Cb Apg23, 2007
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Si possono demolire le case, ma non si può distruggere la cultura, diritto di tutti. Cresciuto lanciando pietre durante la prima Intifada, Ramzi suona oggi nelle grandi orchestre europee, compresa la Mozart Orchestra di Claudio Abbado. La sua scuola offre ai bambini di Ramallah e dei campi profughi della West Bank una modalità alternativa per esprimere se stessi ed educarsi al dialogo e al confronto. La bellezza della musica, implicitamente vietata dove le armi sono le sole a parlare, e dove i bambini disegnano carri armati e sangue, è un modo di resistere all’oppressione militare.

La Scuola di Musica Al Kamandjati, con sede a Ramallah in un bellissimo edificio del periodo ottomano ristrutturato dall’Ong palestinese Riwaq, offre oggi corsi a 350 bambini della West Bank e dei campi profughi palestinesi del Libano meridionale.

Se – come recita il sito dell’associazione Al Kamandjati – tra le vittime dell’occupazione militare israeliana figurano la cultura, le arti e le attività ricreative dei Palestinesi, di sicuro i bambini ne rappresentano le prime vittime indiscusse. 

Affermano gli insegnanti di Al Kamandjati «Prendere la mano di un bimbo e avvicinarla ad uno strumento musicale, vuol dire riconoscere il diritto di ogni bambino a divertirsi, ad applicarsi in giochi e attività ricreative proprie della sua età, e a partecipare liberamente alla vita culturale e artistica del suo paese”: resistere all’oppressione dell’occupazione.

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Parlaci di “Al Kamandjati”: com’è nata l’idea di una scuola di musica per i bambini palestinesi?

Nel ‘98 ho avuto la possibilità di andare a studiare musica in Francia. Quando sono arrivato nella piccola cittadina di Angers, sono rimasto stupito nel vedere quanto importante sia la musica in questo paese, quanto grande fosse il conservatorio e quanti alunni lo frequentassero, molti dei quali giovanissimi. Io venivo dal Conservatorio Edward Said – fondato nel ’93 come filiazione della storica Università “Bir Zeit” a Ramallah – dove gli studenti erano appena 20 e quasi non c’erano insegnanti; là avevo studiato per circa un anno, senza avere un maestro, mi esercitavo e suonavo praticamente da solo.

Due anni dopo il termine dei miei studi in Francia ho cominciato a coltivare un sogno: quello di portare la musica a tutti i bambini palestinesi e dare loro l’opportunità che avevo avuto nella mia vita grazie alla musica. Così sono tornato nella mia terra, nel 2002, durante la seconda Intifada, subito dopo l’invasione da parte dell’esercito israeliano della città di Ramallah, e ho visto in quale situazione difficile vivevano i bambini, soprattutto quelli dei campi profughi intorno alla città.
Sono andato a visitare il Centro educativo all’interno del campo di Al Amari e ho visto bambini che dipingevano carri armati, scene di guerra ed armi, mentre i bambini francesi disegnano il sole, gli animali, gli alberi…

Quando ero piccolo pensavo che vi fossero guerre in ogni paese, e che quella fosse la condizione di tutti i bambini del mondo. Ma quando ho visto come vivono i bambini in Europa, il mio obiettivo è diventato chiaro: diffondere lo studio della musica all’interno della nostra società e dare ai nostri bambini nuovi strumenti per esprimere se stessi. 

Volevo mostrare loro come la musica possa aiutare a trovare un’alternativa, quando tutto sembra perso e l’unica via di uscita sembra il ricorso alla violenza armata.

Così ho deciso di cominciare da solo, suonando per i bambini del campo profughi. Era strabiliante vedere come, grazie alla musica, in pochissimo tempo i bambini acquisissero nuove immagini nella loro mente e cercassero di riportarle sul foglio di carta, immagini positive, di speranza. E ho capito che, attraverso la musica, potevo dare loro la possibilità di evadere da questo contesto di occupazione militare e violenza.

Ho cominciato a parlare ai miei amici musicisti in Francia e nel mondo del mio progetto: creare una scuola di musica per i bambini palestinesi. Dopo un anno vari musicisti sono venuti qui a dare workshop e fare concerti per raccogliere fondi. Non avevamo ancora alcuna risorsa. Ho raccolto strumenti musicali usati in altri paesi e allacciato molti contatti qui in Palestina come all’estero, per trovare supporto al progetto.
L’apertura della scuola ha rappresentato un momento forte per la gente perché è avvenuta quando la situazione qui era veramente difficile. Siamo andati avanti nonostante le difficoltà e abbiamo impiegato tante energie per suonare e insegnare anche in luoghi geograficamente vicini ma difficili da raggiungere per la situazione geopolitica palestinese.
Questo ha dimostrato quanto, nonostante molte persone dicessero “non è tempo per la musica”, la gente abbia bisogno della musica, di noi musicisti, a maggior ragione nei momenti e nelle situazioni difficili e non solo nei periodi di benessere.
Così due anni più tardi, nel 2005, abbiamo creato la scuola di musica a Ramallah e ora abbiamo aperto un altro centro nella città di Jenin a nord della West Bank, e abbiamo un programma di assistenza educativa nei campi rifugiati di Al Amari, Jalazone e Qualandia, intorno a Ramallah.
Uno dei nostri obiettivi è quello di sviluppare le attività musicali in luoghi della Palestina considerati “difficili”, in cui nessuno ha il coraggio di andare.

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La scuola vuole crescere una generazione di musicisti che possano contribuire a cambiare l’immagine stereotipata della Palestina?

Col passare degli anni i nostri obiettivi si sono moltiplicati. Sicuramente quello principale è creare degli spazi di libera espressione per i giovani, dove non esistono condizioni che permettano di esprimersi liberamente con azioni consapevoli e non con semplici meccanismi di reazione.
L’obiettivo della scuola è quello di iniziare bambini e adolescenti palestinesi alla musica, dando loro la possibilità di scoprire il loro potenziale creativo. Ulteriore obiettivo è quello di difendere l’identità palestinese, continuamente sotto minaccia, proteggendone soprattutto la cultura musicale. Sono fermamente convinto del fatto che si possano demolire case e strade, impedire gli scambi e la libera circolazione, ma non si possa distruggere la cultura, bene immateriale.
Dall’inizio dell’occupazione nel 1948, con la creazione dello Stato di Israele e con l’inizio della Nakba per il popolo palestinese, la musica fu vista come espressione di felicità all’interno della società palestinese, perciò vietata implicitamente. La gente si fece un’idea sbagliata o quantomeno parziale della musica: la musica era così come appariva alla Tv egiziana, solo intrattenimento. La musica tradizionale palestinese è invece un mezzo di espressione dell’identità di un popolo e una forma di resistenza culturale.

Che tipo di musica insegnate a scuola?

Offriamo corsi per insegnare ai bambini a suonare

la maggior parte degli strumenti musicali che sono

propri delle due tradizioni araba e occidentale:

dai corsi di oud e bouzuq, strumento a corde

simile al greco buzuki, alla viola, violino, violoncello,

contabbasso, chitarra, pianoforte.
Vorremmo insegnare qualsiasi stile e genere musicale,

vorremmo dare l’opportunità ad ognuno di aprirsi

a nuovi orizzonti musicali. Abbiamo iniziato con la classica,

occidentale e orientale perchè è la base, ma vorremmo aprirci anche al jazz.

Pensi che un incontro tra due tradizioni così diverse sia possibile?

La possibilità di combinare le due tradizioni musicali è una sfida.

Questo è ciò che stiamo facendo con il gruppo Dal’Ouna,

ormato dagli insegnanti della scuola Al Kamandjâti.

Io vengo dallo studio della musica classica occidentale,

poi ho approfondito da solo la musica orientale, che appartiene alla mia cultura e alla mia tradizione ed è basata sull’improvvisazione.

Quali sono i metodi che utilizzate per avvicinare i bambini alla musica?

Cominciamo solitamente con una lezione di un’ora alla settimana, in cui i bambini possano giocare, suonare e cantare, per imparare ad apprezzare la musica e l’anno successivo passiamo all’insegnamento vero e proprio.

E i familiari dei bambini? Come vedono il fatto che i loro figli vengano qui a studiare musica?

Molti genitori osservano ciò che succede qui, alcuni non capiscono. Il nostro obiettivo è quello di educare anche i genitori, forse prima dei figli, per sviluppare una sensibilità diffusa. 

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In che modo la scuola Al Kamandjati è diversa rispetto agli altri centri che insegnano musica qui?

Noi cerchiamo di non mettere la questione finanziaria al di sopra di tutto. La nostra filosofia è che la musica debba essere patrimonio e diritto per tutti. Abbiamo il 90% di studenti che non pagano nulla per frequentare i corsi, è una scuola popolare, ma in termini di programmi educativi la nostra scuola non è inferiore ad altri istituti dove si insegna musica. Inoltre puntiamo molto sulla ricaduta a livello della comunità tutta e favoriamo i progetti che possano coinvolgere il maggior numero dei ragazzi.

 

La scuola Al Kamandjati ha qualche tipo di relazione

o collaborazione con istituti musicali israeliani?

O partecipa al cosiddetto “boicottaggio culturale” di Israele?

La scuola Al Kamandjati non collabora con alcun

istituto musicale israeliano, nonostante

molti istituti israeliani ce l’abbiano chiesto,

e i progetti finanziati dall’estero, soprattutto dall’UE,

richiedano la collaborazione tra le due parti.

Non vogliamo partecipare ad alcun progetto che possa

contribuire a dare un’immagine positiva di Israele, e posso

spiegare la motivazione con un esempio: se ci chiedono

di cooperare, fare qualcosa tra bambini palestinesi e israeliani,

magari un concerto a Gerusalemme, questo implica

che i bambini palestinesi ottengano un permesso speciale

e un’autorizzazione per recarsi nella Città Santa,

perchè per loro è vietato. In quell’occasione certamente

molti si mobiliteranno e sarà facile avere un permesso per il tempo necessario allo svolgimento delle attività, un paio di ore. Ma non è abbastanza, una volta passata l’occasione, la situazione tornerà la stessa. Così ci rifiutiamo di assecondare un sistema che non mostra alcun segno di apertura e di cambiamento.

Quali sono i problemi legati all’occupazione militare che affrontate come scuola di musica?

Sicuramente la possibilità di fare corsi e delle attività in altre aree geografiche, città e campi profughi della West Bank è grandemente ostacolata dalla presenza di checkpoint e barriere ovunque. Questo è un problema enorme, si perde molto tempo per i vari spostamenti e spesso gli insegnanti sono scoraggiati in partenza. Quando abbiamo cominciato avevamo in mente di aprire una scuola di musica a Gaza, ma con l’occupazione e la politica di closure questo non è possibile. Non sono mai stato a Gaza, soltanto i musicisti stranieri del gruppo hanno potuto tenere un concerto lì.

Abbiamo numerosi programmi pedagogici a cui possiamo far partecipare solo insegnanti stranieri, con tutti i problemi legati al rilascio e rinnovo del visto. Ci sono bravi insegnanti di musica araba da Libano, Siria, Egitto che potrebbero venire, ma ciò non è possibile e al momento insegniamo musica orientale utilizzando musicisti che provengono dal mondo occidentale.
Abbiamo iniziato un progetto per i bambini dei campi profughi palestinesi in Libano e ogni volta che dobbiamo recarci lì siamo costretti a partire dalla Francia, mai dalla Palestina. Sarebbero tre, quattro ore di auto da qui, ma non passiamo varcare il confine: a causa della situazione e delle tensioni, né le autorità isrealiane nè le autorità libanesi ci lascerebbero oltrepassare la frontiera.
Un musicista palestinese ha difficoltà anche nel tenere concerti. L’anno scorso ho partecipato al “Mozart Festival” a Ramallah. L’ultimo concerto del festival era previsto a Gerusalemme, ma non sono potuto andare a suonare con l’orchestra, non mi hanno rilasciato il permesso. Ora cerco sempre di preparare i concerti in modo che la mia figura non sia indispensabile, perchè fino alla fine non so se mi rilasceranno il permesso e sarò in grado di esibirmi.


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Quali sono i problemi per i bambini che frequentano la scuola?

Tutti i problemi degli insegnanti si riflettono di conseguenza sugli studenti. Abbiamo impiegato 6 mesi per organizzare un campo estivo a Nablus, in un castello, con insegnanti francesi. Un giorno prima dell’inizio del campo estivo c’è stata un’invasione a Nablus da parte delle IDF: coprifuoco, tensione e pericolo. Ma non abbiamo rinunciato, non abbiamo cancellato il workshop, e ho convinto i musicisti francesi a venire, nonostante il loro Consolato non volesse inviarli per problemi diplomatici. E così i bambini sarebbero rimasti soli per una settimana senza programma educativo.

La presenza di insegnanti di musica stranieri è una forma di solidarietà, specialmente ora. Essi hanno molto più potere dei musicisti locali, possono sostituirsi e fare ciò che è vietato ad un palestinese. Possono muoversi liberamente senza problemi sia all’interno della West Bank, che verso destinazioni estere.

Immagino che esistano delle differenze tra i bambini dei campi rifugiati e i bambini di Ramallah. Quali sono i problemi che un insegnante di musica si trova ad affrontare quando insegna ai bambini dei campi? 

Quando vi sono incursioni israeliane i bambini di città possono non vedere, la città è grande. Ma quando vi è un’incursione nel campo profughi, tutti vedono e questo ha delle ripercussioni enormi sulla vita dei bambini. Essi sono più diffidenti, ogni straniero che entra nel campo viene ricondotto a un israeliano, ad un soldato, a uno che distrugge, arresta e a volte uccide; questo ha un impatto devastante, i bambini diventano aggressivi. Così sicuramente è più difficile per noi essere accettati dai bambini dei campi.

Quanto può essere importante per la Palestina crescere una generazione di musicisti, che contribuiscano a modificare l’immagine dei Palestinesi, spesso visti solo come terroristi suicidi?

Ricordo quando sono andato per la prima volta negli Stati Uniti, per seguire un seminario di musica, e ho cominciato a parlare della Palestina, di cui nessuno sapeva niente. Questa è in sè una forma di resistenza, un modo per dare un’immagine reale della nostra terra, al di là degli stereotipi creati dai mass media. Possiamo anche lavorare al nostro interno sull’immagine della Palestina, ma non è un problema solo “nostro”, non è un problema tra Hamas e Fatah. Anche quanto accade nella striscia di Gaza, è dovuto alla sua condizione di chiusura e di mancanza di mezzi: se metti due animali in una piccola gabbia lottano tra loro. Così se la Striscia fosse aperta ci sarebbe più equilibrio. La pressione dell’occupazione è fortissima e questo porta alla costruzione di un’immagine della Palestina che non è reale, ma indotta.

Pensi che fare musica possa rappresentare una forma di resistenza e al contempo di azione politica?

Credo fermamente che non solo suonare ma, più in generale, vivere, sopravvivere qui, sia in sè resistere. Ogni azione quotidiana è resistenza, da quella dei bambini che la mattina si recano a scuola, a quella dei lavoratori che attraversano barriere e checkpoint.

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Tu sei diventato famoso per la foto che ti ritrae a 8 anni durante la 1° Intifada con una pietra in mano di fronte ad un tank israeliano; sei passato da una forma di resistenza che è considerata “violenta” da molti, ad una forma di resistenza creativa e culturale che abbraccia la nonviolenza. Pensi che possa accadere il contrario, che un musicista possa prendere in mano le pietre o le armi e passare ad una resistenza di tipo violento?

Non penso che questo sia possibile, se non in rarissimi casi. Un musicista ha l’opportunità di esprimere se stesso e tirare fuori tutte le energie e le emozioni negative tramite la musica. Non credo che abbia bisogno di ricorrere alle armi per combattere l’occupazione. Educare alla musica significa educare all’ascolto, al dialogo, al confronto.

Credo che la mia vicenda personale sia indicativa anche se non può essere assunta a regola generale. All’età di 8 anni, quando stavo rientrando da scuola, ho udito uno sparo e ho visto un mio amico accasciarsi a terra: un soldato isrealiano aveva aperto il fuoco. Istintivamente ho raccolto una pietra da terra e l’ho scagliata nella sua direzione. Un fotografo che era presente ha ripreso quel gesto, e la foto ha fatto il giro del mondo, quale simbolo della prima Intifada, la rivolta delle pietre contro i carrarmati e gli elicotteri.
A partire da quel momento ho lanciato pietre contro i soldati ogni volta che ne vedevo uno: questo era tutto ciò che potevo fare, non vedevo altre soluzioni. Quando avevo 11 anni mi hanno sparato ferendomi ad un braccio durante un’incursione militare nel campo profughi di Al Amari, dove vivevo. Era il 15 novembre e con alcuni amici avevamo acceso un fuoco per celebrare la simbolica festa di indipendenza del popolo palestinese.
Resistere attraverso l’uso della violenza va contro la nostra idea di resistenza ora, noi siamo qui per resistere attraverso la continuazione della vita, non vogliamo dare l’occasione ad uno stupido soldato di gustarsi la nostra morte.

 

BOX

29 novembre – 1 dicembre 2007: spettacolo Al Kamandjati (Il violinista) all’Auditorium di Roma
È un progetto di teatro musicale –spiega Ramzi Aburedwan- che combina diverse forme di espressione artistica : musica, teatro, video. Vuole parlare della Palestina attraverso la storia della mia vita e quella della scuola di musica: vi parteciperà un gruppo del tutto “inedito” di intellettuali e artisti quali Amira Hass, corrispondente di Haaretz, l’unica giornalista israeliana che vive in Cisgiordania, a Ramallah; Franghiz Ali Zadeh, compositrice azerbaijana di religione musulmana; Moni Ovadia, da sempre testimone attento della questione palestinese; Mohammad Bakri, il più popolare e amato attore palestinese; e infine io stesso con i maestri e gli allievi di Al Kamandjati.

 

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