Caschi Bianchi Grecia

Dove gli ultimi saranno i primi

Nonostante alcune difficoltà legate alla pandemia tra cui un cambio destinazione, Lorella sta svolgendo servizio civile ad Atene al servizio di persone senza fissa dimora e immigrati e anche se a volte si sente fragile e impotente, mantiene forte “la voglia di fare giustizia per persone che hanno il loro diritto di vita e di libertà.”

Scritto da Lorella Cavicchioli, Casco Bianco in Servizio Civile con Apg23

Anime sole che vagano, in cerca di qualcosa che non riescono a trovare e ad avere. Senza speranze di un futuro migliore. Ma con tanto da trasmettere e da dare ognuno a loro modo. Questo è ciò che ho incontrato al mio arrivo in Grecia.

Ma facciamo qualche passo indietro. Finalmente si avvicina il momento, pronti partenza, stop… Tutti fermi. Momento di panico, succede qualcosa per cui nessuno era pronto, scoppia una pandemia globale.

Da quel momento in cui il mio anno di servizio civile era iniziato da pochi giorni, con destinazione Brasile, si sono susseguiti solo dubbi e incertezze. La carica e la grinta si sono abbassate piano piano, ma c’era ancora quello spiraglio di speranza che portavo sempre dentro.

Ad un certo punto mi dicono che la partenza per il Brasile è annullata, e mi propongono un ricollocamento in un altro Paese: in Grecia, ad Atene. Nonostante il periodo particolare, il mio cuore ha accettato subito, senza farmi pensare troppo, perché anche se cambiava la meta, le motivazioni che portavo dentro erano le stesse e con il passare dei giorni aumentavano e diventavano sempre più forti. Arrivata in Grecia non mi sembrava vero che nonostante tutto io fossi riuscita a partire e che stava iniziando la mia avventura.

Al mio arrivo sono stata accolta da una bella famiglia con 5 figli, che ospita una mamma con due bimbi ed altre famiglie in stato di bisogno. Quello che ho sentito fin da subito è stata la loro accoglienza semplice e naturale. Fin dai primi giorni sono stata inserita nelle attività della Capanna di Betlemme e del servizio di unità di strada.

La Capanna di Betlemme è una struttura che accoglie persone senza fissa dimora, offre a loro un tetto sulla testa, un letto e un piatto caldo, ma soprattutto offre la possibilità di mettersi in relazione e di trasmettersi reciprocamente qualcosa di bello e positivo che rimanga. Purtroppo questo anno particolare ha stravolto tutto anche qui, infatti il numero di persone che possono accedervi è minore, ma per fortuna l’attività continua.

Le uscite in strada si svolgono una volta alla settimana e consistono nell’andare a trovare le persone senza fissa dimora, portare loro qualcosa da mangiare, da bere e da vestire.  La strada: il posto dove va a vivere chi non ha più un tetto sopra la testa, chi invece sceglie di non averlo, persone che non riescono ad inserirsi nella società, chi si sente solo e smarrito, chi sente la libertà e non vuole essere vincolato da niente, chi si fa, chi beve e tante altre motivazioni che se non si vive quella vita è difficile decifrare a pieno. Un giorno ho avuto la sensazione, guardando una persona in strada negli occhi, di poter toccare e sentire una parte della sua sofferenza, come se in quel momento un po’ di quello che portava dentro di sé si era fatto uno spazio dentro di me. È proprio vero che “gli occhi sono lo specchio dell’anima”. È stato un momento forte, profondo e strano, sarei voluta scoppiare in lacrime ma vedendo lui che nonostante tutto sorrideva, mi sono fatta forza.

Incontro anche persone migranti, provenienti spesso dall’isola di Lesbo, dove purtroppo vivono in condizioni di abbandono e grave disagio. Davanti a tutte queste situazioni mi sento piccola, fragile e impotente ma con la voglia di fare giustizia per persone che hanno il loro diritto di vita e di libertà.

Atene è anche magica. La prima passeggiata per la città mi ha fatto innamorare dei vicoletti e dei negozietti artigianali, ovunque ti giri c’è un pezzetto di storia e cultura, è una città piena di vita e molto caotica, le persone sono socievoli e aperte e le tradizioni vengono mantenute ancora vive.

Durante la prima settimana qui ho sentito un po’ la lontananza dalla mia famiglia, la fatica della lingua, la sensazione di non sentirmi all’altezza rispetto a certe situazioni. Anche la condivisione con il prossimo, che sembra così semplice, alle volte mi mette in difficoltà, ma penso sia questa la chiave per avere la vita e il cuore più pieni, la fatica aiuta a crescere.

Penso che sicuramente ci saranno tanti momenti difficili ma ho la consapevolezza di non essere sola, di avere qualcuno alle spalle e di poter superare insieme ogni difficoltà. Forse mi troverò a fare i conti con i miei scheletri nell’armadio, ma una cosa di cui sono certa è che mettendoci tutto l’amore e il cuore posso vivere per davvero.

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