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Caschi Bianchi Perù

Lima e i suoi innumerevoli pugni nello stomaco

Se a qualcuno di voi è capitato di chiedermi “Allora Ilaria, com’è andata in Perù?” probabilmente avrà anche visto apparire sul mio volto un’espressione confusa e mi avrà sentito rispondere con difficoltà utilizzando frasi apparentemente sconnesse tra loro.
Questo succede perché l’anno di servizio civile a Lima è un’esperienza molto complessa da spiegare e nelle seguenti righe provo a raccontarne un aspetto.

Scritto da Ilaria Montagna, Casco Bianco con ProgettoMondo.Mlal e Focsiv a Lima

Lima è una città che, se non tieni gli occhi chiusi, ti ricorda costantemente che nel mondo ci sono delle differenze.

Te lo ricorda quando cammini per strada con la tua borsa della spesa piena di cose costose e passi di fianco a Marcos, che in strada ci lavora vendendo caramelle, e gli basterebbe guadagnare in un giorno la metà di quello che tu hai speso in mezz’ora al supermercato, per essere “tranquillo” e poter dare da mangiare a suo figlio. Ma comunque ti sorride, chiacchiera e ti regala un cioccolatino, la sua fonte di guadagno, perché si.

Te lo ricorda quando tutte le mattine andando in ufficio vedi la signora all’angolo dello stradone Brazil con la sua cassetta piena di avocado da vendere, che sta lì con la sua bambina, tra i gas di scarico, il rumore del traffico di una delle strade più frequentate di Lima e la gente che passa. La bimba, che avrà si e no tre anni, gioca correndo avanti e indietro sul marciapiede, e tu ti chiedi come cresceranno quei polmoni pieni di smog.

Te lo ricorda quando, tornando a casa, prima dell’incrocio con via Sucre, vedi sempre la stessa signora anziana seduta per terra sui suoi cartoni, cerchi di immaginare la sua storia, come sia finita lì, e mentre ti allontani attraversando la strada ti chiedi in che momento sia diventato socialmente accettabile e normale passarle accanto e tirare dritto.

Te lo ricorda sull’autobus, quando tra i vari venditori sale un signore distinto che potrebbe avere l’età di tuo padre, elegante con il suo completo e nei modi, che tira fuori tutte le sue capacità professionali per vendere delle penne. E tu ti chiedi quanta insicurezza e precarietà può portare con sé quel tipo di lavoro, che lavoro aveva prima, e perché non ha una pensione come tuo padre, come sarebbe giusto.

Te lo ricorda quando tuo nonno si ammala, ha bisogno di essere ricoverato in ospedale, e tu non ti devi preoccupare perché sai che riceverà le migliori cure e medicinali gratuitamente. Mentre i tuoi amici tremano all’idea che uno dei loro parenti si ammali gravemente, perché la salute si paga cara fino all’ultima garza, e avere un familiare ricoverato in ospedale può significare doversi indebitare fino al collo.

Te lo ricorda quando, poi, purtroppo tuo nonno viene a mancare, e tu sei così fortunata da poter decidere di prendere un volo e tornare immediatamente a casa, nel tuo paese, per stare con la tua famiglia. Mentre provi quasi un po’ di vergogna nel dirlo ai tuoi amici venezuelani, che non vedono i loro cari da ormai troppo tempo e nel loro paese non ci possono tornare, sapendo che se uno dei loro genitori si dovesse ammalare probabilmente non riceverebbe le cure adeguate o forse non ne riceverebbe affatto, perché medicine e medici scarseggiano e i cali di energia elettrica che periodicamente prendono tutto il paese non risparmiano di certo gli ospedali.

Te lo ricorda quando tuo zio per i suoi 50 anni ha potuto fare due bellissime feste di compleanno con famiglia, amici, musica e cibo, mentre una tua amica ti racconta che suo padre una festa di compleanno come si deve non l’ha mai avuta, e che per quanto lui desideri festeggiare i suoi 70 anni, lei e le sorelle non sanno come poter realizzare questo desiderio perché una vera festa costerebbe troppo.

Te lo ricorda quando la mattina dopo una festa con gli amici, decidi di andare a comprare la colazione per tutti, e davanti al panificio trovi un bambino seduto sul marciapiede, con la sua cassetta di avocado da vendere, che con l’aria stanca e annoiata di chi non vorrebbe proprio stare lì, ammazza il tempo disegnando un cuore sulla carrozzeria impolverata dell’auto parcheggiata dietro di lui.

Te lo ricorda in ufficio, quando un bambino venezuelano di sette anni da poco arrivato in Perù con la famiglia, invece di dirti “ho sete” ti chiede “scusa, quanto costa l’acqua qui?”, mentre tu pensi che alla sua età il prezzo delle cose probabilmente non te lo sei mai chiesto.

Te lo ricorda anche adesso, a chilometri di distanza, quando durante una pandemia, il tuo dilemma da quarantena di oggi è stato se fare l’ennesimo dolce o deciderti finalmente a sistemare quel benedetto armadio. Mentre lì, come in tanti altri luoghi, non poter uscire a lavorare oggi, per alcuni significa non avere da mangiare domani e rischiare di essere sfrattati tra qualche giorno.

In fondo, il “lato del mondo” da cui nasci, non è poi così irrilevante.

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