Caschi Bianchi Perù

Il protagonismo delle donne a Huaycan, ovvero il Comedor Parroquial e l’organizzazione Mama Quilla

Le donne, molto meno entusiaste ed ottimiste di un tempo, concordano sul fatto che per fare in modo che il Comedor non chiuda siano necessari molti sforzi, molta determinazione, una grande umanitá e un grande corazón.

Scritto da Annalisa Bianchin, Casco Bianco ASPEM

Il Comedor Parroquial (Mensa Parrocchiale) di cui parleró appartiene alla zona L, che a sua volta appartiene alla parte cosiddetta media – in termini di altitudine – della comunidad autogestionaria di Huaycán, sorta a partire dal 1984. Huycán é una comunità autogestita situata al km 17 lungo la Carretera Central, sorta con l’espansione delle zone periferiche di Lima in seguito alle migrazioni provenienti dalla Sierra e dalla Selva. Mi raccontano infatti tre donne che contribuirono alla costruzione del Comedor che tali mense giá esistevano in quegli anni nella parte bassa della comunitá gestite da altri dirigentes. Si trattava peró di Comedores Populares che si differenziano per il fatto di non esonerare dal pagamento del menú le persone senza disponibilitá economica, in condizione di povertá estrema, e per il fatto di stabilire un prezzo leggermente piú elevato rispetto ai Comedores Parroquiales.

Cosí nel 1987, dopo alcuni anni in cui la mensa era costituita da bancarelle per strada e approfittando dell’abbandono di uno stabile da parte di una vicina che si trasferiva altrove, sorge il Comedor Parroquial, opera del lavoro congiunto di donne e bambini. La presenza maschile era alquanto scarsa, trattandosi per lo piú di madres solteras e di vedove, come conseguenza degli abbandoni da parte dei mariti, degli abusi subiti e della violenza politica; i pochi uomini presenti lavoravano invece in altre zone della comunitá o spesso a Lima. In tutta la fase iniziale, raccontano le donne, é stato fondamentale l’appoggio di un Padre che, oltre a procurare tutti le vettovaglie necessarie per cucinare, aveva difeso la presidentessa dell’UCV dell’epoca dalle invidie di alcune famiglie. Infatti la nascita del Comedor non é stata esente da attriti, invidie e atteggiamenti di sfiducia, visto che alcune famiglie credevano che la presidentessa avrebbe ricavato un guadagno personale da quell’opera e che di fatto la comunitá ne avrebbe beneficiato solo in minima parte.
Quando poi gli attriti furono superati, il Comedor – grazie all’appoggio di altri Comedores giá avviati e agli accordi instaurati con CARITAS e PRONA (Programa Nacional de Asistencia Alimentaria) che rifornivano pane, verdure, cereali, legumi e carne a prezzi minimi – inizió a funzionare bene. L’attività del Comedor garantiva lavoro giornaliero a 19 donne, che così potevano sfamare le loro famiglie e fornire un piatto caldo a un prezzo irrisorio ai lavoratori della zona (soprattutto a quelli delle costruzioni, vista l’espansione edilizia che Huaycán stava vivendo in quegli anni) e alle famiglie meno abbienti. Le donne raccontano che erano anni in cui si viveva nell’abbondanza: non mancava mai il cibo e la qualitá dello stesso era migliore.

Ora le condizioni sono peggiorate in quanto le donne che vi lavorano sono solo 3; lo Stato, sempre attraverso PRONA, distribuisce il cibo solo una volta al mese, e la qualitá é pessima. Raccontano le cocineras (cuoche) che a volte sono addirittura costrette a comprare al mercato gli alimenti per cucinare visto che quelli che gli vengono dati sono immangiabili. Anche per questo il numero di persone che giornalmente va a pranzare o a riempire le pentole per portarsi il cibo a casa continua a diminuire. Inoltre, considerando che ogni giorno ai piú poveri vengono forniti gratuitamente una quindicina di pasti, diventa molto difficile coprire le spese a fine giornata e si è costretti a chiedere continui prestiti che nei giorni si accumulano. Il servizio fornito è di bassa qualitá in quanto scarseggiano la carne e i legumi (soprattutto i fagioli marroni) sono molto ”duri”; per tutti questi motivi le donne preferiscono cucinarsi a casa o mangiare, a prezzi bassi, nelle bancarelle dei mercati. Ció che manca, si lamentano le donne, sono i fondi; lo Stato dovrebbe destinare una maggiore quantitá del preventivo ai Comedores, visto che la crisi é generalizzata. Inoltre ora sembra sia sorta un’ulteriore complicazione: lo Stato ha stabilito che le donne socie devono avere i documenti in regola, cioé il DNI (carta d’identitá che ancora molte persone non hanno), e che si deve raggiungere almeno il numero di 20 socie.

Per essere socie del Comedor della zona L bisogna proporre un menú valido per 15 giorni, partecipare alla messa domenicale e riunirsi per il rosario una volta alla settimana, questo per il fatto di lavorare in un Comedor Parroquial. Il Comedor infatti oltre a funzionare da mensa nell’arco della mattinata fino all’ora di pranzo, é usato nel pomeriggio come Cappella per la preghiera e come spazio destinato a diversi eventi organizzati in determinate occasioni. Le socie possono essere di due tipi: socie passive, quelle che comprano i generi alimentari e firmano nel momento in cui bisogna prendere determinate decisioni e socie attive, quelle che cucinano e partecipano a riunioni, eventi, capacitaciones e talleres (corsi di formazione e workshop).
Tra le attività che si sono svolte all’interno del locale del Comedor vi é stata la consulenza legale itinerante sul tema della documentazione e una campaña di documentazione gratuita per iscrivere i bambini all’anagrafe organizzata da ASPEm in collaborazione con il RENIEC (Registro Nacional de Identificación y Estado Civil, istituzione in cui si registrano nascite, morti e matrimoni, che potrebbe ricondursi alle nostre Anagrafi). Lo ”sportello” di consulenza é durato circa due mesi e si é concluso con una campaña di tre giornate che ha permesso di documentare circa 150 bambini della zona, oltre ad alcuni adulti.

Le donne, molto meno entusiaste ed ottimiste di un tempo, concordano sul fatto che per fare in modo che il Comedor non chiuda siano necessari molti sforzi, molta determinazione, una grande umanitá e un grande corazón.
La zona L si caratterizza inoltre per essere una zona ad alevata presenza di desplazados, cioè migranti provenienti dalla parte interna del paese che si sono visti obbligati a lasciare le loro terre in seguito alla violenza politica che ha interessato il Perú tra il 1980 e il 2000. Infatti proprio in questa zona, nel 1987, il famoso Padre di cui sopra richiese al Comune di Vitarte, a cui Huaycán stesso appartiene, un terreno per edificare case che sarebbero state destinate a 39 famiglie desplazadas. Vi erano poi altre famiglie che attraverso la stessa modalitá si insediarono ad Amauta e Monterrey nel giugno del 1987, altre due comunitá dello stesso comune. Le famglie che si sistemarono a Huaycán provenivano quasi tutte dalla provincia di Ayacucho, zona della Sierra Central in cui si costituì il gruppo terrorista Sendero Luminoso e zona che ha avuto il numero piú elevato di vittime per la violenza politica. Proprio per questo, mi raccontano le donne, inizialmente la restante parte degli abitanti della comunitá li chiamava terroristas, li guardavano con un misto di timore e disprezzo e neanche il camion-cisterna dell’acqua voleva salire fino alla zona L, costringendo le donne a scedere fino al fiume per rifornirsi d’acqua.
I primi anni, raccontano sempre le donne, furono abbastanza duri per i desplazados farsi accettare dal resto degli abitanti di Huaycán: fu un processo difficile e lento che peró fu agevolato dalla nascita dell’Organizzazione Mama Quilla nel 1987. Mama Quilla, che in quechua significa madre luna, é l’organizzazione di famiglie desplazadas di Huaycán; riunisce famiglie provenienti da tutta la comunitá ed é formata da due sedi, una nella parte alta e una in quella bassa. Tale organizzazione conta alcune centinaia di desplazados, é riconosciuta dallo Stato e dalla Municipalidad di Vitarte e proprio in questo momento sta definendo, con l’aiuto di un avvocato, il suo Statuto.

Le donne mi spiegano che l’organizzazione è nata all’interno del processo di riparazione collettiva seguito alle discriminazioni e alle violenze subite durante il conflitto; l’obiettivo principale è quello di lavorare congiuntamente con ONG locali. FONCODES (Fondo Nacional de Compensación y Desarrollo Social), ad esempio, sostiene che una volta riconosciuta legalmente l’organizzazione, i suoi membri possono reclamare i propri diritti alle autoritá locali. Le donne, inoltre, poiché possiedono capacità nell’ambito artigianale, vorrebbero creare una microimpresa ma, come sempre, mancano i finanziamenti. La signora Felicitas é la presidentessa di Mama Quilla e altre donne svolgono gli incarichi di tesoriera, segretaria, addetta alla contabilitá, alla propaganda e pubblicità, etc. Ogni 15 giorni si riunisce la Giunta Direttiva, composta da 10 persone: 5 provenienti dalla zona bassa e 5 da quella alta.
Mi raccontano di non avere contatti con altre organizzazioni e istituzioni della zona anche se gli piacerebbe molto creare dei contatti, ma prima devono costiturisi legalmente. Inolte hanno l’idea di contattare altre famiglie di desplazados di altre comunitá e cittá della provincia di Lima. Finora, a parte la mancanza di finanziamenti, non rilevano seri problemi all’interno dell’organizzazione.

In passato hanno avuto dei contatti con alcune ONG di Lima attraverso talleres e capacitaciones di leadership, miscroimpresa, allevamento di polli, imballaggio e confezionamento, etc. In generale si dimostrano soddisfatte del lavoro svolto con le ONG, che gli hanno insegnato ad essere piú disinvolte e sicure di se, soprattutto quando si tratta di parlare in pubblico, oltre che a sviluppare nuove abilitá e competenze. Dicono peró che poi, per la mancanza di fondi, non é stato mai possibile mettere in pratica le competenze apprese, fatta eccezione per qualche attivitá a livello individuale. Inoltre pensano che, all’interno della collaborazione con le ONG, sarebbe interessante poter intraprendere attivitá lavorative continuate per avere un salario stabile e poter soddisfare le necessitá familiari. Hanno in mente un progetto (finalizzato alla produzione di abiti, ponchi e maglioni di lana) per la cui realizzazione hanno bisogno di una macchina-telaio ”con la quale potrebbemmo fare qualsiasi cosa” dicono. ”Magari si potrebbero anche coinvolgere gli uomini in qualche modo, visto che anche per loro c’é poco lavoro”. Questa frase mi é piaciuta perché dimostra la volontá delle donne di creare dinamiche di lavoro che superino la comune separazione fra la sfera pubblica dominata dall’uomo e quella privata dominata dalla donna. Un’attività del genere permetterebbe di definire un terreno comune dove uomini e donne potrebbero sperimentare, in condizioni paritarie, nuove modalitá relazionali, assumere diverse responsabilitá e ruoli superando quelli comunemente assegnategli dalla societá.

Infatti emerge da parte delle donne una certa preoccupazione per la loro condizione a causa dei maltrattamenti da parte dei mariti, per l’eccessivo machismo che porta a sottomettere quelle donne che non si dimostrano a completa disposizione dei propri uomini. Tra di loro, le donne, si appoggiano moralmente, parlando e consolandosi a vicenda, scambiando idee e paure, ma tutto questo non é sufficiente per cambiare la relazione con gli uomini, che comunque non é paritaria.
Proprio il fatto di non essere autonome economicamente, mi dicono, non permette a molte donne di abbandonare i mariti che le maltrattano e porre fine alla violenza di cui sono vittime. Quindi sembra che l’indipendenza economica derivata da un lavoro che permetta un introito mensile stabile potrebbe essere il primo passo non solo verso l’emancipazione ma soprattutto verso una condizione di vita migliore, senza abusi, discriminazioni e violenze. Le donne diventerebbero così soggetti attivi, con un maggior potere contrattuale nei confronti dei mariti, in grado di negoziare modalità relazionali e stili di vita diversi.
In questo modo si potrebbe configurare un ambito in cui ripensare la relazione uomo-donna in termini paritari in modo da evitare da un lato violenza e discriminazione e dall’altro fuga, distacco, separazione .
Penso che sarebbe necessario operare una seria rivisitazione collettiva della cultura tradizionale che da sempre stabilisce per la donna una posizione di marginalità sociale rispetto alla vita pubblica e di dipendenza e subalternità nei confronti dell’uomo; solo in questo modo si potrà andare verso una cultura in grado di promuovere forme di vita caratterizzate da modalitá relazionali paritarie in termini di potere e di possibilitá fra le donne e gli uomini.

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