Caschi Bianchi Cile

La solitudine delle madri cilene

Un padre severo e assente affettivamente, una cultura machista e le tante ferite nelle relazioni, tra dipendenza e consumo di alcool: l’incontro tra Annamaria e T.

Scritto da Annamaria Nuzzolese, Casco Bianco in Servizio Civile con Apg23 a Santiago del Cile

Quando ci incontriamo è un pomeriggio di un venerdì feriado, mi accoglie nella sua casa-stanza. Incontro con i miei occhi il colchón che fa da letto, divano, rifugio con una collinetta di mantelle e coperte. Mi serve un bicchiere di acqua, chiedo alla niña L. di fermarsi fuori sull’amaca. La temperatura è ancora gradevole e io decido di partire dalla sua storia familiare. Questa è la storia di T.

Mi racconta di un padre severo, presente economicamente ma lontano affettivamente. L’ordinamento machista regolava i rapporti in casa, con la madre, e con i suoi fratelli, liberi dall’età adolescenziale di uscire ed esplorare il mondo. La società cilena per come racconta il saggio antropologico “Madres y huachos: alegorías del mestizaje chileno” di Sonia Montecino, è fondata su due figure: una madre presente, di derivazione mariana e un padre assente.

In linea con lo studio della Montecino, pubblicato nel 1991, un report di agosto 2025 del Ministerio de Desarrollo Social y Familia attesta che l’85,7% dei caregiver registrati sono donne, con un’età media di 51 anni, mentre il 76,61% di esse appartiene al 40% della fascia più vulnerabile.

Anche se sono passati più di 30 anni è interessante analizzare l’evoluzione del significato sociale del termine “huacho”. Storicamente indica il figlio illegittimo, nato dall’unione tra uno spagnolo e una donna indigena, non riconosciuto dal padre. È una condizione però che supera il significato letterale e apre a un’analisi della figura maschile assente che va di pari passo con il mestizaje, cioè il meticciato, un processo culturale e sociale che per largo tempo ha dominato le dinamiche di coppia e di cura nella società cilena.

Chiedo a T. degli uomini della sua vita: mi restituisce molte ferite. Le relazioni di cui mi racconta girano attorno a una dipendenza emotiva instauratasi su un vuoto affettivo conseguenza di un’infanzia tiepida e instabile. Quando la carenza è molta, il poco riempie tutto. Con le dipendenze fanno i conti anche i compagni che ha avuto, tra cui il padre di L.

Il consumo di alcol secondo l’ultima rilevazione del 2024 è ai livelli più bassi mai registrati negli ultimi trent’anni: il 34,6 % della popolazione ha dichiarato di consumare alcol con una riduzione di 14 punti percentuali rispetto al 2014. Si attestano stabili i consumi di marijuana, cocaina e pasta base.

I dati in calo registrano una tendenza positiva, che non sempre la realtà riflette nelle fasce di popolazione vulnerabile maggiormente afflitta dal rischio dipendenza.

T. assieme a L. è monitorata dai servizi sociali, a seguito di una denuncia sporta dal collegio di appartenenza della bambina per l’alto tasso di assenze. È una procedura standard che il collegio mette in atto per proteggere il diritto allo studio del bambino e monitorare alcune situazioni a rischio negligenza parentale. Per lunghi anni, il suo compagno è stato J., allontanato pochi mesi fa per i comportamenti violenti e abusanti, e la forte dipendenza da sostanze alcoliche. Con il tempo, T. mi parla di un riavvicinamento e di un cambiamento di J., a suo dire non più alcolizzato, e in fase di recupero.

Il suo sguardo e la sua esitazione prima di rispondere ad un eventuale ritorno di coppia dirige immediatamente il mio pensiero alla gratitudine che prova per J, per esserci stato quando lei non aveva più nulla, né una casa, né una mano gentile.

La nostra chiacchierata si snoda seguendo i due principali episodi depressivi che hanno segnato T. al principio dei suoi venti e trent’anni. La ricerca dell’Istituto MIDAP (Instituto Milenio para la Investigación en Depresión y Personalidad), guidata da Mariane Krause, afferma che per ogni uomo povero depresso, ci sono 5 donne nella stessa condizione. Nel 2025, la fascia 35-44 anni presenta tassi elevati (19,5%). Tra i 30 e i 39 anni, 1 persona su 4 dichiara di sentirsi sola, un fattore che aggrava significativamente la depressione in questa fase di “età media”.

È un’età significativamente vulnerabile, per una serie di ragioni che fanno eco ancora una volta al saggio della Montecino: il lavoro di cura standard della donna è spesso gravato dal carico genitoriale. L’assenza di una rete di sostegno economico-affettivo e la forte percezione di immutabilità della condizione socio-lavorativa in cui ci si trova nei quaranta/cinquant’anni fa sì che il tono dell’umore sprofondi nelle sabbie mobili della paura, che si rifocilla continuamente grazie a un sistema che permette una scarsa assistenza (ca. 8 sedute) e un accesso difficoltoso alle cure.

Ci salutiamo con la promessa di lasciarsi aiutare, e con una domanda che la spiazza e la riaccende. Cosa desiderava la T. bambina? Mi parla di psicologia, di arte, mi dice che scriveva poesie. Spero che possa dare a L. la serenità che merita e alla T. di molti anni fa la realizzazione di una vita speranzosa.

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