Caschi Bianchi Guatemala

Un soldato dietro alla telecamera

In Guatemala, dopo la fine della guerra civile, è stato promosso il Programa Nacional de Resarcimiento per compensare le vittime del conflitto, senza però comprendere le forze armate. Una misura controversa che, attraverso la voce di Don Pablo, assume agli occhi di Noemi un’altra prospettiva

Scritto da Noemi Calgaro, Casco Bianco in Servizio Civile con Caritas Italiana a San Marcos

Nel mese di ottobre 2021 centinaia di ex militari in congedo hanno fatto irruzione nella sede del Congresso a Città del Guatemala per chiedere l’approvazione di un disegno di legge, che concederebbe loro una compensazione finanziaria per la loro partecipazione al conflitto armato interno che ha opposto le forze governative e il gruppo di guerriglia dell’Unità Rivoluzionaria Nazionale del Guatemala (URNG) dal 1960 al 1996. Gli ex combattenti avevano manifestato in vari giorni nelle settimane precedenti con blocchi stradali, fino alla decisione di entrare con la forza nel palazzo istituzionale. Il risarcimento è stata una delle promesse elettorali della campagna del 2019 dell’attuale presidente Giammattei.

In Guatemala, dopo la fine della guerra civile, è stato promosso il Programa Nacional de Resarcimiento per compensare le vittime del conflitto, senza però comprendere le forze armate. Il risarcimento dei militari “per il servizio prestato allo Stato” è infatti una misura controversa secondo diverse associazioni per la difesa dei diritti umani, dal momento che si stima che in quel periodo ci siano state 250.000 vittime fra morti e scomparsi, la maggior parte delle quali per mano dell’esercito nazionale.

Le storie dei veterani che esigono l’approvazione dell’iniziativa 5664 sono tante e diverse. Durante la formazione precedente alla partenza per il servizio civile si è ovviamente parlato molto di servizio militare, visto che il progetto Caschi Bianchi si fonda sull’eredità lasciata dagli obiettori di coscienza, ma mi ero soffermata poco a pensare alla componente umana, alle persone che come singoli individui, per ragioni diverse, in modo obbligatorio o volontario si trovano a imbracciare le armi in un esercito. Durante il servizio, ho avuto la possibilità di ascoltare una di queste storie, che, senza la pretesa di rappresentare la visione di maggioranza degli ex-militari, mi ha permesso di esplorare una prospettiva della proposta di legge che non avevo preso in considerazione.

Si tratta della voce di Don Pablo, 58 anni, residente in una comunità del municipio de La Blanca che si affaccia sulla costa occidentale del Guatemala. Vive con sua moglie Erika e i suoi due nipotini, che gli sono stati affidati dalla figlia impegnata nel pericoloso percorso di migrazione verso gli Stati Uniti. In questi mesi ho passato tanto tempo in questo territorio in cui le famiglie contadine si dividono (in un clima di alto conflitto sociale per l’accaparramento di terra e acqua) lo spazio con le monocolture di banano e palma africane delle grandi imprese. Messa a confronto con le case dai tetti di palma o lamiera, con il patio sterrato dove razzolano polli e maiali, latrine e lavatoi a svolgere la funzione di bagni, la casa del signor Pablo è nettamente la più curata ed elegante che abbia visitato fino ad ora. Ha addirittura un giardinetto erboso dotato di un impianto di irrigazione e un pozzo che fornisce direttamente acqua alla cucina.

Quando Pablo mi dice di essere stato per due anni e mezzo come militare nell’esercito non mi stupisco più di tanto. Il suo aspetto risponde ancora alla mia idea stereotipata di soldato, con capelli a spazzola, fisico muscoloso, mento alto e fiero. Anche la condizione economica che si evince dalla sua bella casa mi induce a collocarlo in una categoria separata rispetto alle numerose umili famiglie contadine che ho incontrato finora. Eppure, il suo successo economico non è stato frutto degli anni nell’esercito, ma dei quindici anni trascorsi a fare qualunque lavoretto in California e a mandare rimesse perché alla sua famiglia non mancasse nulla. Ormai sono otto anni che Pablo è tornato in Guatemala e si guadagna da vivere lavorando i campi con il figlio e facendo il muratore. Si dedica anche alla costruzione di animali di cemento che dipinge per decorare il giardino, di cui cura amorevolmente le piante tropicali e gli alberi di mango.

Si è arruolato volontario quando aveva 19 anni, nel 1985, in piena guerra civile. In quel momento la leva militare era obbligatoria e tanti giovani furono reclutati con la forza. Se il passato militare di Pablo non mi ha sorpreso, mi sconvolge l’idea che in periodo di guerra un ragazzo così giovane possa aver voluto spontaneamente entrare nell’esercito. Quando gli domando perché lo abbia fatto, mi risponde che era “un chico tonto”, affascinato dal prestigio della divisa che veniva presentata dallo Stato come un onore di cui non tutti erano degni. Dice che sono stati anni orribili, che non era per lui. “Lì non esistevano diritti umani. I militari sequestravano le persone di notte dalle loro case e molte non tornavano più. Hanno fatto cose molto brutte”. Del durissimo addestramento militare a cui è stato sottoposto dice che gli è rimasta l’importanza attribuita all’igiene personale e al rendersi presentabili davanti agli altri. L’ordine, la disciplina e la pulizia del soldato erano gli elementi che lo distinguevano dai “civili con i pidocchi”.

Riferendosi a quei due anni e mezzo usa la parola “trauma”, che mi sembra un ossimoro associata a quell’uomo tutto d’un pezzo che si sente chiaramente un po’ superiore ai suoi compaesani. Pronuncia una frase che mi appunto: La vida de los militares es como la de los artistas: hay una parte tras de la camara que no se ve (che significa: “la vita dei militari è come quella degli artisti: c’è una parte dietro la telecamera che non si vede”). Non entra nei dettagli, riferendosi ai castighi severi, agli abusi perpetrati dagli ufficiali di alto rango sui più giovani, che avvengono nel segreto delle caserme mentre in pubblico vengono consegnate medaglie e onorificenze. Dice che appena terminato il periodo obbligatorio di 30 mesi di servizio, lascia l’esercito portandosi dietro il terrore per qualunque rumore forte che tuttora, a volte, lo fa trasalire, come lo scoppio dei petardi dei bambini. Fra le tristi eredità di quell’esperienza annovera anche l’educazione eccessivamente severa e fatta di castighi con cui ha cresciuto i suoi figli e di cui si pente, affermando che ora non vuole che i suoi nipoti ricevano lo stesso trattamento.

Nel salotto ha appeso due foto incorniciate di sé con la divisa e la certificazione di aver terminato il suo servizio militare. Ha anche fatto carriera: era diventato capo di un piccolo contingente della sezione dell’intelligence militare. Me le mostra con una punta di orgoglio che mi sembra stridere con i racconti precedenti, ma che probabilmente rimarca solo la contraddizione fra i riconoscimenti visibili e le ferite invisibili lasciategli da questa esperienza. Il fatto di essere stato un soldato – mi spiega Don Pablo – gli ha fruttato una sorta di rispetto e timore da parte dei suoi compaesani.

Gli chiedo cosa direbbe se il suo nipotino, con cui ha appena smesso di rotolarsi sul tappeto facendogli il solletico, gli dicesse da grande di volersi arruolare. Risponde che lo fermerebbe in tutti i modi. I tempi ora sono cambiati, la guerra è finita, nell’esercito si può studiare e nel contesto attuale la violazione dei diritti umani sarebbe meno esplicita; nonostante questo afferma che non ne vale la pena, che el poder le mata a un hombre la lastima (il potere uccide la pietà di un uomo), per cui diffida di chi, ricoprendo incarichi di potere nelle forze armate, si trova nella posizione di poter abusare degli altri.

La storia testimoniata da quest’uomo parla di trauma e sofferenza, di violenza subita e, in qualche modo, riproposta nell’esperienza come padre. Non c’è traccia dell’onore che gli era stato promesso indossando quella uniforme, se non nei ricordi tangibili di foto e diplomi di quel periodo. Dopo il suo racconto continuo a dubitare che l’indennizzo ai veterani sia una misura giusta, ma quello che avevo percepito come un premio per i massacri compiuti durante il conflitto civile ora ha perso ai miei occhi anche la pomposa connotazione di riconoscimento per il servizio prestato alla nazione e ha assunto il sapore amaro del debito dello Stato per il trauma di un uomo.

Fonti:

El Pais, 19 ottobre 2021, Un grupo de ex militares entra a la fuerza en el Congreso de Guatemala.

Martinez Denis, Gomez Luisa, 2019, Las reparaciones para victimas del Conflicto Armado en Guatemala. Una promesa por cumplir, Queen’s University Belfast.

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