Caschi Bianchi Russia

Vite senza nome

Non c’è alcun motivo per occuparsi di loro: sono i barboni che vagano per le strade nell’inverno di Volgograd. L’alchool è fonte di nutrimento, resistenza, gioia momentanea ed autodistruzione, la morte è sempre in agguato.
I loro nomi e le loro vite sono destinate a perdersi, ma per i volontari del Vagonchik, che improvvisano tutte le settimane una mensa calda, sono Grigorij, Svetlana, Sergej. Difficile restituire la dignità con un piatto caldo, ma porgerlo con gentilezza è un modo per farli sentire persone.

Testo di Giuseppe Pellitteri; note di Mirella Zanon; foto di Marco Giovannetti, Caschi Bianchi e volontario a Volgograd

Piove, tutto è grigio, tutto è fango.

La bassa pressione che perdura sulla Russia Centrale mantiene alte le temperature, ma rende l’atmosfera soffocante.
Al Vagonchik(1) ci sono meno persone del solito. Sergej ha il singhiozzo, ingurgita rapidamente il pasto caldo e si defila col suo compare.
La ferita alla testa di Svetlana sta migliorando. Marco la medica, spalma la crema antibiotica e la benda con della garza pulita.
Arriva Grigorij. È malconcio. Barcollando raggiunge il tavolo. Prende il piatto della minestra, un bicchiere di the, ma non ce la fa. Posa il piatto e si allontana col the. Solo due passi, scivola e cade in una pozzanghera. Bestemmia, lancia via il bicchiere con rabbia. È schiacciato dal peso della sua croce, immobile con la bocca nel fango sotto la pioggia battente.
Tenta a fatica di sollevarsi, non ha la forza. Lo aiuto, si rialza, tutto sporco, umiliato sotto gli occhi di tutti.Il fumo esce dalle ciminiere, dai tombini, dalle condutture rotte, dai tubi di scappamento delle auto, dai camini delle saune dove le anime trovano sollazzo dopo una dura giornata.
La città è viva. Migliaia di microappartamenti monocromi brulicano di formiche che si affrettano al lavoro assonnate. L’ attività freme lungo le vie dei mercati. Ognuno cerca di accalappiarsi un posto in marshrutka(2), oppure guida una macchina scialba insudiciata di terra.
Tra la folla talvolta si distinguono individui particolari. Anzi spesso se ne incontrano.

A volte barcollano, si spostano senza fretta, un pò malconci. Non hanno meta. La casa non ce l’hanno. Forse c’era, ma è bruciata oppure, spesso, sono stati fregati e l’hanno persa. Una stupida firma a persone che a prima vista sembravano delle brave-persone. Solo che qui non è come all’ Ovest. Se perdi qualcosa l’hai persa per sempre.
E se perdi i documenti, cioè la tua identità, sei perso per sempre.
Loro vagano. Per noi sono Grigorij, Svetlana, Sergej e altre migliaia, per lo stato sono i Bomzhi(3), non esistono, non hanno diritti, non c’è alcun motivo per occuparsi di loro.Al Vagonchik, che si trova nel rione di Krasnooktjabrsk di Volgograd, vengono circa una quarantina di persone, quasi tutti barboni della zona.
È la mensa, un punto di ritrovo. Intorno alle nove del mattino cominciano a convergere da tutte le strade del quartiere. Alcuni si trascinano senza forze con lo stomaco in subbuglio, residuo della sbornia. Per alcuni l’alchool è l’unica fonte plurivalente di nutrimento, resistenza, gioia momentanea ed autodistruzione. Non è una scelta quella di bere, ma l’unica via percorribile nelle strade pericolose della Russia. La notte le temperature possono diventare insopportabili e chi vive in strada deve guardarsi dalle bande di giovani violenti. Potrebbe essere ridotto in fin di vita, potrebbe morire. Succede spesso. La morte è sempre in agguato per strada.

Certo, offrire un piatto caldo non è restituire la dignità perduta. Forse porgerglielo con gentilezza, essere pronto ad ascoltare, medicare le ferite, è però un modo di farli sentire persone.
Loro sono abituati ad essere schivati, ad essere sbattuti fuori dagli autobus, dagli ospedali e dalle farmacie.
Si capisce, hanno le pulci, la scabbia, puzzano, qualcuno è gravemente malato di TBC, non è semplice restargli accanto anche solo per fare due chiacchiere.L’inverno lascia parecchi caduti. Come cani randagi periscono senza che alcuno reclami i loro resti. Sono i compagni di miseria ad accorgersi della perdita, quando trascorrono alcuni giorni senza vederli comparire.

Tra loro le notizie vagano, tutto è raccontato oralmente, nulla per iscritto, come i loro nomi e le storie delle loro vite, destinate a perdersi per sempre.

Note:1. Si tratta di un vecchio vagone in disuso utilizzato dalla Caritas di Volgograd come base di assistenza per i senza fissa dimora. All’interno del Vagonchik si trovano alcuni tavoli, medicazioni per il pronto soccorso, stoviglie. Erano presenti anche acqua corrente e corrente elettrica, ma in primavera queste forniture sono state tagliate dall’amministrazione.
2. La marshrutka è uno dei mezzi di trasporto più usati in Russia: si tratta di furgoni dotati di 15-16 posti che percorrono le tratte degli autobus o della metropolitana, con la differenza che le fermate sono più flessibili e il tragitto si paga in contanti direttamente al conducente.
3. Bomzhi: in russo acronimo che significa persone “senza un luogo definito di alloggio” (Bez Opredeljonnogo Mesta Zhitel’stva), ed è un termine utilizzato a livello ufficiale. Un altro termine correntemente impiegato è “bezdomnye”, aggettivo sostantivato che significa “i senza fissa dimora” ed ha un valore negativo rispetto al primo.

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