Caschi Bianchi Cile

26 gennaio 08: la giornata di azione globale a Santiago

Il 26 gennaio sono state realizzate 430 azioni in 85 paesi del mondo. A Santiago 2000 persone, su 6 milioni di cittadini, hanno partecipato. I Caschi Bianchi si chiedono cosa resta, nella psicologia collettiva, di 17 anni di dittatura: è possibile che il fatto di esprimersi, partecipare e, soprattutto, organizzarsi, sia percepito ancora come pericoloso?

Scritto da Chiara Greco, Casco Bianco a Santiago del Cile

Il 2001 è stato certamente un anno denso di eventi, destinati a condizionarci ed imporci degli interrogativi per chissà quanto tempo ancora. È stato l’anno della caduta delle Torri Gemelle, del G8 di Genova e, fortunatamente, è stato anche l’anno del primo Social Forum Mondiale, tenutosi dal 20 al 25 gennaio a Porto Alegre, Brasile.
Mentre sorgevano nel contempo una miriade di altri Social Forum continentali, nazionali e comunali, da quel 2001 l’evento è stato riproposto annualmente su scala mondiale: quattro volte a Porto Alegre, una a Mumbai, una a Caracas ed una a Nairobi.

Quest’anno si è deciso di sperimentare una modalità nuova: non più un unico evento di cinque giorni, ma molteplici eventi in un giorno solo, il 26 gennaio, divenuto “la giornata di azione globale 2008”.
Secondo i dati pubblicati nel sito del World Social Forum(1), sono state realizzate 430 azioni in 85 paesi del mondo.
In Cile la società civile si è data appuntamento la mattina del 26 in Plaza de Armas, nel cuore di Santiago. Noi Caschi Bianchi delle zone Cile Nord e Sud abbiamo deciso di prendervi parte e ci siamo presentati puntuali all’appuntamento, con tanto di striscione, semplice e sicuramente migliorabile, ma attraverso il quale abbiamo potuto portare in strada un messaggio di Gandhi che in questo momento ci accomuna fortemente tutti: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.El Dia de Accion Global Chileno, è stato pensato dalle organizzazioni che confluiscono nel Forum Sociale del Cile, sotto forma di una marcia festosa, ricca di colori, striscioni e maschere, che sfilasse attraverso le principali strade del centro: Paseo Ahumada, Huérfanos, Estados, fino ad arrivare in Plaza de la Constitucion, su cui si affaccia il palazzo della Moneda.

Lungo il percorso sono state organizzate delle tappe tematiche con lo scopo di presentare ambiti di sperimentazione di forme altre, oltre ad ambiti di aperta critica allo status quo. Tra le tappe principali vi sono state:
– Il Consumo Responsabile, organizzata dalla Rete d’Economia Solidale del Cile;
– La Partecipazione e il protagonismo di bambine, bambini e adolescenti, organizzata dal Forum Sociale Cile Infanzia;
– Contro il capitale finanziario, organizzata da Attac Cile;
– Il Diritto alla città e alla casa, organizzata da varie associazioni tra cui Humanidad e Jundep.
Com’è proprio di ogni Social Forum, hanno preso parte alla marcia molte organizzazioni differenti, da Amnesty International a Personas con Discapacidad, da Diversidad Sexual a Pueblos Indigenas, da Feministas Autonomas a vari collettivi artisitici. L’evento é stato caratterizzato da un lato dai suoni e colori dei gruppi di artisti e musicisti di strada, che hanno voluto tradurre in arte la denuncia delle disuguaglianze che impediscono a troppi il godimento dei diritti umani; dall’altro lato, un maggiore accento è stato posto sulla causa indigena, attraverso le rivendicazioni ed i cori di solidarietà per il popolo Mapuche ed, in particolare, per Patricia Troncoso (detta la “Chepa”), una giovane attivista ormai in condizioni fisiche gravissime a causa di uno sciopero della fame protrattosi per più di cento giorni(2).
Alla varietà di associazioni presenti, tuttavia, non ha corrisposto un forte seguito di partecipanti; secondo quanto pubblicato sul sito di Radio Tierra, infatti, hanno preso parte alla marcia quelle che per noi sono state “solo” 2000 persone: un nada in una città di 6 milioni di abitanti.Durante l’evento ci siamo sentiti particolarmente in armonia con il vivace flusso di persone (anche grazie alla curiosità di chi si è avvicinato domandandoci chi siamo, da dove veniamo e perché), ed abbiamo potuto sfruttare quest’ottima occasione per reperire contatti di altre associazioni, reti e stampa indipendente locale. Ma ce ne siamo andati, tra gli ultimi, con questo grande interrogativo: perché solo 2000? È chiaro che deve esserci una spiegazione più profonda del generale disinteresse e sentiamo, da caschi bianchi, il bisogno di capire: qui, in Cile, è davvero una quantità insignificante?

Cosa resta, nella psicologia collettiva, di 17 anni di dittatura? È possibile che il fatto di esprimersi, partecipare e, soprattutto, organizzarsi, sia percepito ancora come pericoloso? Confrontandoci con alcuni colleghi cileni, abbiamo capito di aver appena sfiorato la punta di un iceberg, di aver appena colto la nostra stessa superficialità nel concepire la dittatura principalmente come momento di violenza fisica e strutturale, senza riflettere sui condizionamenti psicologici che una “negazione” generalizzata può produrre su un paese intero e sugli strascichi che questa può portarsi dietro per anni ed anni. In fondo basta porre domande sul periodo della dittatura a persone comuni, per capire che molti cileni (ma non tutti) non sentono l’esigenza di sapere, di approfondire o, semplicemente, di soffermarsi.

Tuttavia c’è sempre stato anche qualcuno che ha voluto osare e, oggi, per chi vuole capire non mancano le occasioni e le persone disposte ad aiutarlo e che lavorano perché la memoria non vada perduta, come i volontari di Villa Grimaldi. Cosí come ci sono coloro che di osare non hanno smesso mai – dittatura o non-dittatura- come le popolazioni indigene mapuche, e c’è sempre anche chi adesso comincia, giovani cileni motivati e liberi da quei condizionamenti.

Note:1. http://www.wsf2008.net
2. Patricia Troncoso protesta contro l’applicazione della legge antiterrorista (risalente al periodo dittatoriale) ai mapuche che realizzano azioni di protesta e occupazione di loro territori ancestrali. Nel suo caso specifico, la giovane è stata condannata a 10 anni di reclusione per aver partecipato all’incendio appiccato ad una piantagione in territorio mapuche. Secondo quanto riportato da Radio Tierra, la Troncoso sta subendo la stessa condanna inflitta recentemente ad un ex-colonnello di polizia per aver ucciso 12 ragazzi durante la dittatura di Pinochet. Lo sciopero della fame è stato revocato il 28 gennaio, dopo un’apertura del governo ad una attenuazione della pena della Chepa, e di altri due attivisti incarcerati (Juan Millalen e Jaime Marileo), mediata da alcuni esponenti della Chiesa cilena.(fonte http://www.radiotierra.com)

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