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Caschi Bianchi Cile

Lettera a mia madre

Jacopo è Casco Bianco a Santiago del Cile e durante il suo servizio frequenta anche una comunità terapeutica. In questa lettera racconta a sua mamma, che gli ha insegnato a fidarsi del prossimo, di un ragazzo che soffre di tossicodipendenza e decide di condividere anche con noi le sue riflessioni.

Scritto da Jacopo Cimmino, Casco Bianco Apg23 a Santiago del Cile

“Mamma ho incontrato un ragazzo tossicodipendente.
È un ragazzo giovane, abbiamo la stessa età.
Gli si legge tanta sofferenza in viso.

Si è internato per disintossicarsi, questa volta ha deciso di intraprendere la strada più lunga e difficile. Il più delle volte tiene la testa china, perché mi ha detto che è molto pesante il peccato che si porta sulle spalle.
Cerca di essere una persona più onesta, desidera stare vicino alla sua compagna, chiede che suo figlio torni a essere fiero di lui.
Ha sbagliato fuori ogni misura e lo sa, questa volta ha capito mi dice, anche se non è la prima volta che lo ammette a se stesso. Aveva già provato a uscirne ma ci è ricaduto.
Il cammino deve essere davvero duro, la tentazione forte.
Tu mi hai insegnato a fidarmi del prossimo, e allora io gli credo, credo alle sue buone intenzioni, per questa volta.
In cappellina ho alzato lo sguardo e l’ho visto pregare con le mani giunte e gli occhi chiusi, cercando riscatto dalla sua attuale miseria.
Non so perché ha sbagliato. Magari nessuno lo capiva. O forse nessuno lo ascoltava.
La colpa di un errore è sempre e interamente di chi lo commette?
Errare è profondamente e inevitabilmente umano, inciampare e cadere. Ad oggi non ci sono astenuti.
Nella comunità terapeutica condivide la sua solitudine insieme agli altri accolti.
Sembra che oggi abbia deciso di starsene lì in un angolo, solitario e silenzioso, quasi temesse di poter amareggiare la giornata a qualcuno con la sua sola presenza.
Io gli voglio bene e so che lui ne vuole a me, anche se dentro a questa comunità non saremo mai amici, non è questo il posto per esserlo né tantomeno il momento.
Lo guardo. Mi guarda. Ci guardiamo. Nei suoi occhi leggo una irrequieta pazienza.
Lo conosco. So cosa pensa, a chi pensa.
È un colloquio silenzioso il nostro, che nasce e muore in uno sguardo di comprensione.
La droga lo ha messo in ginocchio, ridotto in cenere, dovrà lottare duramente ogni giorno e in ogni decisione per riuscire a rialzarsi. Non può mollare nemmeno per un attimo.

Io il mondo della droga non lo conosco, tu mi hai insegnato a starne alla larga.
Però mamma io oggi ho visto un ragazzo tossicodipendente e mi sono sentito fiero di lui.”

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