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Brasile Caschi Bianchi

“S” come “saudade”

La presenza a fianco dei ragazzi con problemi di dipendenza diventa la testimonianza che una alternativa è possibile e permette di ritrovare tutte quelle persone e cose che ricordano con saudade.

Scritto da Fabio Donini, CB Apg23 a Castanhal

<<Ho licenziato Dio, gettato via un amore, per costruirmi il vuoto nell’anima e nel cuore…>>

(“Cantico dei drogati”, Fabrizio De André)

Mosso dalla curiosità, apro il dizionario e cerco il significato della parola “Saudade”, ignaro che quella parola diventerà un po’ il refrain della mia esperienza in Brasile. In portoghese il termine saudade esprime il “ricordo nostalgico di persone o cose distanti, con un forte desiderio di ritrovarle e la dolcezza di sapere che ci sono o ci sono state”. Sin da subito noto quanto i ragazzi in trattamento per la dipendenza siano animati da questo forte sentimento malinconico nei confronti del passato e degli affetti perduti. Dalle loro parole mi rendo conto di quanto la loro saudade sia il frutto di un processo di auto-distruzione che ha avuto come assoluto protagonista la droga. Entro in punta di piedi nel loro dramma scrollandomi di dosso tutta una serie di pregiudizi e condanne morali, basati più che altro sull’ignoranza, su un falso perbenismo, o peggio ancora su quel riduzionismo e su quella superficialità con i quali troppo spesso siamo portati a trattare le tematiche sociali. Vedo il vero dramma di uomini che hanno perso tutto, compresa la loro dignità, in nome di un piacere momentaneo, effimero. Quel piacere che gli uomini cercano quando sono lontani da Dio e dall’aver trovato un senso alla loro vita. E’ questo il punto: capisco che il problema droga è innanzitutto un problema di significati di vita.

Eppure c’è qualcosa che non torna. Mi guardo attorno, vedo tanta devozione. Tutto parla di Dio. Le insegne sopra i negozi, i cartelloni pubblicitari, le scritte sulle magliette dei passanti. Castanhal conta decine e decine di comunità e gruppi parrocchiali impegnati nella pastorale e nel sociale. La quasi totalità della popolazione è cristiana praticante. Apparentemente non si può certo dire che si tratti di una società che ha estromesso Dio dal proprio orizzonte! Ma una conoscenza più approfondita della realtà mi fa capire quanto questa fede sia spesso superficiale, ridotta alla sola devozione e non tradotta in atti di vita concreta. I messaggi lanciati alle giovani generazioni sono estremamente contradditori. Un esempio su tutti: si predicano l’amore, la fedeltà e i valori della famiglia cristiana in un contesto nel quale la famiglia cristianamente intesa non esiste e dove l’infedeltà coniugale è la prassi. Un tale disordine sociale, acuito dalla quasi totale mancanza di riferimenti certi, non può che disorientare i giovani di Castanhal.

Un altro aspetto da non sottovalutare è quello economico-sociale. Da tempo sono evidenti i segnali del diffondersi di una mentalità consumistica e occidentalizzata anche in Paesi che fino a qualche decennio fa venivano considerati Terzo Mondo. Si parla di sviluppo, modernità, progresso e benessere per tutti: i classici slogan della società consumistica. Castanhal con i suoi stridenti contrasti sembra l’emblema di questo fenomeno: da una parte strade malmesse e quartieri degradati, dall’altra un centro moderno e vitale pieno di automobili e palazzoni. Il miraggio del benessere fa a pugni con la cruda realtà di una città in cui la mancanza di prospettive lavorative, l’assenza di una figura paterna o, comunque, di una famiglia che valorizzi e rispetti ogni suo componente, inducono molti giovani ad entrare nel mondo della droga e dell’alcool.

Prendo sempre più coscienza di quanto la problematica della tossicodipendenza sia poliedrica e complessa. Verrebbe da chiedersi: ma io che ci faccio qui? E invece mi è sempre più chiaro il senso della mia presenza in mezzo a questi ragazzi. Capisco che la pace e la non-violenza che sono chiamato a promuovere come Casco Bianco, si possono tradurre nella testimonianza più semplice che posso loro trasmettere: e cioè che è possibile dare un senso alla propria vita, senza perdersi nella droga. Penso che questo “educare all’alternativa” attraverso la semplice testimonianza di modelli positivi, possa essere una delle chiavi possibili per salvare questi fratelli e indirizzarli verso le vere risposte che da sempre cercano. E chissà che in questo modo la loro saudade non si possa trasformare in viva speranza per un futuro migliore, un futuro di vera libertà.

PrecSucc
Il Casco Bianco che accompagna, disegno di Priscila

8 Agosto 2012/ da Redazione Antenne di Pace

TAG: Dipendenze

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