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Scolpire il dubbio: intervista a Varda Yatom, madre e artista in Israele oggi

Abbiamo incontrato Varda, una delle maggiori artiste israeliane contemporanee, a Sasa, il kibbutz in cui vive in Alta Galilea. Le abbiamo chiesto di spiegarci le radici della sua scultura, che partendo dalla storia e dall’esperienza attuale del popolo ebraico, cerca di toccare la profondità e le contraddizioni di ogni essere umano, e arriva alla sua personale esperienza di madre di cinque figli, arruolati nell’esercito dello Stato di Israele.

Scritto da Lorenza Sebastiani

Parlaci di te.

Non ho mai studiato arte durante gli anni della scuola dell’obbligo. Quando sono arrivata nel kibbutz quello che attualmente è il mio studio era la stanza degli hobbies. Ho iniziato qui a lavorare la creta e il direttore della scuola superiore un giorno mi ha visto al lavoro e ha deciso che dovevo diventare una educatrice. Il mio sogno era diventar architetto di esterni. Non mi piaceva l’idea di fare l’educatrice, ma lui, che era una persona molto influente nel kibbutz, mi convinse a lavorare nella scuola superiore.

A quel tempo il kibbutz aveva sviluppato un programma educativo particolare. Avevamo costituito un gruppo composto da alcuni bambini del kibbutz e da bambini che venivano dall’esterno, di bassissima estrazione sociale, spesso espulsi dalle loro scuole. Ho iniziato a lavorare con loro e dopo questa esperienza ho deciso che prima di occuparmi di me stessa e dei miei bisogni, dovevo dare alla mia comunità. Così Per vent’anni ho fatto l’educatrice nel kibbutz, sviluppando programmi artistici. Ho iniziato ad insegnare arte agli studenti senza alcuna qualifica specifica; allo stesso tempo, durante la notte, venivo qui nel mio studio a scolpire. Poi ho sentito un bisogno disperato di dedicarmi interamente alla scultura e sono stata accettata nella migliore scuola di ceramica degli USA, dove ho trascorso due anni. Credo che l’arte sia il modo migliore di educare i giovani, l’unica maniera di entrare in contatto profondo con loro. Ancora oggi insegno sia alla scuola superiore del kibbutz, sia all’università, ma il centro della mia vita ora è scolpire.

Quanti anni avevi quando sei entrata nel kibbutz?

Alla fine delle scuole superiori assieme ad un gruppo di amici ho deciso di entrare in un kibbutz. Ci è stato detto di trasferirci a Sasa. Vivevo già in Israele in una città poco distante da Tel Aviv.

Quali sono i principali soggetti e tematiche del tuo lavoro?

Per me scolpire è esistere. Credo che attraverso l’arte si possano raggiungere luoghi che non possono essere spiegati a parole e che non sempre seguono una logica. L’interrogativo che mi tormenta è che cosa sia l’uomo, quali siano i suoi conflitti più intimi e i conflitti fra l’individuo e il gruppo, condizione che si ripete dalla nascita del primo essere umano. Credo che l’uomo non sia cambiato ed è per questo che quando leggiamo la Bibbia, essa può ancora parlarci, nonostante sia stata scritta migliaia di anni fa. Forse è questo il motivo per cui le mie sculture hanno posizioni semplici, primitive. Cerco di toccare la condizione umana e credo che ognuno di noi viva gli stessi dilemmi esistenziali e contraddizioni riguardo alla sua identità, ai suoi obiettivi e alle ragioni della sofferenza.

Il processo del mio lavoro è di costante insoddisfazione. Forse è per questa ragione che creo dei gruppi di sculture. Non sono mai contenta del primo pezzo e voglio esprimere il conflitto che nasce dall’essere al medesimo tempo individuo e parte di un gruppo. Da una parte l’uomo sente la necessità di essere parte di un qualcosa di più grande, dall’altra prova una grande solitudine. Sono cresciuta con l’idea, rappresentata dal kibbutz, che esista la possibilità di vivere in un altro modo, in un modo migliore, e che l’uomo sia in grado di cambiare la propria condizione e quella degli altri, ma mi sono poi resa conto che questa è un’utopia. Il kibbutz può cambiare qualcosa, ma non può cambiare la condizione umana: quello che mi piace del kibbutz è che rappresenta un microcosmo, un laboratorio di umanità. Tutti si conoscono così bene che è molto difficile nascondersi.

Cerco di esprimere tutto ciò, e credo che gran parte del mio lavoro abbia a che fare con la frustrazione, con i grandi dilemmi a cui non si riesce a dare una risposta.
Una delle questioni che mi assilla, che tento di indagare attraverso le mie opere, è questa: quando un gruppo diventa un gregge? C’è una grande differenza fra una collettività in cui ognuno mantiene la capacità di pensare, parlare e agire con la propria testa, ed un gregge di pecore. La questione è: qual è il momento in cui iniziamo ad agire e a comportarci come una massa di persone passive che ascoltano solo il loro leader? Quand’è che perdiamo le nostre capacità critiche? Come si riconosce questo momento? Sono molto spaventata da questa trasformazione, ne abbiamo avuto esempio troppe volte nella storia.
Ricordo quando sono andata a Colonia, in Germania. Sono entrata in una bellissima chiesa in cui veniva celebrata la messa. C’era un coro che cantava e l’acustica era perfetta, ero incantata, ma ho avuto paura. Mi sono detta: questo è il modo in cui la chiesa o comunque i leader uniscono la gente, fino a farla arrivare a una sorta di orgasmo, quello è il momento in cui possono dirti “vieni dietro di me”, come dei guru. Sono scappata.
In Israele abbiamo molti dilemmi morali rispetto alla relazione con i Palestinesi: devi chiederti se credere ai leader o no, se partecipare o no. Nelle mie sculture provo a toccare questi dubbi. Sono certa che scavando più profondamente e onestamente che posso dentro me stessa sarò in grado di raggiungere gli altri. E ciò che io sono, in parte, è la mia cultura, la mia storia, per questo parto da lì.
Quando sono andata a studiare negli USA, mi sono resa conto che molte delle mie associazioni mentali vengono dalla mia cultura e non tutti possono comprenderle. Una delle mie prime opere negli USA è stata un grande vaso, che ho posto su un carrello diviso in scaffali. Ogni volta che ne terminavo uno lo ponevo accanto agli altri, sugli scaffali. Una volta che ho riempito il carrello l’ho guardato e questa immagine mi ha ricordato le fotografie degli uomini che dormivano stretti stretti nei campi di concentramento. Questo mi ha portato a pensare che le ragioni dell’olocausto risiedono nel nostro sistema di pensiero, nella maniera in cui ordiniamo le cose secondo la nostra logica. La logica è parte del sistema di pensiero che ha portato all’olocausto. Ho pensato al sistema degli archeologi, a come loro ordinano i reperti: attaccano un bigliettino con un numero ad ogni pezzo e così io ho fatto con i miei vasi. Ho preso la mia carta di identità ed ho attribuito il mio numero ad un vaso. Gli altri studenti mi hanno chiesto che cosa fosse. Ho risposto che mi ricordava l’olocausto e loro non avevano idea di cosa stessi parlando. Mi sono sentita sconnessa, pensavo non ci fossero persone in occidente che non sapessero cosa fosse l’olocausto.
Lavoravo anche al concetto di sacrificio, perché il mio primo figlio era entrato nell’esercito ed era stato ferito, così avevo rappresentato una madre che porta il figlio a sacrificarsi per il Paese, e i miei colleghi mi chiedevano: cos’è il sacrificio? Non avevano mai sentito parlare di Abramo e Isacco, non conoscevano la loro storia. Così ho capito che molte cose per me scontate, parte del mio vocabolario, della mia simbologia, per loro erano nulla. Certo, l’opera provocava comunque in loro dei sentimenti, ma non poteva veicolare quello che c’era dietro, in tutte le sue sfumature. E sono sicura che io ho lo stesso problema con la loro cultura.
Ogni ideologia può rappresentare la risposta ad un problema, ma se l’abbracci in modo radicale, può rinchiuderti in una prigione. Io uso i simboli dell’ebraismo perché sono quelli che conosco, e posso parlare solo nella mia lingua. Credo però che se sei saldamente ancorato alla tua onestà, se non cerchi solo di compiacere qualcuno, riuscirai a toccare il cuore della gente.
Un’altra cosa che ho sperimentato nel mio lavoro è che il processo non è meno importante del risultato. Nell’arte della ceramica è prassi abituale coprire il processo, renderlo grazioso e pulito, e io faccio l’opposto. Cerco di enfatizzarlo e renderlo palese. Se guardi un mio pezzo, vedrai chiaramente il tocco delle mie dita. L’ho sottolineato, perché questo corrisponde al mio punto di vista morale sulla vita: va bene avere un obiettivo ma quello che conta è come lo raggiungi. Non riesco ad apprezzare nulla che sia stato fatto attraverso lo sfruttamento di altri esseri umani. Prendiamo ad esempio il comunismo in Russia: era un modo di pensare immorale quello che per ogni risultato da raggiungere dev’esserci una parte di sofferenza. Io non lo credo, non lo accetto.

Quindi non accetti l’idea del sacrificio, il fatto che un essere umano debba sacrificare se stesso per raggiungere qualcosa…

È difficile rispondere a questa domanda.
Ho apprezzato i giovani di Varsavia quando hanno sacrificato se stessi come partigiani, ma non credo che questo possa essere un modello di pensiero. Innanzitutto la decisione deve essere tua, e nessun altro può permettersi di importela, come fanno i Palestinesi quando mandano un ragazzo a commettere un attentato suicida. Accetto il sacrificio quando rappresenta l’ultima possibilità, altrimenti no. Questo è il motivo per cui credo che entrare nell’esercito a 18 anni non sia una scelta consapevole. Non posso parlare per gli altri, ma posso parlare per i miei figli, io ho 5 figli maschi.
Il primo dei miei figli mi disse che non voleva morire per nessuna ragione, per nessun Paese, e decise di interrompere il suo servizio nel commando. Il mio terzo figlio andò a visitare il museo dell’olocausto, di sua spontanea volontà, e dopo quella visita decise di prolungare la sua presenza nel commando. Mi parlò molto della guerra in Libano, quando una metà dei suoi compagni di reparto erano stati uccisi. Mi disse che non credeva in quello che stava facendo, che non vi trovava nessuna buona ragione. Non volevo che lui partecipasse all’impresa in Libano, volevo organizzare le madri dei suoi compagni di reparto per oppormi a quella guerra. Volevo nasconderlo, ma lui mi rispondeva che non poteva, perché era un generale e aveva la responsabilità dei suoi soldati. Gli dissi che li avrei nascosti tutti: “Non aiuterai i tuoi soldati se morirai. La cosa peggiore che può succederti se ti rifiuti è che ti mettano in prigione. Bene, che lo facciano! È meglio per me e per il Paese se tutti i soldati verranno chiusi in prigione, forse questo fermerà la guerra!”.

Mi sembra di aver capito che la maggior parte dei giovani qui nel kibbutz considerino il servizio nell’esercito come un dovere…
Non sono sicura che tutti la pensino così. Con i miei figli sono stata molto ferma nel ricordare loro che nel momento in cui sono nell’esercito hanno il diritto di rifiutarsi di obbedire a un ordine se lo ritengono immorale.

Ma sono obbligati ad entrare nell’esercito…

Sì, ma non devono necessariamente entrare nei commando, ci sono molti reparti in cui non è richiesto di combattere. Per essere un combattente devi offrirti volontariamente. Non è facile per loro, perché l’esercito si basa sulla costruzione di forti relazioni di amicizia tra i soldati. La cosa più importante per un soldato sono i suoi amici e si sente colpevole se non li segue in una missione. Diventano legati, più che fratelli, l’ho visto quando il mio primo figlio è tornato dal Libano: ciò che l’ha aiutato ad affrontare il trauma post bellico, che è una cosa terribile, peggio della perdita dei compagni, peggio della perdita del suo occhio, è stata la presenza costante dei suoi amici, che non l’hanno lasciato solo neppure un attimo.
Quando mio figlio mi chiese: “Come mi sentirò se un mio amico verrà ucciso e io non sarò con lui?”, gli ho risposto: “Dì anche a lui di rifiutare!”.

Puoi parlarci della tua istallazione intitolata “Final parade”?

Feci quel pezzo quando mio figlio mi parlò dei suoi dubbi sulla guerra in Libano. Sentivo che ogni settimana che passava, perdeva le sue convinzioni, le speranze e la fede nei suoi doveri verso l’esercito.
Ho cercato qualcosa che potesse rappresentare il bagaglio che noi genitori e lo Stato mettiamo sulle spalle dei nostri poveri figli, un fardello pesante, che contiene tutti i problemi di Israele. Ho scelto la pita, il tipico pane mediorientale di forma circolare, che assomiglia a uno scudo romano, o alla terra vista dall’alto, per rappresentare questo carico. Ho messo poi sulla pita una cintura militare e alcuni cocci che rappresentano i ritrovamenti archeologici presso i quali spesso i coloni si insediano nella West Bank: credo che mandare i nostri figli a morire perché migliaia di anni fa c’era in quel posto un insediamento ebraico sia una cosa senza senso. La pita è collocata su fragili stampelle avvolte da bende, come fragili e feriti sono i nostri figli quando cercano di portare questo carico. All’inizio avevo collocato le stampelle in posizione verticale, schierate come nell’esercito, ma poi ho pensato che non avessero la forza di stare in piedi e le ho appoggiate ad un muro, dietro una fila di scarponi vuoti, abbandonati. Ai miei occhi la situazione palestinese è la stessa. Credo che quello che stiamo facendo con i nostri figli, chiedendo loro di lottare per problemi che non sono pronti a capire, significhi sacrificarli. E mi vergogno di me stessa come parte della comunità e di questa nazione.
Quando mio figlio venne invitato, insieme ad altri soldati feriti in quell’anno, a ricevere la benedizione del presidente Weisman, mi chiesero di partecipare alla cerimonia come rappresentante dei genitori. Domandai più volte: siete proprio sicuri di volere me? E mi risposero che erano sicurissimi. Ho pensato che si rivolgessero a me perché il cugino di mio marito era il braccio destro di Rabin, ed era un alto ufficiale dell’esercito. Pensavano che fossi nazionalista, orgogliosa dei soldati, pronta a sacrificare i loro corpi per il nostro Paese. Tre settimane prima della cerimonia mi chiesero di inviare il mio discorso per un controllo. Mi fecero sapere che non potevo dire quello che avevo scritto, che ero stata troppo aggressiva. Risposi che non avrei cambiato i contenuti del mio discorso, ma che ne avrei smorzati i toni. Il giorno della cerimonia, mentre già mi trovavo sulla strada per Gerusalemme, ricevetti una telefonata: “Ci dispiace, ma abbiamo deciso di abbreviare la cerimonia e il suo discorso non potrà avere luogo”. Ho risposto: “Se farete questo, domani troverete su tutti i media il mio discorso, quello originale”. Alla fine tenni il mio discorso e dissi che il nostro governo stava usando troppo facilmente il sangue dei nostri figli, che non mi sembrava stesse seriamente cercando una soluzione a questo conflitto, e che tutto ciò è imperdonabile. I genitori vennero da me per congratularsi e abbracciarmi, in lacrime. Finalmente qualcuno aveva detto quello che pensavano.

Credi che sia difficile esprimere la propria opinione in Israele?

No, assolutamente no.

Non sto parlando di una legge, ma di una costrizione morale

Credo che il vero problema sia il fatto che qui in Medio Oriente, e non sono sicura ma credo che per i Palestinesi sia la stessa cosa, siamo molto estremi nel dire le nostre opinioni: ognuno pensa che la sua opinione sia quella giusta. Quando sono stata negli USA ho notato che la gente è molto più liberale nei confronti delle opinioni altrui. Nel corso di una discussione io ho sentito più volte quasi il bisogno di accendere il confronto, di provocare una risposta che si opponesse alla mia, ma mi sentivo rispondere con un accomodante: “Ok, è possibile anche vederla in questo modo.”
Tra gli israeliani manca la capacità di accettare l’opinione dell’altro. Un esempio di questo sono i molti programmi radiofonici che invitano le persone ad esprimere la propria opinione e molta gente chiama e partecipa. Credo che potrei trovare persone pronte a darmi della traditrice, ad attaccarmi, a vedermi come una nemica.

Hai parlato della dualità che c’è a volte nell’animo umano, per cui sembra non esistere una consequenzialità tra azioni e pensieri…

Quando ero negli USA ho fatto una scultura su questo, volevo rappresentare un essere umano. L’opera è composta da tanti pezzi assemblati insieme. La domanda che mi assillava era: come gli individui arrivano a formare la propria personalità? Il modo in cui vediamo la realtà, nonostante viviamo le stesse esperienze, è differente. Come un archeologo mette insieme i pezzi, ognuno di noi mette insieme i suoi pezzi, ma in maniera diversa. Gli archeologi hanno capito oggi che possono sbagliare e restaurano un reperto con una colla particolare, facile da rimuovere.
I miei uomini sono fatti di corde e di tanti materiali appesi ad esse che si possono combinare fra loro in modo diverso e possono essere spostati. È un grande mistero e un grande caos. Qualcosa viene dai nostri sogni, qualcos’altro dal nostro passato. Passato, cultura, linguaggio: sono questi gli elementi essenziali dell’identità.

Molte delle tue sculture rappresentano uomini che portano dei pesi, ancorati alle schiene tramite lacci che penetrano all’interno dei corpi…

Nella lingua yiddish c’è una parola, pekale che era usata per indicare il bagaglio con le cose più importanti che gli ebrei portavano con sé durante la diaspora. Nel linguaggio e nella tradizione, la parola è passata a significare ciò di cui non puoi liberarti, le cose belle e brutte che hai dentro di te. C’è una favola nella tradizione yiddish: un rabbino chiese un giorno a tutti gli ebrei di raccogliere i loro pekale in un unico mucchio e di scegliere poi quello che volevano. E ognuno scelse il proprio.

Credi che la grande sofferenza del popolo ebraico, vi abbia portato a essere più umani verso gli altri o a esserne più spaventati?

Faccio l’esempio di mio marito, che penso sia la persona più umana che io conosca. Mio marito è diventato molto estremo nei confronti del mondo arabo musulmano. Secondo lui i musulmani non hanno a cuore la vita umana, sono persone che non hanno amore per la vita, e questo gli fa pensare che non ci sarà mai la pace.
Siamo come le barche della mia scultura. La nave sospinta dal vento verso l’orizzonte è un’immagine di speranza per il futuro, ma la nave della mia scultura ha le vele fatte di pietra, e tantissimi pesi che la ancorano a terra e la bloccano. Ho scelto la nave perché la sua struttura mi ricorda quella dello scheletro umano.
Un’altra mia opera si richiama all’immagine di un cacciatore di leoni in India, completamente coperto da una corazza. Così siamo noi ebrei: da fuori appariamo aggressivi e militarizzati, ma la nostra corazza è la nostra prigione. C’è solo una fessura da cui appare la bocca, perché da questa prigione riusciamo a mala pena a respirare. In una installazione ho appeso tanti di questi cacciatori al soffitto con i piedi che toccano quasi il suolo, ma non riescono a raggiungerlo. Il visitatore che passa tra queste statue avverte il suono che emettono, che giunge al suo orecchio come un SOS.
In Medio Oriente soffriamo della stessa sindrome di cui soffrono le donne vittime di abuso, che non riescono a riscattarsi dalla propria condizione, che non trovano il coraggio… credo debba venire qualcuno dall’esterno per scuoterci da questa situazione.I media non presentano mai i problemi di Israele legati alla guerra, alla sua sofferenza. Non ho pensato per un momento che quello che stavamo facendo in Libano fosse giusto, ma se ci sarà una battaglia finale sono sicura che saranno gli ebrei a perdere, perchè nel mondo c’è ancora tanto antisemitismo, è come un fuoco che ancora arde sotto le braci ma è pronto a svilupparsi.
In Medio Oriente soffriamo della stessa sindrome di cui soffrono le donne vittime di abuso, che non riescono a riscattarsi dalla propria condizione, non ne hanno il coraggio. Credo debba venire qualcuno dall’esterno per scuoterci da questa situazione.

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