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Bolivia Caschi Bianchi

Tremendamente deboli

Tommaso, Casco Bianco in Bolivia con Apg23, ci racconta la sua esperienza presso la Comunità Terapeutica San Vicente, attraverso la quale scopriamo un pò di più sugli hermanos accolti.

Scritto da Tommaso Sartori, Casco Bianco Apg23 a La Paz

“Nell’ultimo periodo sto passando molto tempo presso la Comunità Terapeutica San Vicente. La CT si trova in un barrio (quartiere) considerato quasi “zona rossa”. Furti ed assalti sono infatti all’ordine del giorno e la colpa viene scaricata sui molti immigrati peruviani, generalmente discriminati dai boliviani. Un barrio caratterizzato dal consumo di droghe illegali e soprattutto di sostanze alcoliche. Vi sono alcuni/e hermanos e hermanas che vivono in strada, i quali bevono durante tutto l’arco della giornata e sopravvivono facendo qualche lavoretto o macheteando, cioè andando ad elemosinare frutta, verdura, carne o qualsiasi cosa che magari sta andando a male e che andrebbe buttata, nei mercati.

In passato il quartiere era famoso anche per i suoi bolichi (bar), ed in particolare per uno: il “cimitero degli elefanti”. In questo locale chi voleva farla finita, poteva avere la sua stanzetta ed i suoi costanti rifornimenti di alcool, di cui usufruiva fino a perdere la vita.

Proprio per la sua posizione, la CT è un punto di passaggio fondamentale per chi si vuole recuperare, in questi giorni la popolazione che vi abita è cresciuta considerevolmente e siamo passati dai 18-19 interni ai 30 circa. Siamo talmente tanti che se nei prossimi giorni dovessero venire altri hermanos probabilmente non potremmo ospitarli.

La prima fase infatti, quella di disintossicazione, può accogliere un massimo di 8 persone, ed in questi giorni abbiamo raggiunto il limite massimo di posti.
Uno spera sempre che la CT sia vuota, che nessuno abbia bisogno di entrare, disintossicarsi, fare un percorso di recupero per tornare ad una vita “normale”. Purtroppo non è cosi da nessuna parte e tantomeno qui in Bolivia dove l’alcolismo è un problema considerevole. Mi viene quindi da dire che “per fortuna” ci sono così tanti hermanos che decidono di iniziare il percorso in CT: questo vuol dire che nonostante tutto, cercano di dare una svolta alla propria vita o quantomeno la rispettano ancora un po’, comprendendo che devono ascoltare per un momento il proprio corpo se non vogliono danneggiarlo ulteriormente o distruggerlo.

Passando tanto tempo in CT sto partecipando anche alle terapie di gruppo che si tengono il pomeriggio, durante le quali vengono affrontate diverse questioni, come le emozioni che si provano, i valori che si sentono di portare avanti, le proprie debolezze ecc. trovare qualcuno a cui aggrapparsi nei momenti di difficoltà. I ragazzi vittime di dipendenze pensano inconsapevolmente di essere in grado di poter gestire la propria malattia da soli, ma quando si scontrano con un fattore esterno che li destabilizza non hanno nessun appoggio e si trovano quindi a dover ricorrere all’alcool o alla droga. La solitudine quindi spesso e’ un altro fattore da tenere in considerazione. Spesso gli hermanos sono infatti soli, anche se circondati da familiari e amici. C’è comunque da sottolineare che le ricadute sono sí delle sconfitte, ma permettono comunque, come tutte le cose negative, di poter apprendere qualcosa, in modo da evitare di compiere nuovamente l’errore e poter continuare andando avanti in un cammino che comunque durerà tutta la vita. L’altro giorno, per esempio, un hermano appena entrato ha dovuto presentarsi e raccontare cosa gli fosse successo: non era la prima volta che veniva accolto ed era ormai un anno e mezzo che non beveva, prima di questa nuova ricaduta. La malattia si è fatta avanti subdolamente, è iniziata con un bicchiere ed è finita con il diventare la causa della perdita del lavoro e dell’hermano, investito da una macchina. Mentre raccontava tutto questo le lacrime scendevano lentamente sul suo viso e i singhiozzi spezzavano le sue parole pronunciate timidamente. Anche un altro hermano appena entrato ha reagito in questa maniera raccontando di come pian piano l’alcol lo abbia allontanato dalla sua famiglia e specialmente da sua moglie. Dopo due giorni però le figlie sono venute a trovarlo e lui era l’uomo più felice del mondo. Avreste dovuto vedere la luce nei suoi occhi, ha pure giocato a calcio con i nipoti.

La settimana precedente è ricaduto un hermano di un’altra comunità terapeutica: l’ho trovato fuori dal cancello che beveva con altri due compagni in stato di ebbrezza. Era il classico hermano che durante la terapia esprimeva i concetti migliori, aveva le migliori intenzioni e a parole sembrava pronto per tornare alla vita “normale” e continuare a lottare. Invece è bastata una futile discussione con un terapeuta per far sì che abbandonasse il programma, spendesse tutti i suoi pochi soldi in rum & cola e venisse fuori dalla “mia” CT supplicandomi di farlo entrare, abbracciandomi, inginocchiandosi e piangendo. Per fortuna sono riuscito a controllarlo, a fermarlo quando si stava per allontanare, lasciandomi anche il suo sacchetto di plastica con i pochi vestiti che aveva, a parlare con i responsabili e a farlo entrare da noi.

Anche oggi mi è successo qualcosa di simile. Nella cancha (campetto di cemento) dove giochiamo, c’è sempre qualcuno ubriaco, steso sull’erba o seduto sulle gradinate a guardarci. Questa volta c’era un hermano che già aveva fatto un percorso con noi qualche mese fa. Ha espresso ad uno dei membri dell’equipo tecnico la sua volontà di internarsi, ma per il fatto che era un po’ sbronzo il responsabile gli ha risposto di tornare più tardi. Quando stavamo rientrando in CT l’hermano mi ha fermato e mi ha chiesto di fare qualcosa. Ho fatto quindi chiamare il capo delle varie comunità che alla fine mi ha dato il permesso di farlo entrare. Lui mi ha preso la mano, me l’ha baciata e ha continuato a ringraziarmi. Forse durerà poco, come l’altra volta, ma è già una piccola vittoria.

Una sconfitta riguarda invece un altro hermano rientrato da una settimana che domani se ne va. Vuole raggiungere la moglie e la famiglia ma non si rende conto che probabilmente il periodo di serenità sarà breve. Era già stato in CT ed appena uscito aveva anche lavorato un po’, ma poco dopo aveva ricominciato a bere. È più che comprensibile la necessità di uscire e cercare un mezzo di sostentamento per la famiglia, ma allo stesso tempo è controproducente perché la ricaduta è sempre dietro l’angolo, soprattutto se si affronta la realtà quando non si è preparati e si è deboli.

I “ragazzi” infatti bevono perché non trovano altra soluzione, perché non riescono a superare i problemi in altri modi e perché nonostante vivano in strada, siano dei “duri” e ne vedano di tutti i colori, dentro sono fragili, molto fragili. Quando trovano un equilibrio, è sufficiente una minima scossa affinché l’instabile impalcatura dei loro sentimenti e delle loro emozioni crolli. Ed è questo il momento in cui il loro nemico, l’alcool, avanza e li affonda. La Comunità Terapeutica, però, è lì proprio per aiutarli nei momenti più difficili, per far sì che ci si rialzi e, come si dice qui, si siga adelante.

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