“La sfida del nostro ruolo è quella di essere termostati e non termometri, e cioè di non prendere la temperatura dell’ambiente, ma di provare a cambiarla”.
Pensando ad un conflitto è facile immaginare la presenza di violenza ed ingiustizie ed è facile aspettarsi che la “temperatura” dell’ambiente sia quella della rabbia, una miccia pronta a prendere fuoco e innescare un’esplosione. Ma in Grecia – culla della democrazia, della filosofia, dell’arte classica- dov’è il conflitto? L’ho trovato nei graffiti colorati sui muri dei campi sorvegliati da telecamere e bardati di filo spinato. L’ho sentito nella reazione allarmata della sicurezza privata del campo, di fronte al nostro tentativo di aiutare una persona fragile a trasportare dei pesi verso il checkpoint di entrata. L’ho visto durante gli incontri intorno al nostro tavolino negli sguardi circospetti, volti a scansionare chi altro è in ascolto nel momento in cui si inizia a raccontare della propria lingua madre, della propria storia. L’ho ascoltato nella voce di un padre che ci racconta di non riuscire a curare il proprio figlio in un ospedale in cui parlano una lingua che lui non conosce. L’ho percepito nelle lacrime di frustrazione trattenute da una ragazza che non ne poteva più di essere sfruttata sul posto di lavoro.
Monitorando il rispetto dei diritti umani delle persone in movimento qui in Grecia, ogni giorno siamo a contatto con un sistema che sembra ingoiare tutti e tutte nel suo immobilismo. È un sistema fatto di divieti e di barriere: dai muri che nascondono alla vista le persone che abitano nei campi alle lunghe attese per ottenere l’ennesimo rigetto da parte del sistema di asilo greco; dall’assenza di mezzi di trasporto per raggiungere cure mediche o corsi di lingua alle difficoltà nel trovare un lavoro e un alloggio una volta usciti dall’isolamento dei campi. Non mi ci è voluto molto a capire che la “temperatura” che si respira qui non è la rabbia ma la rassegnazione.
A volte in questi mesi sono stata termometro e mi sono scoperta rassegnata anch’io. Anche se non lo accetto, non mi stupisce più che le persone vengano spostate arbitrariamente da un campo all’altro per fare posto a nuovi arrivi. Anche se non lo accetto, non mi stupisce più che a volte i bambini non vadano a scuola, che a volte non si riesca ad essere visitati da un medico per giorni, che a volte si aspettino mesi per ottenere i soldi necessari a comprare una giacca o delle scarpe per l’inverno.
In questi mesi in alcuni casi siamo riusciti a cambiare le cose, in altri casi invece no. Eppure le persone che abbiamo incontrato hanno continuato a volerci al loro fianco. Per spegnere delle candeline, per partecipare insieme ad una manifestazione contro la guerra, per un funerale, per trasferirsi in una casa nuova, per una visita dall’avvocato, per una foto con l’Acropoli sullo sfondo. Per loro – questo l’ho capito – la temperatura dell’ambiente è cambiata con la nostra presenza ogni volta che non si sono sentiti più soli di fronte a un sistema ingiusto e sconosciuto.
















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