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Africa Caschi Bianchi

Crescere, quello che capita quando si fa Servizio Civile

Elisa, Enrico, Letizia, Giovanni, Silvia. Sono i nomi dei cinque Caschi Bianchi che hanno terminato da poco il loro servizio nei progetti di Caritas Italiana. Da quando è iniziata l’esperienza dei “Caschi bianchi”, nel 2001, questo è il tredicesimo gruppo impegnato all’estero.
I nostri cinque hanno svolto servizio in Africa, in tre distinti paesi. Un’esperienza indimenticabile, per ognuno di loro.

Scritto da Caschi Bianchi Caritas Italiana

La Sierra Leone è un paese dell’Africa Occidentale, sulla costa dell’oceano Atlantico, grande un quarto dell’Italia. Lì Elisa Gurreri, di Genova, ed Enrico Roggi, di Arezzo, hanno trascorso il loro anno di servizio civile a fianco della Commissione “Giustizia e Pace” della Diocesi di Makeni, un’istituzione votata al consolidamento della pace in un paese uscito da una guerra civile sanguinosa (che tra il 1991 e il 2001 ha causato più di 50.000 morti), attraverso la promozione di una cultura dei diritti umani e della cittadinanza attiva. “Essere volontari per la Diocesi di Makeni” sintetizzano Elisa ed Enrico “si è dimostrata una stupenda opportunità per conoscere e lavorare a fianco alla Chiesa locale: la scoperta di ciò che la missione cattolica è capace di realizzare ispirata dall’amore del messaggio evangelico è stata un’avventura affascinante ed estremamente coinvolgente.”
Il Paese è attualmente guidato dal presidente Ernest Bai Koroma, eletto nel 2007 con elezioni pacifiche che hanno sancito il passaggio del Paese ad un periodo di stabilità democratica, mentre nel 2012 si terranno le prossime elezioni presidenziali e legislative, momento chiave per capire se il Paese sia davvero avviato verso la stabilità democratica e lo sviluppo. “Negli ultimi mesi” racconta Elisa “la crescente tensione politica dopo la nomina del candidato alle presidenziali del principale partito di opposizione, ferito da un presunto sostenitore del partito al governo durante una visita alla seconda città del paese, unitamente ad episodi di violenza su civili e giornalisti da parte delle forze dell’ordine, ha messo in luce la fragilità della pace raggiunta e delle giovani strutture democratiche.” “Alla luce degli ultimi avvenimenti” conclude “la Commissione ha scelto di concentrare il proprio lavoro su attività di promozione del dialogo politico con l’obbiettivo di estirpare la violenza che rischia di compromettere il pacifico svolgimento e il buon esito delle prossime elezioni”.
In questi mesi di servizio, c’è stato un fatto che vi ha colpito in maniera particolare? Risponde Enrico: “La quotidianità del nostro servizio a Makeni è stata scandita da incontri che nel bene e nel male scuotono la coscienza e lasciano un segno profondo nel vissuto. Uno di questi è avvenuto con un ragazzo che, a causa del suo disagio mentale, era ignorato dalla famiglia, emarginato dalla società e condannato a vivere per strada nelle condizioni più miserabili. In Sierra Leone alcune categorie di malati, come epilettici e deboli di mente, vengono completamente isolati dalla gente comune a causa di credenze tribali che associano a queste malattie presenze demoniache.” “Questo fatto” conclude Enrico “ci ha particolarmente impressionato e ci ha portato a riflettere su quanto l’arretratezza del sistema educativo e la superstizione incidano nell’ostacolare non solo lo sviluppo sociale ed economico ma anche la diffusione di una cultura del rispetto dei diritti umani.”

Quasi alla stessa latitudine, ma dalla parte opposta del continente nero, c’è Gibuti stretta all’estremità meridionale del Mar Rosso tra Eritrea, Etiopia e Somalia. Nella capitale di questo paese grande quanto la Lombardia, uno dei più piccoli dell’Africa, hanno svolto il loro servizio civile, in un centro di accoglienza diurno per i bambini di strada, Letizia Minciotti di Perugia e Giovanni Parrino della diocesi di Mazara del Vallo. “Un’esperienza forte e nello stesso tempo meravigliosa” secondo i due “che ha permesso di metterci alla prova e svolgere numerose e diverse mansioni. In particolare ci siamo dedicati all’accompagnamento degli educatori locali nelle attività di alfabetizzazione, laboratori manuali, attività sportive e proiezione di film educativi; ma ponendo anche attenzione  all’alimentazione e all’igiene personale dei bambini.”
Gibuti, come tutto il Corno d’Africa, è stata colpita negli ultimi mesi da una grave carestia, la peggiore degli ultimi 60 anni, che coinvolge oltre 13 milioni di persone, soprattutto bambini. “La crisi per la siccità” racconta Giovanni “ci ha costretti nell’emergenza ad attivarci in azioni a sostegno delle popolazioni locali più colpite. In particolare, Caritas Gibuti ha avviato molti progetti che hanno previsto la costruzione di pozzi e aiuti alimentari in diverse zone del Paese.”
In un anno sono tanti i volti e le storie che si incontrano sul proprio cammino. Come quella di Ylias, un ragazzo etiope che ha sfiorato la morte. “Malato di tubercolosi” racconta Letizia non senza tradire un po’ di commozione “dopo essere stato operato per eliminare del liquido formatosi nei suoi reni, non potendo permettersi di pagare le adeguate  cure post-operatorie viene subito abbandonato per strada, senza essere ricucito. Dopo alcuni mesi decide di recarsi al Centro Caritas, ma l’infezione nel frattempo è divenuta così acuta che ci costringe al ricovero immediato per un’operazione d’urgenza: dal buco che aveva nel fianco, infatti, l’infezione era arrivata ad intaccare la colonna vertebrale. La Caritas e noi caschi bianchi abbiamo seguito in modo scrupoloso il suo percorso di cura, non solo a livello economico, ma soprattutto affettivo. Ora il ragazzo è tornato alla sua vita, dorme ancora in strada ma è felice di essere sano e di essere stato inserito in un progetto di alfabetizzazione che gli dona una chance in più.”

Rimaniamo in Africa, ma poco sotto l’Equatore. Silvia Caneschi, fiorentina, ha terminato il suo servizio in Burundi, al “Centre Jeunes Kamenge”, situato nei quartieri nord della capitale Bujumbura, i più poveri e martoriati dal lungo conflitto etnico: 15 anni in cui hutu e tutsi si sono massacrati, spartendosi la città e il paese e provocando più di 300 mila morti. “Il Centro” racconta Silvia “nasce pochi mesi prima dello scoppio del conflitto, vent’anni fa, per volontà dell’allora Vescovo, con l’intento di costituirsi in luogo di pace e coabitazione tra i giovani delle diverse etnie, parti sociali e religioni. E questo il Centre ha continuato a fare durante tutto il conflitto e ancora oggi, proponendo le più svariate attività sportive e culturali come un mezzo per riunire giovani di tutte le provenienze.” Nel Centro Silvia si è sperimentata come “docente”: “Scopo dei miei corsi di italiano e di filosofia (come anche dei corsi di produzione musicale, pallavolo, chitarra, salsa… proposti dai diversi animatori volontari) era proprio realizzare in concreto quella convivenza di diversità e quella convergenza di interessi che sola può scongiurare l’emergere di nuove conflittualità. Una educazione alla pace e alla mondialità che acquista, nella situazione politico-sociale del paese, sconvolto da una corruzione e un’impunità dilagante, una importanza e un’urgenza capitale.” “Vivere, lavorare, formarsi per mesi” conclude “e in modo assolutamente paritario a fianco dei giovani burundesi e degli operai del Centre è stata un’esperienza incredibilmente forte ed emozionante, che ha messo alla prova tutte le mie capacità imponendomi un nuovo sguardo sull’alterità, una nuova disponibilità verso il non immediatamente comprensibile, una nuova consapevolezza delle dinamiche personali e geopolitiche.” Insomma, un’esperienza di crescita. È quello che capita quando si fa il servizio civile…

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