Cb Apg23, 2008
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Il muro di separazione ha diviso famiglie e lascia centinaia di persone senza lavoro. Da cinque anni circa gli abitanti del villaggio non possono più visitare i loro parenti dall’altra parte del muro, non possono costruire sulla loro terra, e hanno visto demolire le loro case, costruite10 anni prima della costruzione del muro. Far’un è solo uno delle decine di villaggi che subiscono questa sorte.

Far’un è un piccolo villaggio di circa 3000 abitanti nel nord della West Bank, nel distretto di Tulkarem, a soli 4 kilometri dalla Green Line.

Il nord della West bank si presenta molto diverso dal sud, nel quale viviamo. È febbraio ma sembra tarda primavera. Gli alberi sono già fioriti e i prati sono di un verde intenso. Le colline pietrose e desertiche che sono abituata a vedere nel sud, qui si trasformano in ampie terrazzate coltivate ad ulivi, limoni ed aranci, valli verdi. Per chi abita al sud il verde e gli alberi sono solo dall’altra parte del muro.

Dai tetti delle case del centro storico del villaggio si ha una vista incredibile. Incredibile per la bellezza delle immense distese di ulivi secolari nei campi di fronte, ma incredibile soprattutto perchè se ci si guarda bene intorno si capisce tristemente che il paese è completamente circondato ad est e nord est da tre insediamenti (Avni Havitz, Annab e Salieet) e ad ovest dal muro.

La strada principale che una volta collegava Tulkarem a Qalqilia è ora una bypass road, accessibile solo ai coloni che vivono nella zona. I Palestinesi sono stati costretti ad utilizzare un’altra strada che allunga il tragitto di 20 minuti circa e che corre tortuosamente attraverso le colline.
Ma non è tutto. Guardando ad ovest sembra che il paese si espanda in lungo, ma se si sbircia bene tra gli edifici ci si accorge della rete elettrica di filo spinato che separa una parte di case dall’altra.
Sembrerebbe un unico villaggio, ma in realtà sono due villaggi fratelli, come usava definirli la gente del posto, Far’un e Taybah oggi separati dal muro.
Fino alla politica di chiusura di Israele durante la seconda intifada e alla costruzione del muro, gli abitanti di questi due villaggi avevano forti legami. Taybah era dal ’48 all’interno del territorio israeliano, ma data la prossimità geografica i due paesi continuavano a vivere come se fossero uno solo. Molti da Far’un si recavano a Taybah ogni giorno per lavorare e altrettanti vi si trasferirono con le porprie famiglie.
Così il muro ha reso difficile la vita sociale e quotidiana di molte persone. Ha diviso famigle e lasciato centinaia di persone senza lavoro. Da cinque anni circa gli abitanti di Far’un non possono più visitare i loro parenti dall’altra parte del muro.

Entrando nel villaggio si ha la sensazione di trovarsi all’interno di un recinto per bestie…con tutta la rete di filo spinato ed elettrica che ti circonda e ti chiude all’esterno.

Cb Apg23, 2008

È davvero difficile credere ed accettare che tutto questosia

stato costruito non per bestie ma per

uomini e contro gli uomini.

Ci sono jeep israeliane che pattugliano la zona

giorno e notte dall’altro lato della rete di filo

spinato per controllare i movimenti dei residenti del villaggio.

Non è una bella sensazione senirsi spiato

continuamente, ma la gente del posto

oramai non ci fa più caso, tanto è diventata

una quotidianità. Restrizioni nei movimenti,

utilizzate per garantire invece ai coloni una totale libertà di movimento. A nessuno è permesso avvicinarsi alla rete. I militari possono sparare per ragioni di scurezza a chiunque vi si avvicini. E la cosa sembra essere già successa alcuni anni fa. Israele ha permesso la costruzione del muro a 20-30 metri da due scuole e una decina di appartamenti, e vietato allo stesso tempo ai residenti di avvicinarsi alla zona.

Il sindaco del villaggio mi ha spiegato che il paese si estende in 8000 dune di terra, e la terra è sempre stata la principale risorsa degli abitanti del paese. Ora 4500 dune sono state confiscate per la costruzione del muro e sono passate dall’altro lato. I militari israeliani utilizzano una politica di permessi selettiva e completamente arbitraria per aumentare le difficoltà dei contadini nel raggiungere la propria terra.

Bassam, una delle vittime dell’occupazione militare della zona, ha perso la maggior parte della sua terra dall’altro lato del muro. Mi ha confermato che è difficile ora ottenere un permesso per recarsi a lavorare la terra dall’altra parte. “A volte rilasciano permessi temporanei per alcuni, a volte non rilasciano alcun permesso sotto il pretesto di ragioni di sicurezza. A volte riusciamo ad ottenere il permesso, ma poi scopriamo che il gate è chiuso. A volte permettono ai lavoratori di entrare, ma non ai padroni della terra. Anche la terra vicino al muro è completamente trascurata ora. La gente ha paura di recarsi a lavorare nella zona. Ho un terreno situato a 50 metri dal muro. Volevo costruirvi una casa per mio figlio maggiore che sta per sposarsi, ma gli israeliani non mi hanno concesso il permesso. Non possiamo costruire nella nostra terra.
La nostra vita è completamente cambiata dopo la chiusura e il muro. Un tempo la gente qui produceva litri di olio per la propria famiglia e per il mercato, oggi che abbiamo perso le nostre terre, siamo costretti a comprarlo.”

La maggior parte delle persone del villaggio lavoravano come contadini o come muratori a Taybah e Nazareth prima che la seconda intifada scoppiasse. In quel tempo nessuno si immaginava l’avvento di una totale chiusura e non aveva alcuna idea dei problemi che si sarebbero dovuti affrontare.
“Col tempo prendemmo coscienza che qualcosa di davvero serio stava accadendo. Rimanemmo scioccati quando realizzammo la completa chiusura che ci avrebbe intrappolato. Solo allora capimmo di aver perso la nostra terra e con essa i nostri sogni.” 

Dopo la chiusura queste persone persero il proprio lavoro, divenendo così disoccupati. La disoccupazione è oggi uno dei problemi maggiori che il paese si trova ad affrontare.

Le principali risorse d’acqua della zona sono controllate da Israele. I Palestinesi sono lasciati con quote davvero limitate così che i contadini devono far fronte ad un ulteriore problema: la scarsità d’acqua. Il muro ha contribuito anche alla distruzione della fauna del luogo. Molti animali un tempo abitavano la zona, ma ora è difficile anche riuscire a trovare una sola pecora. Non c’è più spazio, né erba, né acqua per loro.

Tuttavia c’è un problema ben più serio ed urgente che gli abitanti del paese si trovano oggi ad affrontare. Più di 200 case sono state costruite nella zona C (zona sotto controllo amministrativo e militare israeliano) senza permesso, e sono pertanto sotto minaccia di demolizione.
Nell’area C tutte le autorità di costruzione sono amministrate da Israele e ai Palestinesi non è lasciata alcun tipo di rappresentanza. Se un Palestinese volesse ottenere un permesso per costruire nella sua terra in area C dovrebbe sottoporsi ad una lunga, dispendiosa e complicata procedura che per la maggior parte dei casi si risolverebbe in un rifiuto.
Solo il centro storico del villaggio è situato in area B, il resto ha dovuto espandersi in area C per evitare il sovraffollamento di cui già soffre il centro. Tutti gli edifici minacciati sono stati costruiti almeno 10 anni prima del muro, ma ora le autorità israeliane reclamano l’area una “security zone”, così che non possono esserci edifici nel posto.
Nove case sono già state demolite dal 2004 ad oggi, ed altre 10 hanno ricevuto l’ordine di demolizione. Israele si è tutt’oggi rifiutato di compensare le famiglie che hanno perso le proprie case. Una delle vittime, Farid, mi ha confessato con gli occhi lucidi di aver speso tutti i suoi risparmi per costruire quella casa per la sua famiglia. Ora è costretto a vivere con i propri parenti in un appartamento sovraffollato, dove in una sola stanza vi dormono in 6.
I proprietari delle case con ordine di demolizione hanno fatto richiesta per un permesso retroattivo, ma il tentativo è stato inutile. Allo stesso tempo però centinaia di case sono state costruite negli insediamenti vicini senza alcun permesso. Ma l’autorità israeliana, invece di rilasciare ordini di demolizone ha rilasciato per loro permessi retroattivi. Ecco, ancora una volta, come la politica dei permessi di costruzione discrimina i Palestinesi a vantaggio dei coloni.

Per alcune famiglie l’ultimatum a lasciare la casa è recentemente scaduto. Ora è solo una questione di tempo per loro. Nessuno sa quando gli Israeliani arriveranno coi loro bulldozer a distruggere tutto, spesso arrivano la notte, senza preavviso, bloccando tutte le strade attorno alla zona.

Facendo un giro per il paese ho visto persone svuotare le proprie case, portare via porte e finestre piangendo, lasciando una parte della loro vita morire tra quelle mura.
Non c’è futuro per questo paese. L’economia è al collasso. Allo stesso tempo la popolazione cresce rapidamente ma non ha spazio per espandersi. L’unica possibilità è continuare a costruire altri piani sugli edifici già esistenti nel centro storico del paese. Una crescita vericale al posto di quella orizzontale. Il centro del villaggio è destinato a divenire sempre più sovrappopolato, o molti abitanti saranno costretti a lasciarlo.

Far’un non è che un esempio di altre decine di villaggi che vivono nella stessa situazione affrontando gli stessi problemi e aspettando la stessa sorte. Non è che uno dei tanti casi che provano concretamente la politica che Israele usa per espandersi nella West Bank, costruendo insediamenti che parcellizzano il territorio, dividendo città e paesi, separando famiglie e parenti e creando le condizioni per spingere i Palestinesi a lasciare la propria terra ed emigrare altrove.
È un’occupazione senza pietà, un’occupazione che non solo viola ogni giorno i diritti di migliaia di uomini, donne e bambini, ma che lasciando le persone senza casa, terra e lavoro, annulla la loro dignità di esseri umani.

Cb Apg23, 2008

 

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