Bangladesh Caschi Bianchi

ESCO A FARE UN GIRO

Una semplice passeggiata per le strade strette e fangose di Chalna Bazar… cosa c’è di più normale?
Un gruppo di ragazzi disabili, delle bici inusuali, una ragazza italiana, un piccolo villaggio in Bangladesh e una cultura poco abituata a confrontarsi con il “diverso” sono gli ingredienti che bastano a trasformare questa “semplice” esperienza in un’importante conquista di libertà, condivisione e conoscenza reciproca!

Scritto da Silvia Binelli, Casco Bianco con Apg23 in Bangladesh

Già prima del colloquio per iniziare questo servizio civile, sognavo l’Asia che conoscevo: il muezzin che canta l’invito ai fedeli per il namaz[1], i tanti gustosi frutti tropicali, gli immensi paesaggi di riso immerso nell’acqua. Non ho mai smesso di sognarli e mi sono conquistata[2] questo approccio un po’ romantico di poter bagnarsi sotto la pioggia e di passeggiare per strada liberamente seppur con discrezione anche a Chalna Bazar, in questa zona fortemente rurale “vicino” all’India[3].

Qui nella nostra missione le persone disabili sono tante e molti sono anche gravemente psichiatrici. Hanno tanti laboratori e sono molto seguiti nella loro giornata, ma non escono quasi mai dalla missione, per ovvi motivi. Nello specifico, molti nostri utenti essendo psichiatrici hanno difficoltà a ricordarsi i posti dove vanno o da dove vengono, non hanno una normale percezione dello spazio e del tempo, magari sono sordi e rischiano di farsi investire, di perdersi o di spaventarsi lungo la strada. Dopo un po’, ho notato come alcuni di loro volessero seguirmi per strada, chi più e chi meno.

Così, ho iniziato a passeggiare con uno, ad accompagnare in bicicletta una ragazza con le gambe storte a causa di un’acuta poliomielite. Certo, la sua bici è diversa dalla mia. È personalizzata e sembra un triciclo adattato a lei, dotato di corde per non farle perdere la presa dei suoi piedi malformi sui pedali. Un’altra ragazza, Chompa, fatica a camminare e ha i piedi troppo piccoli, ma il fisioterapista dice che camminare la aiuta a mantenere le ossa più giovani.

Insieme ci godiamo i paesaggi, chiamiamo gli animali per nome e giochiamo con un gattino che le donne Dalit[4] sedute al tempio della Dea Kali[5] ci mostrano, superando l’iniziale diffidenza.

Gli abitanti si fermano a guardarci, ci fanno passare e tanti si mostrano gentili con noi e curiosi forse più del normale. Per loro è strano vedere dei ragazzi disabili in giro accompagnati da me, una ragazza Italiana che mastica un poco la loro lingua. Alcuni ci accompagnano lungo una parte del nostro percorso; sotto un’altra prospettiva, si potrebbe dire che ci seguono. Altri ci sorridono. I più sono felici del nostro deambulare.  Un sorriso, una risata grassa, un pukur[6] nel suo riflesso rosso al tramonto. Emozioni condivise tra di noi, nella nostra voglia di uscire che è la stessa, la luna è piena per entrambi stasera e i fiori hanno dei colori magnifici per tutti.

Camminare insieme godendosi la cittadina rurale ha per loro un profumo di libertà e per gli abitanti locali ha il sapore di condivisione degli spazi comuni con questi ragazzi un po’ più speciali di altri.

Le strade sono strette e fangose. Alcuni carretti a benzina si fermano per farci passare. Ed è una soddisfazione in un posto come questo, dove il traffico è ultrasregolato e si rischiano incidenti ad ogni angolo di strada.

Ieri una moto senza benzina veniva spinta a mano, e Annan, un ragazzo con disabilità che vive con noi, non ha smesso di ridere per la scena. Si è divertito troppo a sapere di una moto da spingere a mano. Forse lo trovava senza senso, comunque così divertente da ricordarmi lo stesso episodio giorni e giorni dopo, ridendo. Questo nostro uscire per strada insieme sa per noi di libertà e allo stesso tempo sensibilizza la popolazione locale al tema della disabilità.

In società, alcuni ci deridono mentre camminiamo. La gente spesso ha anche paura di noi soprattutto se abbiamo un aspetto troppo anomalo o facciamo dei movimenti inusuali e incomprensibili ai più. Molti locali abbandonano i disabili fisici o psichici per ignoranza o per difficoltà nel mantenerli. Il governo garantisce più o meno[7] dei fondi minimi alle famiglie per il loro sostentamento. Ma qui nella zona più rurale delle campagne fangose, spesso il numero dei pazienti eccede il target governativo e i fondi non arrivano mai per tutti.

Oggi passando per i villaggi di capanne di terra e lamiera, alcuni ci indicano dicendo in bengalese tra di loro “Guarda, ci sono i matti”. Poi io rispondo che anche se siamo un po’ matti, non cambia niente. Siamo buoni. Al nostro ritorno, salutiamo le stesse persone che hanno già dimenticato la loro iniziale diffidenza e rispondono al nostro saluto con parole, sguardi e gesti di accoglienza. In un altro hamlet[8], un gruppo di giovani si ferma per rivolgerci un caloroso saluto di gruppo. Noi rispondiamo dall’altra parte della strada e ci sentiamo parte di loro, del loro villaggio, della stessa terra in cui viviamo. Ci sentiamo uguali per quegli istanti. E i ragazzi disabili si sentono più accettati che mai.

Un altro gruppo di persone, ci intrattiene. Ci presentiamo con i rispettivi nomi. Sono mussulmani e lo si capisce dai loro nomi. Io evito di rivolgere lo sguardo e la parola al più anziano di loro; è una forma di rispetto qui. I bambini sorridono, si fanno fotografare e ce ne andiamo portandoci con noi i loro nomi, le loro foto, i discorsi accennati, gli sguardi e il rispetto di chi è diverso magari per religione, per età, per condizioni di salute. Ma in realtà siamo stati molto vicini, un tutt’uno: loro seduti sui quei muretti di terra e noi a gruppi di due, che ci tenevamo per mano nella proprietà collettiva del loro villaggio: la strada fangosa. Ripetiamo i loro nomi anche se ci ricorderemo solo i visi nei giorni seguenti, ma già è tanto. È tanto che i nostri ragazzi non abbiano paura della gente e non si sentano giudicati, ma liberi nel loro essere, come sono dentro le mura della nostra missione.

Verso casa, incontriamo di nuovo il tempio della Dea Durga o Kali. Come fanno gli Hindu, ci fermiamo a baciarne il pavimento. Ma non direttamente: prima si bacia la mano destra e poi si tocca il terreno del tempio con la medesima mano, chiusa in sé stessa con le punte delle dita che si toccano; la mano prende una forma chiusa ma allungata.

Dei signori ci fermano per chiederci come stiamo. Due dei ragazzi disabili con noi, parlano poco e male (nel senso che si fatica a comprenderli). Comunque, balbettano “bhalo[9] uno ad uno e anche in questa occasione, esprimiamo il nostro diritto ad esistere, a stare bene, a passeggiare. Un ingegnere ci chiede se facciamo sport, che cosa ci facciamo in giro. Gli rispondo che ci rende felici passeggiare. Lui capisce e continua per la sua strada.

E poi è così, tutti i giorni si incontra più o meno la stessa gente. Chalna Bazar è un mondo molto piccolo. E così tutti i giorni la muratrice che ogni tanto lavora da noi, ci invita a casa sua. Tutti i giorni ringraziamo ma non ci fermiamo mai oltre. È una ritualità e una forma di cortesia, una consuetudine in un Paese dove l’ospitalità ha ancora un valore molto importante. Certo, vi sono dei limiti ma comunque è una consuetudine che si ripete spesso.

Un altro signore ci vede e ci comunica che siamo belli. Dovreste vedere le foto per capire il messaggio anticonvenzionale. Nel senso che sì, ci sentiamo belli, ma per chi non è troppo abituato alla diversità, potrebbe spaventarsi per i denti neri o all’infuori di qualcuno di noi, visi storti e soprattutto per alcuni versi strani che ripetiamo lungo il tragitto. Ma noi siamo sicuri della nostra genuinità e non nascondiamo quindi le nostre debolezze. Così nascono i discorsi a metà, le strette di mano e Choyon salta per la felicità. Lui esprime così la sua emotività. Forse qualche cultore Hindu direbbe che in una sua vita passata lui sia stato una cavalletta o magari un canguro e che in questa vita ne ha ancora le rimembranze. Per questo salta ad ogni occasione.

Matti per matti, si ride e si scherza in giro per Chalna. Facciamo un trenino che una volta va a Kolkata, una volta a Chennai, una volta a Kathmandu e una volta a casa. Così gli autoctoni ci accompagnano nel nostro sogno e nel nostro viaggio che sa di diverse città del Sud Est Asiatico. Ogni tanto lancio io il messaggio, ma ogni tanto sono loro che ripetono il nostro annuncio da bigliettai dei bus “Kolkata jacci”, “India jacci”, “Baire jacci”, “Kathmandu jacci”, “Bari jacci[10].

Oggi una delle nostre donne che vive nelle case-famiglia e si prende cura dei ragazzi e delle ragazze disabili, mi riferisce che sono molto più calmi e felici dopo che li ho portati fuori. Beh, anche io sono felice di questi tramonti nel nome delle grandi città vicine. Per loro è un sogno pensare di andare a Dhaka accompagnati da quegli stessi uomini che magari prima li avevano derisi. Stasera ci hanno accompagnato in un pezzo di viaggio verso Kolkata.


[1] preghiera del venerdì

[2] Con queste parole intendo aver atteso che la missione comprendesse la mia volontà, facilità e soprattutto cautela nel muovermi in questo contesto troppo simile all’India rurale, l’india delle baraccopoli e delle zone tribali dove ho vissuto per 3 anni.

[3] Vicino inteso non meno di 100 km

[4] Dhalit o paria (quest’ultima parole è in sanskrito) si riferisce ai cosiddetti “intoccabili”, ovvero quelli individui che non sono propriamente considerati come tali poiché non appartengono a nessuna casta del sistema Hindu, anzi, ne sono addirittura tagliati fuori per inferiorità. Le caste Hindu sono delle classi sociali estremizzate nel senso che non se ne può uscire se non attraverso una buona condotta (nel rispetto della gerarchia e dei costumi diversi per ogni casta) e solo attraverso i cicli della reincarnazione. In alcune zone del Sud-est asiatico, alcuni anziani ancora oggi ricordano come le donne Dhalit non potessero indossare dei vestiti nella parte superiore del corpo, cioè erano obbligate a mostrare il seno sotto il sari. Qui un altro esempio: nessuno si azzardava a toccare i cosiddetti “intoccabili”, i “fuori casta”, a cui spettavano i compiti più “impuri” di una società come occuparsi del trasporto e smaltimento degli escrementi umani. Sono tuttora discriminati in vari aspetti della vita sociale come l’accesso ai servizi pubblici e all’istruzione. La tradizione e il diritto consuetudinario ancora oggi stabiliscono che gli intoccabili non si possano frequentare o mischiare o sposare con appartenenti ad altre caste. Vorrei sottolineare come vari governi del Sud est asiatico, tra cui il Bangladesh e l’India, hanno riservato per loro le cosiddette “reservations”, ovvero quote riservate alle caste più basse Hindu. A loro spetta una percentuale di posizioni lavorative negli enti pubblici e nell’accesso all’istruzione per favorire la loro emancipazione sociale e limitarne la discriminazione talvolta tuttora presente.

[5] Dea femminile battagliera e feroce, ha talvolta delle teste mozzate di uomo in mano o dei corpi maschili sotto i suoi piedi. È la rappresentazione della forza e della potenza femminile (Shakti) nell’Universo.

[6] Stagni permanenti determinanti per l’economia di sussistenza delle famiglie in Bangladesh e West Bengal (India); sono attigui alle case e ci si lava il corpo, si lavano i piatti e si pesca il pesce da mangiare.

[7] Nel rapporto Unicef “Situation Analysis on children with disabilities in Bangladesh” del 2014, è spiegato a grandi linee come mai il sistema di aiuti economici e di servizi assistenziali garantiti per legge ai disabili non raggiunge tutti coloro a cui spetterebbe per legge. In primis, non tutta la popolazione più isolata e magari appartenente a qualche minoranza etnica o religiosa, è ad oggi a conoscenza dei servizi assistenziali per i disabili garantiti dal Governo. Il motivo potrebbe essere l’assenza di una lingua comune con cui comunicare con la maggioranza della popolazione che parla Bengalese, oppure l’analfabetismo di molti abitanti più o meno isolati, l’eventuale discriminazione nei confronti delle minoranze, dei più poveri o delle caste più basse. Anche la totale assenza di istituzioni governative ad una distanza raggiungibile con le risorse economiche disponibili potrebbe contribuire. Infine, se il sistema di aiuti è diffusivo per principio, di fatto le medicine o gli aiuti non arrivano mai per tutti, soprattutto nelle zone più rurali. Il sistema politico magari li garantisce, ma fuori dai centri più grossi spesso non sono mai abbastanza per coprire l’intero target. Fra le possibili cause, instabilità politica, corruzione e una consuetudine che prevale sullo stato di diritto in un Paese che è al lavoro sulla secolarizzazione dello Stato.

[8] Hamlet è un piccolo villaggio di case primordiale accomunate da legami consanguinei e un capovillaggio maschio.

[9] “Bene” in bengalese

[10] Stiamo andando a Calcutta, Delhi, a casa, in giro, a Kathmandu, in Nepal, in India.

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