Caschi Bianchi Cile

Cile: migliaia in piazza per il diritto allo studio

Antonino e Roberta ci raccontano un Cile insolito e poco conosciuto, in cui la popolazione ha deciso di mobilitarsi in proteste e cortei per difendere il diritto allo studio “per un presente stabile, un futuro dignitoso e per una vera educazione dei giovani, futuro del Paese”!

Scritto da Antonino Morana e Roberta Tartaglia, Caschi Bianchi in Servizio Civile con APG23 a Santiago del Cile

Santiago del Cile, una capitale da più di 6 milioni di abitanti, in uno dei Paesi più ricchi e stabili dell’America Latina. Eppure, l’anno scorso sono morte più di mille persone in lista d’attesta negli ospedali pubblici, ci sono centinaia di migliaia di bambini in età prescolare senza un asilo al quale iscriversi e quasi il 60% degli anziani riceve pensioni miserabili, con le quali non riesce a vivere neanche dieci giorni su trenta in un mese. È in questo contesto che operiamo, cercando con piccoli aiuti di colmare l’enorme e opprimente disuguaglianza sociale.

Così ci accorgiamo che i bambini iniziano a non andare a scuola e, non avendo più lo scuolabus a disposizione, iniziano a disertare anche il nostro centro di aiuto scolastico. Veniamo a conoscenza del fatto che da anni gli insegnanti reclamano una maggiore stabilità lavorativa, in quanto soltanto il 40% può vantare un contratto a tempo indeterminato nelle scuole pubbliche.

Oltre alla precarietà dei contratti, il Governo negli ultimi mesi ha proposto di rendere facoltative alcune materie come storia, arte ed educazione fisica. Questa decisione in particolare ha fatto sì che il corpo docente iniziasse ad organizzarsi per una di quelle che si è dimostrata essere tra le più grandi proteste degli ultimi anni.

Ispirato al movimento femminista, che ha dato un nuovo impulso alla coscienza collettiva, lo sciopero è durato più di un mese, e si è andato via via sempre più organizzando. Ha visto una grandissima partecipazione, arrivando a portare in piazza più di 75000 persone alla volta.
Così che percorrendo le vie di Santiago in un normalissimo pomeriggio ci si poteva imbattere facilmente anche in piccoli cortei formati da studenti universitari insieme agli studenti delle scuole superiori, direttamente coinvolti nella protesta. Allo sciopero hanno aderito numerose categorie di persone, e associazioni e istituzioni si sono mostrate da subito solidali con i professori cileni.
Ciò che questi ultimi reclamano, sono innanzitutto migliori condizioni di lavoro per migliorare l’ambiente educativo: oltre alle condizioni contrattuali indecenti, i professori sono infatti sottoposti a continue valutazioni che li obbligano a completare dei programmi standardizzati, usando metodi di valutazione altrettanto standardizzati, non garantendo agli alunni cileni una educazione di qualità che possa permettere loro di esprimersi e privandoli degli stimoli necessari per formarsi una coscienza critica.

Durante la dittatura, infatti, il Cile è stato terreno di sperimentazione per il neoliberismo, che ha profondamente trasformato il Paese, anche culturalmente. Ciò che importa allo Stato cileno oggi è che gli alunni siano in grado di svolgere delle prove standard, poco importa il contesto da cui provengono o le loro problematiche emozionali. Se si vuole un’educazione di qualità bisogna pagare, e anche tanto. Numerosissime sono infatti le scuole private, che però rimangono alla portata di pochissimi.

Lo sciopero, che si è esteso a macchia d’olio in tutto il Paese non è stato però privo di violenti episodi di repressione.

In una mattina di metà giugno, a sciopero inoltrato, ci siamo imbattuti in un gruppo di giovani, età media vent’anni, due striscioni e tanta preoccupazione per il proprio futuro e quello del Paese, che avevano deciso di far sentire la propria voce ed erano scesi in strada per bloccare il traffico della via dove è ubicata l’Università. Nessun segno di violenza né di aggressività, solo un po’ di scomodità, perché le loro voci potessero essere ascoltate, e in effetti lo sono state: nel giro di pochi minuti l’area è stata circondata da carabinieri in divisa, con scudi e manganelli, che guardavano, scrutavano meticolosamente.

Non era chiaro ciò che stessero cercando, ma dopo l’arrivo del camion con gli idranti non c’è stato più alcun dubbio. La storia dei giorni passati si ripete, sempre con lo stesso copione, ovvero la repressione violenta e istantanea di qualsiasi azione, non importa quanto grande sia, quanto disturbo arrechi, quante e quali persone siano coinvolte: bisogna spegnere tutto e in fretta, così che non c’è alcuna remora a lanciare lacrimogeni e bagnare tutti con l’idrante. Una violenza gratuita che richiama vecchi, ma non vecchissimi ricordi.

Se questo episodio colpisce perché rivolto a un piccolo e pacifico gruppo, non sono mancati episodi ancora più gravi, a colpire, ad esempio, l’Istituto Nazionale, uno dei baluardi dell’educazione pubblica cilena di qualità. La scuola è stata per giorni circondata da poliziotti armati fino ai denti che non hanno avuto nessun problema ad entrare nelle classi con le loro armi per spaventare i ragazzi che avevano deciso di appoggiare lo sciopero.

La barbarie però non ferma la tenacia degli insegnanti e degli studenti che difendono il diritto allo studio e, più in generale, lottano per un presente stabile, un futuro dignitoso e per una vera educazione dei giovani, futuro del Paese.

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