I rifugiati palestinesi in Libano vedono sempre più lontano il loro diritto al ritorno, nonostante l’impossibilità della naturalizzazione. Intanto le condizioni di vita si fanno sempre più precarie, il tasso di abbandono scolastico è altissimo, lavoro, sanità e diritti fondamentali sempre più negati.

I rifugiati palestinesi sono 5 milioni e rappresentano un quinto del totale dei profughi nel mondo. Sono registrati presso la United Nation Relief and Work Agency (UNRWA) 408,438 rifugiati palestinesi in Libano, che rappresenta circa 10% della popolazione libanese. Di questi 215,890 vivono distribuiti in 12 campi profughi.

Questi dati però non fotografano precisamente la situazione. Circa 40.000 non si sono iscritti al loro ingresso nelle liste dell’UNRWA, ma sono stati schedati direttamente dalle autorità libanesi. Altri non si registrano né presso l’agenzia delle nazioni unite, né presso il governo: a quest’ultima categoria appartengo almeno 5000 persone, che in questo momento non sono in possesso di alcun tipo di documento, non sono libanesi e non sono rifugiati: sono palestinesi, ma la Palestina non è uno stato. Vi è poi una percentuale abbastanza cospicua di persone che, dopo essere fuggite dalla Palestina al Libano, hanno lasciato il paese cercando migliori condizioni lavorative nelle varie regioni del golfo persico.

Il numero approssimativo di palestinesi attualmente residenti in Libano è di circa 300,000. Questi sono i discendenti dei circa 130,000 che arrivarono nel 1948, dopo lo scoppio del conflitto arabo-israeliano, la nakba, (catastrofe ndr), e dei profughi della “guerra dei sei giorni” del 1967, in numero compreso tra i 15,000 e i 40,000.

Questi numeri sono persone, che vivono in una specie di limbo, in campi sovraffollati, in condizioni di profonda miseria, senza la speranza di migliorare la propria vita quotidiana o di rientrare nel proprio paese d’origine.

L’impossibilità della naturalizzazione dei profughi, cioè di renderli cittadini a tutti gli effetti, è uno dei pochi punti su cui vi è un accordo unanime nell’establishment politico e pubblico. Il Libano accoglie quasi 20 confessioni tra quelle islamiche e cristiane: questo crea una sorta di precario equilibrio che sarebbe sicuramente rotto con il conferimento della cittadinanza di oltre 400,000 palestinesi musulmani. Vi è inoltre la volontà di non favorire Israele. Se, infatti, i profughi acquisissero la nazionalità libanese, le loro condizioni di vita migliorerebbero e con il passare del tempo non avrebbero alcun desiderio di tornare in Palestina. Questo è quel che è avvenuto in Giordania: i rifugiati del 1948 hanno acquisito nazionalità giordana, si sono integrati nella società, hanno costruito lo stato e ottenuto benessere, e ora si considerano giordani: difficilmente tornerebbero in Palestina a patire per ricostruire le loro case distrutte 60 anni fa. Per il governo israeliano questa è una manna, più palestinesi vengono naturalizzati, in ogni parte del mondo, meno sono coloro che eserciteranno il diritto al ritorno.

I profughi restano così cittadini di seconda categoria a cui vengono negati diritti fondamentali. Amnesty International nell’ottobre del 2007 ha redatto un report intitolato “Exiled and suffering: Palestinian refugees in Lebanon” (Esilio e sofferenza: rifugiati palestinesi in Libano), che riporta una dettagliata descrizione dei diritti negati ai profughi.

I 12 campi profughi sono veri e propri ghetti, teoricamente dovrebbero essere sotto la giurisdizione dell’Autorità Palestinese, ma sono ben immaginabili le difficoltà cui va incontro tale tipo di controllo. Basti pensare che se il presidente palestinese vuole lasciare Ramallah, sede governativa della nazione, deve preventivamente chiedere l’autorizzazione alle autorità israeliane. I campi sono quindi controllati dall’esercito libanese.

Negli ultimi 60 anni il territorio assegnato ai campi è rimasto pressoché invariato, mentre la popolazione è quasi quadruplicata. Il risultato è un sovraffollamento cronico. I palestinesi non hanno il permesso di portare alcun materiale edile all’interno dei campi, il governo libanese proibisce la costruzione di ogni nuovo edificio. Famiglie di 10 persone vivono in una sola stanza, non c’è il posto per una nuova generazione. I palestinesi, che non vivono nei campi, si ammassano nei sobborghi delle città, in case di lamiera senza nessun tipo di servizio, vere e proprie bidonville.

L’educazione dei bambini palestinesi è affidata completamente alle strutture dell’UNRWA. Lo stato libanese mette a disposizione solo il 10% dei posti nelle scuole pubbliche per gli stranieri, tra questi sono compresi i rifugiati palestinesi, inoltre alcuni direttori di istituti pubblici si rifiutano di scolarizzare alunni palestinesi. Questo 10% di posti riservato agli stranieri ha tasse di frequenza che equivalgono al triplo di quelle pagate da uno studente libanese. Vi sono 45 scuole dell’UNWRA che riescono a scolarizzare circa 45,000 alunni l’anno, con turni alternati. Il confronto diretto può essere fatto con la Siria, che con lo stessa popolazione palestinese ne scolarizza 75,000. Questa situazione provoca un altissimo tasso d’abbandono scolastico, dieci volte più alto che tra i bambini libanesi.

Sul mercato del lavoro i palestinesi, subiscono una fortissima discriminazione, fino al 2005 non potevano esercitare 72 professioni, non gli era consentito essere medici, avvocati, insegnanti, architetti, giornalisti e così via. Ora le professioni proibite sono “solo” una ventina, ma questo cambiamento serve a poco, poiché il forte pregiudizio nei loro confronti li indirizza direttamente verso lavori umili, sottopagati e sovente inseriti nel circuito del mercato nero

Le condizioni sanitarie sono pessime, l’accesso ai servizi dovrebbe essere assicurato dall’UNRWA, ma la richiesta è troppo alta, soprattutto per l’estrema povertà in cui vivono i rifugiati. Le case inadeguate e gli ambienti insalubri in cui vivono sono strettamente legati alle malattie diffuse tra i bambini.

La libertà d’associazione è anch’essa limitata, la legislazione libanese vieta agli stranieri di formare enti rappresentativi o di eleggere rappresentanti politici. Quindi le associazioni e le ONG palestinesi esistono, ma sono registrate da libanesi che ne controllano i direttori. I palestinesi non abbandoneranno mai l’idea del ritorno nella terra dei loro padri, ma il problema è difficilmente risolvibile nel breve periodo, quindi la domanda da porsi è; come devono vivere fino ad allora?
Note:

Per saperne di più:
– UNRWA
http://www.un.org/unrwa

– Report di Amnesty International
http://www.amnesty.org/en/library/info/MDE18/010/2007

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