotta a inconsistenti raggruppamenti di alberi. In più, la trascuratezza della zona, l’aveva resa un rifugio per banditi oltre che una zona di scarico abusivo di rifiuti.

Per tutelare e proteggere quel poco della banda che restava, le guardie forestali avevano deciso di dare la possibilità ai contadini di installarsi sulla banda stessa: essi avrebbero potuto coltivare e, in cambio, svolgere un ruolo di controllori e di protettori della zona. La concessione però non era accompagnata da nessun documento che attestasse il diritto di utilizzo della terra.

Mor era uno dei tanti custodi della banda. Come spesso capita, però, agli interessi ambientali, sociali e collettivi si antepongono altri interessi: politici, economici e personalistici. Interessi difficili da comprendere e da accettare, che portano a scelte dannose per molti, vantaggiose per pochi. Sul terreno su cui Mor coltivava è stata presa una decisione del genere: al posto del campo di Mor e di altri agricoltori stanno per essere costruite abitazioni private per i magistrati. La chiamano la “Cité de Magistrats” e avrà la forma di un mega complesso residenziale per i magistrati senegalesi.

In questa striscia di terra si crea un circolo infinito: i contadini si installano sulla banda, investono in un’attività produttiva, vengono cacciati per fare spazio a nuove costruzioni, poi si spostano verso un’altra area libera, ricominciando e reinvestendo per ri-iniziare un’altra attività, fino a quando verranno nuovamente cacciati e così via. E in una situazione di precarietà continua come si può pensare al proprio futuro? Dalle scelte fatte dai contadini, dalle parole che dicono, emerge chiaramente che il loro orizzonte futuro si ferma all’oggi, e non riesce ad andare oltre. Gli strumenti che i contadini hanno per fare fronte a queste situazioni sono limitati, se non inesistenti.

Proprio per ciò CISV, in coerenza con il suo impegno di advocacy, lavora in queste aree con la società civile, con i Comuni locali e con i servizi statali delle foreste per difendere i terreni dall’invasione urbana, ripiantare alberi e avviare attività economiche di stampo ecologico e ambientale. Da quest’esperienza ho imparato che l’advocacy è un terreno complesso, che il margine d’azione che si ha è davvero limitato: come un funambolo camminiamo su una striscia di tessuto, con il rischio di perdere l’equilibrio e di sbilanciarci. È un lavoro minuzioso e delicato, fatto di continue negoziazioni, di continue trattative e compromessi.

L’Ong ha il compito di tessere una rete tra gli attori coinvolti, che può forse assomigliare a una ragnatela per l’apparente fragilità. L’espropriazione dei terreni forse continuerà, ma i contadini stanno già iniziando a mobilitarsi e farsi sentire. 

Io sono ottimista, credo che qualcosa possa cambiare e che oltre l’apparente fragilità si nasconda l’estrema resistenza della ragnatela.

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