Cb Apg23, 2008
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Non sa perché, ma a 16 anni è già stato accusato e detenuto quattro volte, ha conosciuto violenze, abusi ed umiliazioni. Ora è con la sua famiglia, ma si chiede cosa succederà la prossima volta che i soldati lo troveranno in casa.
Testimonianza raccolta da Cosimo Caridi il 12/02/2007 presso la sede dell’Alternative Information Center, Beit Sahour.

Ziad,16 anni da un paio di mesi, vive nel campo profughi Aroub a metà strada tra Betlemme ed Hebron. Beve il suo caffè e fa anelli di fumo con la sua sigaretta. A vederlo così sembrerebbe un ragazzo qualsiasi, ma solo due settimane fa è stato scarcerato, dopo nove giorni in stato di arresto. Accusa: un mistero. 

È la quarta volta in poco più di tre anni che viene arrestato. La prima volta nel 2004, accusato aver tirato pietre contro l’esercito israeliano. Due settimane di carcere, cadono le accuse. La seconda volta pochi mesi dopo, stesse accuse, tre giorni di prigione.
Il 29 novembre 2005, dieci giorni prima Ziad aveva compiuto 14 anni, verso le due di notte i soldati sfondano la porta dell’appartamento dove vive con la sua famiglia, chiedono di lui, è nel letto, lo prendono di peso e lo portano in strada, nessuna spiegazione, caricato su una jeep militare viene portato a Etzion, un centro per gli interrogatori. Dopo due ore sotto la pioggia, viene sistemato in una cella di un metro per un metro, dove passerà i prossimi sette giorni. In questa cella di massima sicurezza, senza possibilità di parlare con nessuno, riceve un pasto al giorno all’ora di cena, un pezzo di pane con un panetto di burro, un bicchiere d’acqua e cinque sigarette, è autorizzato ad uscire per andare al bagno una volta ogni due giorni. L’ottavo giorno vengono a prenderlo per l’interrogatorio, si tratta di reati militari, quindi niente avvocato e niente telefonata a casa. Lo accusano di aver tirato due molotov e sette pietre, lui nega e chiede di vedere le prove, viene malmenato e dopo un’ora gli dicono che se vuol vedere le prove deve firmare un foglio scritto in ebraico. Ziad non parla, nè tanto meno legge l’ebraico, aiutato dai colpi che riceve con il calcio delle armi degli investigatori, firma. Inutile dire che durante il processo questo foglio risulterà essere una confessione e non una richiesta per visionare delle prove. 

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Dopo l’interrogatorio viene spostato in una nuova cella, più grande e con delle condizioni di vita migliori. Passa un’altra settimana e viene portato in tribunale, la sua udienza, tutta in ebraico, dura poco più di qualche minuto. È la prima volta che vede il suo avvocato e lo vedrà solo per la durata dell’udienza. La corte che lo giudica è militare e lui non ha diritto a prendere la parola. Il procedimento nei suoi confronti viene rimandato. Il giudice accoglie la richiesta dell’accusa, Black Check: 101 giorni in cui l’imputato non ha diritto a contatti con l’esterno, è un periodo in cui l’accusa raccoglie prove. Passa questi tre mesi nella prigione di O’far. Le celle sono senza materassi, può utilizzare il bagno due volte al giorno e riceve due pasti al giorno, non gli è permesso ricevere visite. Nei carceri israeliani per Palestinesi non c’è alcuna differenziazione basata sull’età, i minorenni sono detenuti con gli adulti. Ziad trascorre i 101 giorni in una cella con altri ventidue persone, due sono minorenni. La cella viene perquisita dai secondini due volte al giorno e molti sono momenti di violenza fisica, verbale e psicologica.

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Alla fine di questo periodo vi è una nuova udienza in tribunale,

in cui viene fissata una nuova data

per lo svolgimento del processo.

Da ora in avanti ci sarà una nuova udienza

ogni due settimane, sempre e solo

per posticipare la data del processo,

alla sesta volta che si presenterà in tribunale,

verrà dichiarato colpevole in base alla

confessione firmata durante l’interrogatorio. Viene condannato a sette mesi di carcere ed a una multa di 100 €.

Gli rimangono da scontare poco più di due mesi. Viene trasferito in nel carcere di Telmont a Tel Aviv. 

Parlando di questi ultimi momenti di prigionia il suo viso si rischiara e dichiara candidamente che sono stati il periodo migliore Questo carcere non è composto da celle, ma da tende e la libertà di movimento per i detenuti è ampia. Quando Ziad entra a Telmont deve scegliere la tenda nella quale soggiornare, ognuna di queste accoglie persone diverse che si riconoscono unite sotto un movimento, politico e non. C’è la tenda di Hamas, quella della Jehad islamica, quella di Fatah, quella del FPLP e così via. Ziad mostra con orgoglio la sua kefiah bianca con i ricami neri, segno distintivo di Fatah, simbolo della sua scelta e appartenenza. Ogni tenda è organizzata come una piccola comunità, vi è un responsabile che rende conto alle guardie di eventuali problemi o disordini. Quando le guardie nelle loro quotidiane ispezioni trovano un oggetto vietato all’interno della tenda, molte sono le cose che vengono contrabbandate dall’esterno, nel caso in cui non si trovi il colpevole, il responsabile della tenda subirà la punizione, solitamente non meno di una settimana in una cella di massima sicurezza con le condizioni di vita che sono state riservate a Ziad subito dopo il suo arresto. Le possibilità di comunicare con l’esterno sono molto scarse, la maggior parte del contrabbando é centrato su lettere per le famiglie. Le visite da parte dei familiari sono permesse una volta ogni due settimane e non tutti sono autorizzati a visitare un detenuto, solo i genitori e i fratelli molto piccoli, in più si deve considerare il fatto che le prigioni sono in territorio israeliano e difficilmente chi vive nella West Bank ha il diritto si recarsi in Israele. Le modalità per mandare notizie all’esterno sono svariate, il più delle volte le tecniche utilizzate sono molto simili a quelle dei narco-trafficanti: come doppifondi e capsule, ripiene di minuscole lettere, ingoiate dai detenuti poco prima del rilascio e poi ripescate dalle proprie feci.
La vita qui nella tenda é per Ziad una possibilità di stringere amicizie profonde e di ricominciare i suoi studi. C’è un insegnante, un arabo israeliano, che viene a dare lezioni nella prigione di arabo, ebraico e matematica. Per paradosso, molti sono gli arabi che, grazie a questo tipo di educazione, imparano l’ebraico durante un periodo di detenzione nelle carceri israeliane.

Ziad viene rilasciato al check point di Tulkarem, sono passati sette mesi non ha ancora 15 anni e prende la via di casa dalla prigione per la terza volta. Cammina fino a Jenin, perché è vero che è stato rilasciato, ma la sua famiglia non è stata avvisata e lui soldi in tasca non ne ha.

Da questo momento passa un anno e mezzo prima che, circa un mese fa, venga nuovamente arrestato, durante questo periodo sono stati arrestati due dei sue fratelli e due suoi cugini, uno dei quali è stato ucciso da una guardia in una prigione.

Un mese fa i soldati vengono a cercarlo di nuovo, gli chiedono i documenti e lo portano in strada. Un soldato gli chiede il nome, Ziad risponde che hanno la sua carta d’identità e che può leggerlo lì. La risposta non viene apprezzata e il calcio del fucile dell’israeliano si abbatte sul suo petto. Viene condotto in un centro per gli interrogatori e dopo tre giorni in cella d’isolamento è accusato di aver tirato pietre. Ziad nega e l’ufficiale per tutta risposta gli dice che dovrà pagare 400€ per essere scarcerato, in caso contrario passerà due mesi in carcere. La cifra è sostanziosa, soprattutto per chi vive in un campo profughi e anche perché nessuno degli investigatori si è degnato di spiegare la motivazione. Intanto Ziad sta male, tossisce continuamente e sputa sangue: il colpo del soldato al momento del suo arresto gli ha rotto una costola e provocato un’emorragia interna. A otto giorni dall’arresto le sue condizioni si aggravano, decide di far avvisare la sua famiglia e di chiedere di pagare pur di essere scarcerato per ottenere le cure adeguate. Il giorno seguente viene rilasciato, circa 15 giorni fa. Tuttora prende ancora delle medicine che costano una ventina di euro ogni tre giorni.
Nelle ultime due settimane, i soldati sono tornati a casa sua a cercarlo per ben tre volte e nessuno può dire che cosa volessero. Chissà cosa avverrà la prossima volta che verranno a cercarlo e lo troveranno in casa.

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