Caschi Bianchi Romania

Il giardino della pazienza: dove si fermano le farfalle

Riabbracciare le proprie origini accogliendo chi c’è e chi arriva con gioia. La consapevolezza di voler essere quel “filo conduttore” per mostrare che un’altra realtà esiste, è ciò che Diana porterà con sé dalla sua esperienza a Bucarest, in Romania.

Scritto da Diana Bandarica, Casco Bianco in Servizio Civile con Apg23 a Bucarest

Dopo 6 mesi di servizio in Olanda, il 27 aprile 2026 sono arrivata alla Casa Fraternità a Bucarest, in Romania. È il mio Paese natale. Il viaggio è iniziato con una cena: c’erano volti nuovi, ma ho sentito subito un senso di tranquillità e di casa, e qualche sorriso non mancava. Proprio durante quella cena, sull’anta dell’armadio di fronte a me, ho visto un piccolo foglio, ho letto: “Non arrenderti alla fatica dell’amare”. Oggi, dopo 4 mesi, ho capito cosa significa portare un sorriso in un terreno fatto di così tanto dolore. In questa casa l’amore si vede e si sente sulle pareti piene di foto. Si capisce che la cura arriva da lontano, da chi è passato qui prima di me.

Qui a Bucarest le povertà sono tante. Il numero delle persone che vivono in strada è altissimo e aumenta sempre. Ho conosciuto questa realtà aiutando i Frati Missionari della Carità nel loro centro diurno e con l’attività dell’unità di strada. Lì impari che il cibo passa in secondo piano: quello che conta davvero è dare cura, attenzione e ascolto, permettendo all’altro di sentirsi al sicuro anche solo per pochi minuti.

La magia inizia già quando prepariamo da mangiare tutti insieme nella Casa Fraternità. Cucinare è gioia, gioco e risate. Anche quando ci sono piccolissime tensioni tra noi volontari, le affrontiamo insieme. Così, quando andiamo in strada, ci sentiamo un gruppo unito che si aiuta, ma profondamente umano e fatto talvolta anche di tensioni. Diventiamo come un piatto fatto di pace, amore e ascolto da donare all’altro.

E credo che la cosa che aiuti di più le persone a fidarsi e a raccontarci i loro pesi sia proprio vedere noi ragazzi: giovani, pieni di amore, di sguardi puliti, di speranza, di sorrisi e così uniti.

Un’altra realtà preziosa è il centro residenziale Don Orione, che accoglie bambini, giovani adulti con disabilità e anziani. Lì dedichiamo le nostre giornate soprattutto a bambini e giovani adulti con disabilità gravi, sia motorie che cognitive. Lì c’è una bellezza infinita e si respira un amore puro. Essere presenti con loro nei loro dolori fisici, nella sofferenza e nell’abbandono è faticoso. L’amore per la vita si moltiplica. Diventa una carezza su una mano contratta, su quei corpi paralizzati, e si trasforma in occhi grandi che parlano e comunicano risate. Lì ho sentito di riceve più amore di quel che ero capace a dare. All’inizio l’approccio con la disabilità è stato scomodo, come indossare vestiti non tuoi. Ti fai domande grandi come: cosa significa amare? Noi volontari pratichiamo l’arte della pazienza: un’accoglienza fatta di attesa, dove la cura si esprime nel saper aspettare quei piccoli gesti che arrivano lenti e i sorrisi che arrivano piano. Impariamo ad aspettare con fiducia.

Bucarest è una città di contrasti forti. La povertà e la ricchezza viaggiano su fili paralleli che non si toccano mai. Lì nasce il nostro compito. Penso alle famiglie rom che seguiamo nel quartiere di Ferentari (area fortemente ghettizzata e vulnerabile della capitale), dove i bambini hanno poche opportunità e a volte l’affetto viene trascurato. Noi andiamo lì a giocare, a cantare e a raccontare come si vive in fraternità. Diventiamo come dei fili conduttori: mostriamo che esiste un’altra realtà oltre alla loro. Siamo come fili pieni di energia che riaccendono i fili spenti.

La Romania è il mio Paese natale, ma l’avevo ignorato per tanto tempo. Quando cresci in un’altra cultura nascono involontariamente piccoli pregiudizi, le differenze ti fanno sentire lontano da quella realtà ma grazie agli occhi curiosi e gentili di Anna, la mia compagna di Servizio Civile, ho riscoperto e abbracciato le mie origini.

Cosa lascio nel luogo dove ho vissuto?

Lascio occhi che guardano la disabilità solo con amore e accoglienza. Lascio carezze e sguardi calorosi.

Cosa porto con me?

Ricordo un giorno in cui stavo aiutando durante il pasto questa ragazza che ha una disabilità cognitiva e motoria. All’improvviso, mentre mangiava, ha avuto una crisi fortissima e ha iniziato a piangere disperata. È stato straziante. All’inizio ho sentito solo rabbia e un senso di impotenza totale davanti a quel dolore. Poi, guardandola, ho capito: in quel preciso momento io potevo essere il suo unico strumento di calma. Sono diventata le sue braccia. Ho usato una voce calmissima, quella di cui lei aveva così tanto bisogno, e piano piano la crisi è passata. In quel luogo ho visto occhi con una potenza di vita enorme. Loro sono immensi per me.

Porterò sempre nel cuore Lavinia, una ragazza di 14 anni che vive con la sua famiglia proprio a Ferentari. Un giorno, mentre eravamo insieme, le ho raccontato della nostra Casa Fraternità, di quello che facciamo e di come viviamo. Lei mi ha guardata e mi ha chiesto: “Quindi sei lontana dai tuoi genitori e dai tuoi fratelli?”. “Eh sì” le ho risposto. Sul suo viso è apparso un velo di tristezza, allora le ho subito detto: “Però qui ho trovato tanto altro amore e calore nei miei compagni di viaggio, in voi e in ogni sguardo che incontro”. A quel punto i suoi occhi si sono illuminati. Questa condivisione per me significa aprire i loro sguardi, e sento di doverlo fare anche per chi non può farlo.

Un’altra grande ricchezza è stata Anna la mia compagna in questo viaggio, ma lo sono state anche tutte le persone che sono passate da questa casa, tutti i volontari, anche quelli di passaggio.

Non ho mai riso così tanto in vita mia. Porto a casa i confronti sulla vita a tarda notte davanti al lago, i balli, i canti e le voci che sembrano caos, ma sono solo la gioia di costruire insieme. Porto a casa gli abbracci stretti del Don Orione, la gioia di accogliere la vita ogni giorno con i suoi dolori e le sue tensioni, come mi hanno insegnato i ragazzi del centro, e la calma, custodirò la resilienza e il modo di guardare l’altro che ci ha insegnato Pietro, un volontario di Operazione Colomba, che è passato di qua.

Porto un cuore pieno di condivisione e il valore immenso dello “stare”: stare con l’altro con amore, anche nella difficoltà. Rientro a casa con il cuore colmo. Abbiamo coltivato con cura il nostro giardino di gesti quotidiani, un passo alla volta, e in questo spazio di pazienza ho visto fermarsi la bellezza di tante farfalle.

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