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Australia Caschi Bianchi

Le inaspettate opportunità di un percorso in divenire

Alice e Giulia ci raccontano il loro percorso come Caschi Bianchi in Australia. Un percorso fatto di persone, sorrisi, sguardi e altruismo che si è concluso nel Centro di detenzione per richiedenti asilo di Villawood. È proprio in questo centro che entrambe hanno trovato il significato nel loro essere Caschi Bianchi.

Scritto da Alice Zonta e Giulia Pratesi, Caschi Bianchi Apg23 a Mount Pritchard

10 mesi esatti dal nostro arrivo, 1 casa della Pace piena di colore (letteralmente!) e di buoni propositi per l’avvenire, 2 teste che faticano ad analizzare quello che è successo finora e quello che si prova tuttora a vivere qui, ad essere caschi bianchi a Mount Pritchard – uno fra i tanti sobborghi a Ovest di Sydney.

Il nostro percorso in divenire di Caschi Bianchi della Comunità Papa Giovanni XXIII in Australia, è iniziato nella casa famiglia di Danila, in cui abbiamo trascorso buona parte dei primi cinque mesi, e si è arricchito nel tempo di incontri e di nuove esperienze che hanno ridimensionato le preoccupazioni iniziali e lasciato spazio ad un tracciato più regolare.

A Gennaio infatti il nostro viaggio comincia a prendere delle vie inaspettate. Una ci conduce nella casa di riposo di Austral fondata dai Padri Scalabrini; la seconda ci fa arrivare, il pomeriggio del 12 gennaio scorso, nel Centro di detenzione per richiedenti asilo di Villawood.

Che significato ha la nostra presenza in questa realtà? Perché – come ci ha fatto carinamente notare un agente “siete pagate dal governo italiano per entrare qui e non fare niente” – noi non miglioriamo la situazione legale dei tanti che abitano (e che ormai fanno le radici) in questi centri, non possiamo accelerare le pratiche per i loro documenti, non risolviamo l’ingiustizia dell’essere in prigione senza aver commesso reato. Noi semplicemente incontriamo le persone. E gli incontri cambiano noi, cambiano la percezione che abbiamo rispetto alle cose. Crediamo che in fondo, visto che la vita è un po’ un susseguirsi di incontri, le persone riaggiustino il proprio equilibrio continuamente, soppesando i nuovi interventi, i nuovi contributi disponibili. I momenti passati a Villawood ci hanno fatto conoscere il sorriso, ultimamente latitante, di Y., lo sguardo pieno di speranza di M., che sta aspettando con ansia la “decisione” della corte, la spontaneità di P., che ti muove una genuina tenerezza, i resilienti 6 anni e mezzo di detenzione di N., la calma e l’altruismo di R., la timida allegria di S., le battute di G., i disegni di M., la voglia di raccontarsi di Y., gli occhi espressivi di D., l’accoglienza di R. e S., la dolcezza e le doti di adattamento di C., il cipiglio sbarazzino del giovane P., le lasagne – se ci andava bene, “take-away”- di I., i primi calci al pallone di A., bimbo di 17 mesi che va a trovare il suo papà, e tanti altri pezzettini di vissuti e avventure che vanno a comporre un mosaico di mondo.

Villawood per noi è tutte queste cose. È la rabbia che riaffiora sempre, inevitabilmente, prima e dopo ogni visita, la felicità nel rivedere volti amici, la paura di essere solo un diversivo alla noia e alla disperazione, il desiderio di fare di più per difendere la dignità umana, la convinzione che se così non sarà avremo sprecato questi incontri. E come Villawood altri centri, altri luoghi in cui questi incontri possono e devono avvenire. Come quando la comunità civile entra a Villawood se ai detenuti di Villawood è proibito uscire. Posti come questi scavano dentro di te e ti mettono in discussione come persona. Così ti domandi perché al loro posto non potresti esserci stata tu, i tuoi amici o la tua famiglia. La colpa delle persone che stanno a Villawood è stata quella di osare nello sperare un futuro, rischiare tutto per vivere. Non una vita migliore, ma l’unica possibile.

Chi sono i rifugiati?

L’Australia è l’unico paese, firmatario della Convenzione per i Rifugiati, a essersi dotato di centri di detenzione (carceri) destinati alle persone che gli chiedono asilo e che arrivano sul suo territorio sprovvisti di un visto. La valutazione dello status di rifugiato passa attraverso un periodo indefinito di detenzione obbligatoria, prevista a partire dal 1992.

Chi sono i detenuti? Immigrati “illegali” arrivati via mare o immigrati ai quali, per diversi motivi, è stato ritirato il visto. Ad oggi, il governo australiano sembra perseverare nell’applicazione di un approccio punitivo al fenomeno dell’immigrazione “illegale”, respingendo i barconi in arrivo dal sud-est asiatico, rimpatriando molti richiedenti asilo al termine di valutazioni sommarie o dirottandoli, per periodi di tempo indefiniti, a Nauru e Manus Island. Su queste isole del Pacifico sono stati costruiti dei centri di detenzione gestiti dalle multinazionali Serco e Transfield Services e ospitati dai governi locali in cambio di aiuti allo sviluppo. In queste strutture, a cui si aggiunge quella di Christmas Island, territorio australiano, le persone rimangono per mesi (o anni) in attesa che le loro richieste di asilo siano esaminate. Chi ottiene lo status di rifugiato può restare sull’isola o scegliere se essere trasferito in Cambogia o in Papua Nuova Guinea (nota: il 40 per cento degli abitanti della PNG vive sotto la soglia di povertà). Questa linea politica, in atto dal 2012 e nota come PNG Solution, comporta la sistematica estromissione di persone verso Paesi terzi inadeguati alla protezione dei richiedenti asilo.

Molteplici inchieste e rapporti, condotti da Commissioni governative, UNHCR e altre ONG, hanno denunciato a più riprese la presenza di minori nelle strutture detentive (anche se è notizia di questi ultimi mesi la rimozione degli stessi dai centri dell’Australia continentale), l’inadeguatezza strutturale dei centri offshore di Manus e Nauru, la commissione di abusi sessuali e fisici riportati all’interno dei centri, la chiusura dei medesimi agli organi di stampa e la pena carceraria prevista per il personale che rivela quanto accade nelle strutture detentive.

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